Dopo aver guardato da vicino il contesto polacco tramite l’esperienza di Zuzanna Flisowska e aver riflettuto sul concetto di identità cattolica, è il momento di capire quali sono le particolarità della Chiesa in Polonia.
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Detto questo, iniziamo!
L’ospite di questo mese è Zuzanna Flisowska, nata e cresciuta a Varsavia. Dopo una formazione in storia dell’arte e in teologia, si è trasferita in Italia e si è dedicata alla promozione della parità di genere e della leadership femminile all’interno della Chiesa cattolica a livello internazionale.
Se ti sei persə l'intervista a Zuzanna Flisowska, la trovi qui.Per capire il rapporto tra Stato e Chiesa in Polonia bisogna partire da un dato: la schiacciante omogeneità religiosa del Paese. Secondo ARDA, il 95.61% della popolazione è cristiano e il 90.10% cattolico. Le altre confessioni e religioni sono presenti, ma in misura nettamente minoritaria. Per capirci, il secondo gruppo in termini numerici è quello delle persone agnostiche: 3.88%.
Questo significa che, a differenza dei contesti in cui il pluralismo religioso porta lo Stato a muoversi su un terreno più diversificato, in Polonia il cattolicesimo non è semplicemente una delle tante opzioni spirituali: è la cornice culturale dominante. La Chiesa cattolica non è solo un’istituzione religiosa, ma un’attrice centrale nella costruzione dell’identità nazionale, nella memoria collettiva e nel discorso pubblico.
Un rapido confronto. In Italia la percentuale della popolazione cristiana arriva al 75.77% e quella cattolica al 70.87%.Negli ultimi anni il rapporto tra Chiesa cattolica e società in Polonia è entrato però in una fase di forte revisione. Sono emerse con maggiore visibilità le rivendicazioni delle donne e delle persone marginalizzate dal discorso sociale ed ecclesiale dominante, insieme alle domande sugli abusi all’interno della Chiesa. A tutto questo si è affiancata una crescente attenzione alla prossimità tra istituzione ecclesiale e potere politico.
Questo legame è stato particolarmente evidente durante gli otto anni di governo ininterrotto del partito di destra PiS (Sprawiedliwość, Diritto e Giustizia). Come spiega Rob Picheta per CNN, “da quando è salito al potere nel 2015, il PiS ha orchestrato una trasformazione illiberale della Polonia, assumendo un maggiore controllo sulla magistratura, sui media pubblici, sulle istituzioni culturali e sulle aziende del Paese e reprimendo i diritti dei migranti, delle donne e delle persone LGBTQ+”.
Tutto questo è andato avanti fino al 2023, utilizzando anche il linguaggio e l’immaginario cattolico per consolidare il consenso politico. Una dinamica che non ha mai rappresentato l’intero mondo ecclesiale, ma che ha comunque inciso profondamente sul dibattito pubblico.
Il cambio di governo ha aperto una nuova fase, segnata da una presa di parola più esplicita da parte di chi, in quegli anni, ha vissuto varie forme di esclusione. La rabbia accumulata - in particolare con la restrizione del diritto all’aborto - non si è dissolta con il cambio politico, ma continua a emergere come domanda di diritti e come rifiuto di una narrazione religiosa che pesa in negativo sul panorama politico. Flisowska legge questi ultimi anni come una soglia critica, un passaggio in cui anche i dati sulla religiosità potrebbero mutare e in cui la Chiesa è chiamata a interrogarsi sul proprio ruolo.
Eppure non è sempre stato così. Durante il regime comunista e immediatamente dopo la sua caduta (1989), la Chiesa cattolica ha avuto un ruolo importante nel sostenere i movimenti democratici sul piano della disobbedienza civile non violenta. In un contesto in cui il Partito comunista ambiva a controllare ogni aspetto della vita sociale e a espellere la religione dallo spazio pubblico, la Chiesa ha scelto strategie che formalmente non infrangevano la legge, ma ne mettevano in crisi l’impianto.
Processioni, pellegrinaggi, catechesi, momenti liturgici collettivi e persino il semplice mantenimento delle tradizioni religiose diventavano così atti politici, perché sottraevano corpi, relazioni e immaginari al monopolio statale. Questa forma di resistenza era tanto più efficace perché difficilmente reprimibile senza esporre il regime a un conflitto aperto con una popolazione in larghissima parte credente. E la forza della Chiesa non stava solo nella gerarchia, ma nell’insieme di laiche e laici, comunità parrocchiali, reti di solidarietà che il partito comunista non riusciva a replicare né a controllare. Non meno significativa è stata l’educazione delle giovani generazioni: gruppi giovanili, ritiri, seminari clandestini e persino percorsi di formazione sotterranei hanno rappresentato una sfida diretta al progetto comunista di secolarizzazione forzata.
È un ruolo che ha garantito alla Chiesa un’enorme legittimazione sociale e simbolica. Proprio questa posizione di forza, però, ha finito per diventare una trappola: mentre la società polacca cambiava rapidamente, dagli anni ‘90, aprendosi all’Europa e attraversando trasformazioni profonde sul piano culturale e sociale, la Chiesa ha faticato a leggere il nuovo contesto. Secondo Flisowska, ha perso l’occasione di accompagnare le persone in questi passaggi e, così facendo, ha progressivamente smarrito il suo ruolo di autorità morale condivisa.
In questo percorso pesa anche l’eredità di Giovanni Paolo II, una figura che per decenni è stata intoccabile nell’immaginario collettivo polacco. Per almeno una generazione, il suo pontificato e la sua morte hanno rappresentato un’esperienza emotiva e identitaria fortissima, connessa anche al ruolo che la Chiesa polacca ha avuto durante il comunismo. Alicja A. Gescinska, PhD in religione e vita pubblica, scrive infatti che: “Giovanni Paolo II è l’incarnazione della resistenza della Chiesa cattolica polacca contro il comunismo, l’incarnazione della lotta contro la spersonalizzazione dell’essere umano e della lotta per la dignità umana, l’amore e la libertà”.
Negli ultimi anni, però, la memoria collettiva relativa a Giovanni Paolo II è entrata in crisi. La diffusione nel 2019 di un documentario realizzato dai fratelli Tomasz e Marek Sekielski sugli abusi su minori nella Chiesa polacca e, di conseguenza, le successive indagini hanno sollevato interrogativi diretti e scomodi sul modo in cui la Chiesa polacca ha gestito e coperto i casi di violenza sessuale, anche durante il periodo in cui Wojtyła era prima vescovo di Cracovia (1964-1978) e poi papa (1978-2005).
Il report dell’Istituto di statistica della Chiesa cattolica (2021) ha individuato 382 casi di abuso denunciati avvenuti negli anni 1950-2018 e 368 nel periodo 2018-2020. Questa consapevolezza ha prodotto una frattura evidente. Da un lato c’è chi, per convinzione o per timore, reagisce irrigidendosi, rifiutando ogni messa in discussione e leggendo le critiche come un attacco alla Chiesa tutta. Dall’altro, sempre più persone cristiane polacche rivendicano la possibilità di porsi domande, di riconoscere le ombre accanto alle luci, anche a costo di prendere le distanze dall’istituzione. La figura di Giovanni Paolo II, pur restando un cardine della cultura cattolica polacca, non è più unanimemente venerata come in passato.
Su Giovanni Paolo II, le sue luci e le sue ombre si è concentrato il giornalista Marco Grieco nel podcast Il Santo.
Dentro questo scenario segnato da divisioni e disincanto emergono però anche nuove strade. Il percorso sinodale universale (2021-2024), ad esempio, in alcune diocesi polacche è stato accolto con interesse e partecipazione, offrendo spazi reali di confronto tra persone laiche. Accanto a questo, iniziative come il Congresso delle Cattoliche e dei Cattolici (Kongres Katoliczek i Katolików) cercano di costruire luoghi di discussione e di fioritura, mantenendo un dialogo non semplice ma costante con l’istituzione.
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