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Mariarita's world · Jul 28, 2026

Noi, i figli dell'incertezza

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Mariarita · Mariarita's world

“Avere vent’anni nel 2026, a prescindere da dove si vive, non è facile. Raramente, in passato, abbiamo vissuto tempi così ansiogeni e carichi d’incertezze climatiche, geopolitiche e tecnologiche.”

Ho letto questa frase in un articolo di Internazionale (che vi lascio qui) e, per qualche secondo, mi è sembrata una diagnosi. Come quando un medico pronuncia il nome di una malattia e, improvvisamente, il dolore smette di essere soltanto tuo. Dopo aver letto l’articolo ho chiuso il telefono e mi sono resa conto che quella frase non parlava dei vent’anni, ma del lutto silenzioso di una generazione

A settembre compirò ventun anni, ventuno. Una parola che da bambina pronunciavo con la stessa meraviglia con cui si pronunciano i continenti. Mi sembrava un’età lontana, quasi mitologica. L’età in cui si smette di chiedere indicazioni, in cui si possiedono risposte. In cui il futuro smette di essere un’ipotesi e diventa un indirizzo. Nessuno, allora, mi aveva detto che sarei arrivata fin qui in un tempo in cui persino il futuro ha paura di sé stesso. Noi siamo nati quando internet era già una finestra aperta sul mondo, siamo cresciuti mentre quella finestra diventava uno specchio. E oggi passiamo ore a guardarci riflessi, cercando disperatamente qualcuno che ci dica chi siamo. Ci chiamano Generazione Z, come se bastasse una lettera dell’alfabeto a raccontare milioni di vite. Come se dentro quella Z ci fossero gli attacchi di panico prima di un esame, le notti passate a domandarsi se ci sarà un lavoro, il senso di colpa quando compriamo un biglietto aereo sapendo quanto costa al pianeta, le amicizie costruite con gli auricolari nelle orecchie, gli amori iniziati con un messaggio e finiti con un silenzio. Siamo la generazione dei “troppo”, troppo giovani per essere ascoltati. Troppo grandi per essere protetti, troppo informati per essere ingenui, troppo stanchi per avere appena vent’anni. Ci hanno insegnato che il mondo sarebbe stato nostro, poi abbiamo acceso la televisione. Guardandola abbiamo capito come diventare adulti, oggi, significa imparare a convivere con l’idea che il mondo potrebbe cambiare per sempre mentre stai facendo colazione. Siamo la prima generazione che non ricorda un tempo senza crisi, abbiamo imparato a pronunciare la parola pandemia prima ancora di capire davvero la parola futuro. Abbiamo visto città vuote, ospedali pieni, guerre trasmesse in diretta, ghiacciai sciogliersi, incendi colorare il cielo di arancione. L’intelligenza artificiale imparare a scrivere poesie mentre noi cercavamo ancora di capire chi fossimo. Ci hanno detto che eravamo il futuro, poi il futuro è arrivato e sembrava una notifica. Viviamo nell’epoca in cui possiamo parlare con chiunque, in qualsiasi parte del mondo, e sentirci incredibilmente soli. Possiamo sapere tutto, tranne come si fa a stare bene. Ogni mattina ci svegliamo e qualcuno ci ricorda che il pianeta sta soffocando, che l’economia vacilla, che una guerra è appena iniziata e che un’altra non è mai finita. Che il lavoro non basta, che l’affitto costa troppo, che la pensione forse non esisterà, che dobbiamo imparare a usare strumenti che cambiano più velocemente dei nostri sogni. Come si diventa adulti in un mondo che cambia ogni settimana? La verità è che nessuno ce lo sta insegnando, ci chiedono di avere fiducia in un domani che loro stessi descrivono come una catastrofe imminente. Ci chiedono di costruire una casa mentre il terreno continua a muoversi. Eppure, c’è qualcosa di profondamente rivoluzionario nella mia generazione: abbiamo trasformato la fragilità in linguaggio. I nostri genitori imparavano a nascondere le lacrime, noi abbiamo imparato a dare loro un nome. Parliamo di ansia, di depressione, di terapia, di attacchi di panico, di salute mentale. Non perché siamo più deboli, ma perché siamo stanchi di fingere di essere invincibili. Per decenni la forza è stata confusa con il silenzi, noi abbiamo deciso di rompere il silenzio.

Il filosofo Zygmunt Bauman scriveva che viviamo in una modernità liquida, ma forse la nostra generazione è nata direttamente nell’oceano, non abbiamo mai conosciuto la terraferma. Abbiamo imparato a nuotare mentre le onde cambiavano direzione. Eppure ci accusano di essere fragili, questa parola che ci viene lanciata addosso come un’accusa. Io credo che abbiano sbagliato dizionario, fragile è un bicchiere, un cristallo; noi no, noi siamo esausti. Ed essere esausti non significa essere deboli, ma significa avere combattuto guerre invisibili che nessuno metterà mai nei libri di storia. La guerra contro il confronto continuo, contro il sentirsi sempre indietro. Contro l’idea di dover trasformare ogni istante della propria vita in qualcosa di condivisibile. Contro la paura di non essere abbastanza: abbastanza belli, intelligenti, produttivi, felici. Abbastanza. Viviamo nell’unica epoca della storia in cui una persona può ricevere mille “mi piace” e sentirsi profondamente sola. Abbiamo migliaia di fotografie, ma ricordiamo sempre meno i momenti. Conosciamo il prezzo di tutto e sempre più raramente il valore delle cose.

Antoine de Saint-Exupéry aveva scritto che “l’essenziale è invisibile agli occhi.”

Noi siamo cresciuti in un mondo che ha provato a renderci visibile tutto, le statistiche, le performance. I follower, le classifiche, i numeri, ma l’essenziale continua ostinatamente a sottrarsi. L’essenziale è una madre che aspetta sveglia, un amico che ti chiede davvero come stai. Il profumo dei libri usati, una nonna che racconta la stessa storia per la centesima volta, una mano stretta durante un funerale. Una risata che arriva quando sembrava impossibile ridere. L’essenziale non è mai stato virale, forse è questo che la mia generazione sta cercando. Non il successo, ma qualcosa che assomigli alla verità. Ci chiamano pigri, eppure siamo la generazione che studia mentre lavora. Che cambia città, che parla tre lingue, che fa stage non pagati, che manda curriculum nel cuore della notte. Che si reinventa continuamente perché il mondo cambia più velocemente dei nostri progetti. Ci chiamano disillusi, ma continuiamo ad amare. Ed è questa la contraddizione che nessuno racconta. Continuiamo a innamorarci in un tempo che ci insegna il sospetto. Continuiamo a fare progetti in un tempo che ci parla soltanto di crisi. Continuiamo a piantare alberi mentre qualcuno ci ripete che è troppo tardi. La speranza, oggi, non è ingenuità, ma è ribellione

La poetessa Emily Dickinson scriveva che “la speranza è quella cosa piumata che si posa sull’anima.”

Io credo che, nel 2026, la speranza abbia cambiato aspetto, non ha più piume, ma le occhiaie e l’ansia. Ha anche il mutuo che forse non riuscirà mai a pagare, ha la terapia del mercoledì, ha il curriculum aperto sul computer, ha il cuore spezzato. E continua, ostinatamente, a scegliere la vita. Forse il più grande equivoco sulla Generazione Z è pensare che siamo la generazione della tecnologia, no. Noi siamo la generazione della nostalgia, colo che proviamo nostalgia di un tempo che non abbiamo mai vissuto. Abbiamo nostalgia di porte lasciate aperte, di pomeriggi senza notifiche e senza telefono. Di cene in cui nessuno fotografava il piatto, di lavori che permettevano di immaginare il futuro, di un pianeta che sembrava eterno. Abbiamo nostalgia di una calma che ci è stata raccontata, non regalata.

Hannah Arendt scriveva che “ogni nascita è un nuovo inizio.”

Forse è proprio questo il nostro compito: ricominciare. Non perché siamo speciali, ma perché siamo arrivati in un momento della storia in cui ricominciare è diventato inevitabile. Dovremo reinventare il lavoro, la politica, l’educazione, l’amore e perfino l’idea di successo. Perché ci siamo accorti che una carriera brillante serve a poco se non lascia spazio per vivere. Che un mondo iperconnesso può produrre un’infinita solitudine. Che la crescita economica, da sola, non consola nessuno. E allora forse il nostro compito non è diventare più veloci, ma diventare più umani. Leggere di più, ascoltare meglio, consumare meno, sentire di più. Avere il coraggio di dire “non lo so” in un’epoca che pretende opinioni immediate su qualsiasi cosa. Avere il coraggio della complessità, perché il mondo non si salva con gli slogan. Si salva con persone capaci di restare, di studiare, di dubitare, di prendersi cura

Fra poco compirò ventun anni, non entrerò nell’età adulta attraversando una porta. Ci entrerò come si entra nel mare d’inverno, con paura, rispetto e con il fiato corto. Sapendo che l’acqua sarà più fredda di quanto immaginassi, ma anche che il corpo, lentamente, imparerà. E forse crescere significa proprio questo, non smettere di avere paura, ma smettere di vergognarsene. Perché il contrario della paura non è il coraggio, ma l’indifferenza. E io spero che la mia generazione non diventi mai indifferente. Che continui a indignarsi, a piangere, acambiare idea, a leggere romanzi, a manifestare. A chiedere scusa, a fare domande scomode, a credere che la gentilezza non sia debolezza, ma una forma di resistenza. Se un giorno qualcuno ci chiederà com’è stato avere vent’anni nel 2026, spero che non risponderemo parlando soltanto delle guerre, delle crisi o degli algoritmi. Spero che diremo la verità, che è stata dura, che ci siamo sentiti persi, che molte notti abbiamo avuto paura. Ma che, nonostante tutto, abbiamo continuato ad amarci. E forse, alla fine, una generazione non si misura dalle tragedie che ha attraversato, ma si misura dalla quantità di umanità che è riuscita a salvare mentre tutto intorno sembrava andare in pezzi. Perché noi non siamo la generazione che ha avuto tutto, ma la generazione che ha capito, prima di molte altre, che nulla ci è dovuto. E proprio per questo abbiamo imparato a dare un valore immenso a ciò che resta: un libro sottolineato, una voce amata, un tramonto, una piazza piena, una mano che non lascia la nostra. E la testarda, scandalosa convinzione che, anche quando il mondo vacilla, valga ancora la pena costruire il domani.

Margaret Mead diceva: “Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini consapevoli e determinati possa cambiare il mondo; in effetti è l’unica cosa che sia mai accaduta.”

Mi piace immaginare che quel gruppo abbia la nostra età, che abbia gli occhi stanchi, le mani che tremano, le notifiche sempre accese, le bollette troppo alte, le paure che conosciamo tutti. E nonostante tutto continui a scegliere la tenerezza invece della violenza, la conoscenza invece dell’ignoranza, la complessità invece degli slogan. Perché forse il compito della Generazione Z non è salvare il mondo, ma è impedirgli di dimenticare cosa significhi essere umani.

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