C’è un modo particolarmente efficace per non vedere una violenza: trasformarla in una pratica amministrativa. Non servono soldati che sparano, case incendiate o folle inferocite, a volte basta una firma, un trasferimento di fondi bloccato. Un permesso che non arriva, un farmaco che non può essere acquistato, un posto di blocco che rende impossibile raggiungere un ospedale. Un tecnico che non riesce a entrare in una città per riparare una macchina. La violenza, quando assume questa forma, diventa quasi invisibile. Non produce necessariamente immagini spettacolari, ma produce invece debiti, attese, diagnosi rinviate, apparecchiature ferme, ambulanze che non passano, pazienti che peggiorano. È anche per questo che ciò che sta accadendo nei territori palestinesi occupati rischia di essere raccontato sempre attraverso gli episodi più evidenti — gli attacchi dei coloni, le operazioni militari, i bombardamenti — mentre una parte decisiva della storia si svolge negli uffici, nei bilanci e nei meccanismi burocratici; ed è anche lì che dobbiamo guardare.
Un sistema sanitario non esiste soltanto perché ci sono medici e ospedali. Ha bisogno di denaro, di farmaci, di laboratori funzionanti, di manutenzione. Di elettricità, di personale pagato, di pezzi di ricambio, di trasporti e cosa più importante di pazienti che possano raggiungere le strutture sanitarie. Quando una di queste condizioni viene meno, il sistema comincia a deteriorarsi e se vengono meno contemporaneamente, il deterioramento diventa sistemico.
Nel caso palestinese, la questione delle entrate fiscali trattenute da Israele ha quindi una conseguenza molto concreta, che rischia di perdersi dietro il linguaggio politico: quei soldi non sono un concetto astratto, ma servono anche a finanziare servizi pubblici. Se il trasferimento delle entrate viene ostacolato o ritardato, il problema non rimane dentro un ministero delle finanze, ma arriva negli ospedali. Arriva al paziente che non trova il farmaco, al malato che deve rimandare un esame. Alla persona sottoposta a dialisi che non riesce a raggiungere la struttura sanitaria. Alla donna incinta che non può effettuare un controllo, al medico che deve scegliere se indebitarsi per andare al lavoro. Questa è la parte della guerra che raramente entra nelle fotografie, eppure può essere altrettanto determinante.
Da anni il dibattito internazionale sulla Cisgiordania tende a separare fenomeni che, sul terreno, appaiono sempre più intrecciati: da una parte l’esercito israeliano, dall’altra i coloni; da una parte le decisioni del governo, dall’altra le violenze individuali; da una parte l’occupazione, dall’altra le sue conseguenze.
Ma cosa succede quando queste categorie smettono di essere realmente distinguibili?
Pensiamo a un villaggio palestinese assediato da coloni armati, pensiamo ai soldati presenti sul posto. Pensiamo alle famiglie costrette a rimanere chiuse nelle proprie case mentre acqua ed elettricità vengono interrotte. Pensiamo poi alle dichiarazioni ufficiali che definiscono quelle violenze “inaccettabili”, mentre sul terreno gli abitanti continuano a essere esposti alla minaccia. A quel punto la domanda non è più soltanto chi abbia commesso materialmente un determinato atto, ma diventa: chi rende possibile quella situazione? E soprattutto: chi ha il potere di impedirla e sceglie di non farlo? È una distinzione essenziale. Un governo non deve necessariamente ordinare ogni singolo episodio di violenza per essere politicamente responsabile dell’ambiente nel quale quella violenza può ripetersi. Può essere sufficiente che garantisca protezione, impunità, armi, infrastrutture, sostegno politico o semplicemente l’assenza di conseguenze. Quando un comportamento si ripete per anni, non siamo più davanti a una sequenza di incidenti, ma iamo davanti a un sistema.
È rassicurante attribuire tutto alle figure più radicali: Benjamin Netanyahu, Bezalel Smotrich, Itamar Ben Gvir. Sono nomi da ricordare, le loro dichiarazioni e le loro politiche meritano attenzione. Ma fermarsi a loro consente alla società israeliana, e più in generale alla comunità internazionale, di raccontarsi una storia troppo semplice: il problema sarebbe una minoranza estremista che ha preso temporaneamente il controllo del paese. E se fosse più complicato? Un sistema di occupazione che dura da decenni non può essere mantenuto soltanto da alcuni ministri, ma ha bisogno di apparati amministrativi, forze di sicurezza, tribunali, funzionari, infrastrutture, risorse economiche e, almeno in parte, di una società disposta a tollerarne le conseguenze. Questo non significa che tutti gli israeliani siano responsabili delle politiche del governo, ma significa qualcosa di più scomodo: un paese non può essere giudicata soltanto dalle proprie istituzioni elettive. Deve essere giudicata anche dalla distanza — o dalla vicinanza — che esiste tra ciò che lo Stato fa e ciò che la società considera accettabile. Per questo, qui, il silenzio diventa politicamente significativo.
Israele ha conosciuto negli ultimi anni grandi mobilitazioni popolari. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per difendere l’indipendenza della magistratura. Il paese ha discusso animatamente del rapporto tra governo e istituzioni, la società civile ha dimostrato di possedere una notevole capacità di mobilitazione. Ma esiste una domanda che continua a essere molto più difficile da porre:
quale valore attribuiamo alla vita palestinese?
Non è una domanda rivolta soltanto alla destra israeliana, mariguarda anche il centro, l’opposizione, le istituzioni professionali, gli intellettuali, i mezzi d’informazione e tutti coloro che considerano l’occupazione un problema secondario rispetto alla “vera” politica israeliana. È possibile protestare contro l’autoritarismo e contemporaneamente accettare un sistema di dominio che priva milioni di palestinesi di diritti fondamentali? È possibile difendere la democrazia dentro Israele e considerare normale che, a pochi chilometri di distanza, una popolazione viva sotto un regime completamente diverso? Queste contraddizioni non sono dettagli, ma il cuore del problema.
C’è un altro aspetto che merita attenzione, mentre la propaganda ha bisogno di convincere, la burocrazia no. Una propaganda può dire che i palestinesi sono una minaccia, mentre un atto amministrativo può semplicemente impedire loro di ricevere una determinata risorsa. La propaganda può sostenere che una città è pericolosa, ma un posto di blocco può renderne materialmente impossibile l’accesso. La propaganda può parlare di sicurezza, ma un sistema di autorizzazioni può decidere chi può attraversare un confine, chi può lavorare, chi può ricevere cure. È questa la forza politica della burocrazia: non ha bisogno di essere creduta per produrre effetti, ma può funzionare anche quando nessuno pronuncia slogan.Ed è per questo che discutere soltanto delle dichiarazioni più estreme dei politici rischia di farci perdere il quadro generale.
C’è infine un legame che non dovrebbe essere ignorato, da una parte c’è la pressione esercitata sui palestinesi affinché abbandonino le proprie terre: violenze, minacce, distruzione di proprietà, espansione degli insediamenti, restrizioni alla mobilità. Dall’altra c’è l’indebolimento delle condizioni materiali necessarie per continuare a vivere in quei luoghi: sanità, istruzione, infrastrutture, servizi pubblici.
Sono due fenomeni diversi, ma possono produrre lo stesso risultato: rendere la vita impossibile. E quando vivere in un luogo diventa progressivamente più difficile, la partenza può essere presentata come una scelta individuale. Ma una scelta non è completamente libera quando tutte le alternative vengono sistematicamente ristrette. È questa la ragione per cui la questione sanitaria non può essere separata da quella territoriale. Un ospedale che non riesce a funzionare non è soltanto un problema sanitario, una scuola che non può operare non è soltanto un problema educativo. Un villaggio che non può ricevere acqua non è soltanto un problema infrastrutturale. Quando questi fenomeni si accumulano nello stesso territorio e colpiscono sistematicamente la stessa popolazione, diventano una questione politica.
La cosa più inquietante non è soltanto che esistano politiche capaci di produrre sofferenza, ma è che la sofferenza possa diventare ordinaria. Che un malato palestinese costretto a rinunciare a una cura non venga più percepito come una persona alla quale è stato tolto qualcosa, ma come una conseguenza inevitabile del conflitto. Che una famiglia assediata dai coloni venga considerata un episodio locale, che la distruzione di un servizio pubblico venga trasformata in una questione contabile. Che ogni responsabilità venga spostata altrove: Hamas, la sicurezza, la guerra, i terroristi, la burocrazia, l’emergenza. Fino a quando nessuno è più responsabile di nulla, ed è che una politica può diventare normale. Non perché tutti la approvino esplicitamente, ma perché un numero sufficiente di persone smette di considerare insopportabili le sue conseguenze.
E allora la domanda iniziale assume un significato diverso, non serve sapere quanti israeliani siano favorevoli alla distruzione del sistema sanitario palestinese. Una domanda del genere, del resto, difficilmente apparirebbe in un sondaggio.
La questione più seria è un’altra.
Quante persone sono disposte a considerare intollerabile ciò che accade ai palestinesi quando la sofferenza non produce più immagini, titoli o scandalo?
Perché una società non viene definita soltanto dalle cose che decide di fare, anche da quelle che, pur potendo impedire, decide di lasciare accadere. E forse è proprio questo il punto più difficile da accettare: la violenza contemporanea non ha sempre bisogno di urlare. A volte compila un modulo, a volte trattiene un pagamento, altre nega un permesso, altre ancora lascia che un ospedale smetta lentamente di funzionare. E mentre tutto questo accade, qualcuno può ancora dire che non sta succedendo niente o che la situazione è migliorata.
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