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Guida Pennivendola (Per Sopravvivere All'Apocalisse) · Jun 30, 2026

PERTURBIAMOCI: IL DEMONIO ALL'ORA DEL TÈ

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Domitilla Pirro · Guida Pennivendola (Per Sopravvivere All'Apocalisse)

Bentornante, mostro mio.
Help a sister out: hai per caso sottomano buone tecniche di meditazione, mindfulness guru, placamenti interiori a comando, rimedi pettina-capoccia un tanto al chilo? Ne hai da raccomandare di efficaci?

a man in a suit and tie is holding a large pot that says spill the beans dawg on the bottom
(Come on, spill the beans. Don’t gatekeep. Dilla tutta)

Io, ahem: no. (Oddio, no: giusto il Ben&Jerry Peanut Butter Cup. Ma alle arterie non piace, dicunt.)

Dahmer - Meme by SyntaxSyntagma :) Memedroid
(manco Dahmer piaceva alle arterie, mi sa)

Così – nell’attesa dell’onnipotente dottoressa, che rivedrò solo a ottobre (considera questa mia uscita non tanto oversharing quanto un messaggio di pubblica utilità. Prego, non c’è di che. Approach with caution) – non mi resta che:

A) continuare a studiare e
B) andare a caccia d’ogni sorta d’inneschi laterali (che poi sono tutte scuse per acquistare nuovi albi illustrati per persone adulte). Quelli di Yumi Sakugawa, per esempio:

Tea With Demons, da "Your Illustrated Guide To Becoming One With The Universe"

Già in tempi pandemici così illustrava, l’autrice multidisciplinare di Okinawa, le sue lezioni metafisiche d’esplorazione interiore:

“our inner demons may be masquerading as wounded inner children in disguise, begging for our attention and compassion underneath their demonic protective armor.”

E, al solito, chi siamo noi per darle torto?

Anche se ci affidiamo a più tradizionali approcci d’indagine, a ritroso, abbiamo la conferma che nessun s’illumina “immaginando figure di luce, ma portando alla luce le ombre”: Jung in persona, nell’Albero Filosofico e altrove, consolida il problema dell’Ombra – gli aspetti che l’Io giudica inaccettabili, le potenzialità creative non sviluppate né espresse, una macedonia di aggressività, invidia, desideri rimossi e spontaneità frustrata – non nel fatto che esista, ma nel suo limite. Finché non la riconosciamo come nostra – finché non ci facciamo i conti – il tutto continuerà a inseguirci oppure ad apparirci ovunque, nei comportamenti altrui. L’obiettivo non è sconfiggerla, ma integrarla.

Il potenziale narrativo dell’Ombra è sterminato, ed è il motivo per cui io ti sto scrivendo e tu mi stai leggendo, sospetto: ci spaventa tutto quello che minaccia l’immagine stabile che abbiamo di noi, che invece tendiamo a difenderci attraverso la negazione (denial is a river in Egypt) e soprattutto la proiezione sul resto del mondo. Un esorcismo è d’obbligo. O una bella svegliata.

Nel frattempo (o a monte), il dubbio resta. Cosa offriamo per il tè, a un mostro-demone-ombra d’origine traumatica, mentre aspettiamo che torni la dottoressa? Che etichetta rispettiamo? E soprattutto: come si scrive, tè? The? Tea?

Per ragionare (anche) intorno all’ospitalità delle Ombre ho fatto una cosa, t’accennavo qui e là.

Un libro.


(Una collana intera, a ben vedere.)

Contiene illustrazioni semplicemente pazzesche, ossia le Ombre anatomicovegetali di Giulia Ferla, ed è lo spazio che, per volontà dell’editrice Piuma, mi sono ritagliata per parlare d’ossessione.

L’ossessione è specifica – è la mia. È un cerbero a tre teste, tutt’e tre di broccolo, più vegetale di così: ha a che fare

  • col corpo,

  • con la scrittura,

  • col passaggio di competenze. L’apprendimento, la docenza.

Chi non preordina, resta senza tè.

Però non m’interessava ossessionarmi da sola. Un po’ dipenderà dalla codardia: come lo rivendico, io, il discettare di narrazione per iscritto e chiamarlo saggio? Come me l’accollo tutta quest’autorevolezza pomposa, se avevo giurato che – dopo il lavorone affrontato con super Benedetta Petroni per Utero Con Vistal’unico altro saggio cui avrei mai accettato di lavorare sarebbe stato o sulla pizza o su The Sims? (Parole forti. Eh, a me non la si fa.)

Un po’ è invece imputabile al ricircolo, la faccenda delle coautrici. Vegno e mi spieco (cit.).

Trovo assolutamente puerile, fin grottesco confinare i corsi di narrazione entro la dinamica pago-pretendo. In un sistema editoriale che ben altre penne descrivono come irrimediabilmente malato (questo, per dire, era il Mai più libri di Francesco Quatraro di effequ sei mesi fa, ora e sempre, amen), qualsiasi scuola o docente di scrittura creativa garantisca o anche solo paventi / prometta / adombri l’esordio, al termine degli incontri in aula, è irresponsabile prima ancor che ipocrita. Criminale.

Però.

Però però però, arrivo pur sempre da un altro filone corposo e ingombrante, io: quello che ha a che vedere con i writing center solidaristici come 826 National (e come Fronte del Borgo, che Francesco Gallo e io abbiamo fondato in Holden nel 2016 – humblebrag not found – e che quest’anno compie dieci anni, e che a settembre mi piacerebbe festeggiare come si deve. Qui lo dico e qui lo jinxo). Per cui, ma lo sai già, mostro mio: è inutile negarlo. Per me insegnare (a scrivere, a inventare, ma non solo) è (anche) fare comunità.

E una delle cose che preferisco, dei corsi, tutti i corsi, è quando il lavoro fatto insieme trova pure un approdo concreto. Una presentazione, un bel reading collettivo, un coronamento di sorta... Non è il fine del percorso né tantomeno una misura automatica del suo valore, ci mancherebbe, ma se capita diventa una conferma preziosa del cammino compiuto e della voce che si è conquistata nel tempo.

Il famoso empowerment: il microfono passato ad altrə – non perché si possieda un animo bbbuono e bbbello, ma per assecondare la bieca ricerca di punti karma e la possibilità di fare schifo nel proprio tempo libero. That’s how I roll, bishes.

E quindi.

E quindi:

  • siccome ci sono persone che negli anni ho avuto il privilegio d’accompagnare in aula più e più volte, accogliendone la crescita più o meno ipertrofica e i rigogli generosi e le parole, tante parole, tutte le parole, e sono diventate brave, e

  • siccome l’editrice Piuma (paxxerella) se n’è bontà sua uscita richiedendomi un saggio (!) illustrato (!) per adultə (!) sul corpo e la scrittura (!),

è stato automatico per me vomitare fuori un: sì (ovvio. Certo. Have you met me?), ma solo se in selezionatissima compagnia.

Sennò che giochiamo a fa’.

Ma come funziona, un lavoro di scrittura collettiva?
Funziona in un milione di modi diversi.

Di solito, nei progetti antologici tradizionali e squisitamente narrativi, c’è una curatrice (ancora e sempre ricordo con estrema gratitudine l’opportunità che giulia muscatelli mi diede millant’anni fa in Brave con la lingua. Come il linguaggio determina la vita delle donne) che individua il tema, per volere suo o d’edizione, e più penne chiamate a contribuire in singoli racconti. (Ne avevamo parlato qui, ricordi?)

L’Erbario funziona in modo diverso. Se di non fiction si tratta, qui abbiamo previsto una cornice in cui discetto personalmente di teoria e di pratica della narrazione – con tonnellate di riferimenti alti e bassi, difficile impedirmelo – e poi tanti esercizi di scrittura che chi legge può replicare o far replicare.

À propos, gli esercizi: tutti svolti. In tanti modi diversi. Dalle coautrici! E selezionarli non è stato facile: il materiale che ho accumulato negli anni, vastissimo. Il lavoro con ciascuna: diverso, molto.

Lavorando per esempio con la deliziosa Silvia Biasiol, autrice e game designer - una delle diciotto voci che, oltre alla mia, popolano l’Erbario del Corpo: la prima per cognome, in ordine alfabetico, si metta agli atti – l’unico intoppo che abbiamo incontrato, nel selezionare i migliori testi che ha scritto ultimamente e infilarli tra le pagine dell’Erbario, era proprio una questione di convenzioni.

E di tè.

Agevolo diapositiva.
Silvia scrive:

(Comprensibile affondo della collega, che mi autorizza alla divulgazione)

Sì, ok, la forma.
E i temi? E la polpa?

Silvia, in particolare, ha azzannato un corpo vegetale molto preciso – un’edera cannibale. Perigliosa. Seduttiva, nel senso che ti conduce a sé e tantecarecose. Talmente grande e corposa che, lo vedo già, traliccia fuori dalle pagine dell’Erbario: striscia fuori, creepy-crawlie, sneaky-as-f, pronta a pigliarsi ben altri spazi e altre pagine.

Abbiamo insomma usato il vegetale per interrogare l’interiore. Per addomesticare demoni in forma scritta, o almeno allenarci a farlo. Per prendere dunque un tè – autarchiche, per una volta, in grafia! – con l’Ombra, come facciamo spesso su questi schermi.

Surrender now.

Ma sarà bello avvicinarci progressivamente ai temi tutti e scoprirli pian piano. Capire cosa puoi replicare tu, se ne hai voglia, mostro mio.

Per contestualizzare il lavoro e dargli spessore è sempre interessante chiedere l’aiuto da (fuori) casa, però: far triangolare le nostre ossessioni con altre opere e voci, mappare ciò che esiste già e si fa modello. Ché tutto questo ragionare sull’Ombra, sul narrativizzarla alla bisogna, d’afflato, ha un nome: ed è il perturbante, ecco.

Perturbiamoci con chi ne è maestra, vuoi?

Da quando Gallo ha tessuto le magnifiche lodi di Giorgia Tribuiani – a me (not-so-humblebrag) ben prima che al mondo di Carmilla on line, con la rece di Pezzi – ho disperatamente e colpevolmente cercato di rimettermi in pari.

Ho grandissima stima di quanto ho intercettato e recuperato, dalla manualistica alla forma romanzo, dalla novella alla vita d’aula. Sa fare una cosa che incuriosisce molto, Tribuiani, e forse insospettisce persino: trasformando il perturbante in oggetto di studio e docenza, ne fa sapienza artigianale di pratica (gli ammerigàni parlerebbero lietamente di craft). Conduce un Laboratorio del mistero e ha pubblicato il manuale Scrivere il perturbante; eppure nei suoi romanzi il perturbante funziona proprio quando eccede le categorie, quando sconfina nell’ossessione, nella stortura difficilmente inquadrabile. Oltre a Pezzi penso naturalmente a Guasti, a Blu, ai cortocircuiti identitari di Padri. Per questo non potevo non chiedere a questa formidabile autrice e docente di narrazione di fare due mostruose chiacchiere a tuo beneficio, mostro mio, e chiederle:D: Che rapporto diventa quello col mistero, a osservarlo così da vicino? Esiste il rischio che, analizzandolo e inserendolo in una dinamica didattica, lo si addomestichi? Oppure il perturbante resta tale proprio perché è la parte della storia che continua ostinatamente a sfuggire perfino a chi la scrive?

GT: Nell’opera Casa “la Vita” di Alberto Savinio c’è una frase che ho particolarmente a cuore: «chiarire un mistero è indelicato verso il mistero stesso». Questa frase mi guida tanto nella scrittura dei miei romanzi – lungi da me provare a “spiegare” l’elemento straordinario! Cerco al contrario di preservarne fino alla fine l’ambiguità – quanto nell’insegnamento.

Le persone che, nei miei corsi, introduco alla narrativa perturbante sanno che il mistero non può essere compreso: lo svelamento è retroattivo; se avviene, ecco che il mistero non esiste più (pensa a tutte quelle storie in cui gli avvenimenti si rivelano solo il frutto di un sogno, o di un’allucinazione, o ancora di uno scherzo giocato da qualcuno: l’elemento straordinario, automaticamente, scompare; la sua forza misteriosa si esaurisce). Tantomeno può essere afferrato o addomesticato, proprio per la sua stessa natura.

La narrativa perturbante funziona perché diventa specchio del nostro “non conoscere” – e non poter conoscere – il mondo: non sappiamo cosa c’è prima della nascita né dopo la morte; non conosciamo la nostra mente; non possiamo entrare nei pensieri degli altri. Noi proviamo a orientarci nel mondo grazie all’abitudine, al susseguirsi degli eventi sempre uguali; proviamo a osservare: eppure il mistero delle cose continua a sfuggire alle nostre analisi, a noi. La narrativa perturbante o – come brillantemente la chiami – “della stortura” è potente proprio perché ci racconta il nostro rapporto con l’irraccontabile, sfiorandolo, evocandolo, ma mostrandoci la nostra incapacità di afferrarlo.

E vale anche tra soggetti, pare. In moltissime ottime storie, e senz’altro in quelle di Tribuiani, si ha l’impressione che la relazione non sia mai soltanto una relazione: proprio come i corpi di chi ne fa parte, si fa reliquia, performance, tabù, archivio, talvolta trappola. I personaggi sembrano vivere forme di devozione rituale verso i rapporti in cui amano, quelli in cui perdono qualcosa (o si perdono); e anche gli affetti, nelle sue storie, non coincidono praticamente mai con qualcosa di equilibrato o rassicurante.

D: Mi viene da chiederti allora: da dove nasce, l’attrazione per i legami guasti? Ci interessa – ti interessa! – raccontare il mostruoso nascosto dentro la quotidianità, oppure credi(amo) davvero che i legami, portati alle loro estreme conseguenze, siano sempre un po’ perturbanti?

GT: Da sempre sono stata molto affascinata dalla “metà oscura” della mente umana: non dalla parte che mostriamo, che interagisce con gli altri e si rivela nei legami, ma da quella che si agita in silenzio, quella in tumulto alla quale non viene data voce.

Vedi, tutti i miei testi fanno largo uso del monologo interiore: questa è una scelta che mi permette di mostrare in modo molto diretto (senza soluzione di continuità, per esempio, dal punto di vista della punteggiatura) lo scarto tra ciò che i personaggi dicono e fanno e ciò che invece pensano, temono, agognano. Alla metà oscura non appartiene solo la reazione forte: sono sommerse tutte le piccole reazioni che abbiamo durante le nostre giornate (un moto di gelosia taciuto, un desiderio inconfessabile, un pensiero che verrebbe considerato “sbagliato” perché non socialmente accettabile, un sentimento di rabbia o di invidia, una paura che non può essere verbalizzata senza mostrarci fragili) e che non trovano voce.

E allora mi piace che, nei miei romanzi, questa voce si senta forte e chiara: per questo, per renderla visibile – per far sì che i personaggi non riescano più a contenerla –, spesso mi trovo a metterli davanti alle situazioni straordinarie di cui parlavamo prima. Così, in Guasti, Giada si trova di fronte al cadavere plastinato del proprio compagno ed è costretta, per la prima volta, a fare i conti con i propri demoni; in Blu una ragazza di diciassette anni scopre la potenza della performance art e, per poter vivere pienamente questa immersione ossessiva, deve rinunciare (tra le altre cose) al desiderio di essere la figlia perfetta; in Padri la resurrezione del nonno costringe i componenti della famiglia Valli a scompigliare l’equilibrio su cui da anni basano le loro relazioni, così come in Pezzi l’arrivo dei merli che consegnano al villaggio porzioni di corpo innesca reazioni istintive e incontrollate.

D: E dunque come chiedo, ho chiesto e chiederò a qualsiasi ospite della Guida: cos’è, per te, mostro?

GT: Che si tratti di prodigio o di mostruosità, per me è proprio quell’elemento straordinario così centrale nella narrativa che mi piace; quell’elemento che provoca il clic, il punto di rottura, facendo fuoriuscire un po’ di ombre dalla metà oscura di ciascuno.

La metà oscura, insomma, l’ombra mostruosa che dicevamo: la sola con la quale ha senso periodicamente fermarsi a brindare1.

Arriveranno, le prossime pacche. Arriveranno. Dal 2 settembre in poi l’Erbario del Corpo andrà in tour: oltre al Piemonte abbiamo già in fila Lombardia, Veneto, l’ovvio Lazio e la Toscana, pure la Sicilia (se stamo a monta’ la capoccia? Se stamo a monta’ la capoccia). Ti verremo a noia, se non è successo già.

(S-montasse la capoccia done right)

Ma siccome il mio bieco fine ultimo è chiamarti a giocare con noi, prima o poi, mostro mio, nel frattempo – mentre resistiamo alla liquefazione – se ti va scrivimi, o scrivi.

Basta che, al solito, scrivi.
E, volendo,

Intanto, e sempre: GRAZIE.

1

👀 (Meno tè e più cicoria, magari, dice il mostro che sto infinitamente editando adesso. O Bloody Mary. O grappa. O l’alcool rosa.) (Macché. Spritz, dice il mostro nuovo che io ed E già culliamo all’orizzonte. Rigorosamente bianco, lo spritz.) (Poliamorosa, questa banda di bestie.) (Che non si dica che i BookBoyfriends li snobbiamo, noi) 👀

Read the original on domitillapirro.substack.com

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