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Luca Ciarrocca - Utopie & Distopie · Jun 12, 2026

Musk e SpaceX, uno schema Ponzi

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Luca Ciarrocca · Luca Ciarrocca - Utopie & Distopie

di Luca Ciarrocca

SpaceX, l’azienda di Elon Musk, sbarca oggi al Nasdaq con una valutazione stratosferica che batte ogni record di Wall Street: quasi 1,8 trilioni di dollari. Il vero spettacolo di questa Ipo (offerta pubblica iniziale) è la magnitudo dell’illusione creata dal tecno-oligarca sudafricano. Si tratta di una cifra a un’incollatura dall’Italia (il cui Pil a fine 2025 tocca i 2,2 trilioni di euro) e pari al doppio della Svizzera. Pur bruciando cassa e senza produrre utili, l’azienda vale come la quindicesima nazione più ricca del mondo.

Le grandi banche, Goldman Sachs e Morgan Stanley (capofila dell’Ipo), hanno sfornato proiezioni da fantafinanza per attirare schiere di trader, come accadde con Tesla. Volatilità assicurata e possibili grandi rialzi, ma sulla reale tenuta si vedrà in seguito. Il prospetto delinea un mercato potenziale per SpaceX di 28.500 miliardi di dollari, sul presupposto che dominerà settori produttivi oggi inesistenti, con profitti previsti in un futuro remoto. Al centro delle ambizioni di Elon c’è l’idea di mandare l’uomo su Marte con il gigantesco razzo Starship, alto 124 metri. Finora i lanci sono stati dodici, molti falliti con perdita di controllo del booster e perfino un’esplosione sulla rampa.

I registi dell’Ipo hanno riservato una quota record di azioni (fino al 20 per cento) ai piccoli speculatori – non chiamateli risparmiatori! – scardinando la prassi che blinda le matricole per i grandi fondi. Ma l’illusione di democrazia azionaria si scontra con la realtà. La governance di SpaceX è una dittatura societaria: Musk detiene il 100 per cento dei diritti di voto, blindato contro cause legali e ingerenze esterne.

Un assetto stroncato da Mark Levine, Revisore dei conti di New York: «L’influenza che l’ultramiliardario eserciterà su SpaceX segna un nuovo traguardo nel disprezzo dei diritti degli azionisti comuni». La presunta democratizzazione è la riedizione del manuale Tesla: una legione di trader entusiasti tiene a galla il titolo comprando a ciclo continuo. Effetto alimentato dal carisma del più ricco del pianeta (quello, peraltro, che fece il saluto nazista). Oggi ha un patrimonio di 800 miliardi di dollari, la prossima settimana potrebbe essere il primo trilionario della storia.

Ma fino a che punto l’ipnosi collettiva potrà soppiantare il dare e avere, visto che Elon punta a rastrellare 75 miliardi a 135 dollari per azione? Per giustificare un simile esborso, chi compra deve avere un atteggiamento fideistico, accettando dogmi assoluti. Ben tre: la colonizzazione di Marte, l’installazione di immensi data center in orbita terrestre e una supremazia nell’infrastruttura globale dell’intelligenza artificiale. Morningstar, voce solitaria nella generale piaggeria degli analisti di Wall Street, ha radiografato il piano, scoprendo il bluff: «Lo scenario ipotizzato dalle banche ha il 7 per cento di probabilità di realizzarsi».

L’intera impalcatura narrativa poggia sull’iperbole. A cominciare da Starlink, la rete satellitare vantata come futura spina dorsale delle telecomunicazioni con i suoi 10.400 satelliti, accreditata di un mercato potenziale da 1.600 miliardi. L’analisi dei fondamentali ridimensiona l’orizzonte a circa 130 miliardi, oltre dieci volte meno. Un prodotto eccellente per le aree remote, ma inidoneo a soppiantare la rete terrestre.

Il delirio contabile tocca l’apice sull’intelligenza artificiale. Il prospetto informa della fusione con xAI, la startup di Grok. Una spericolata sinergia tecnologica: SpaceX come infrastruttura di lancio, e poi supercomputer orbitali su cui gireranno i modelli di xAI, alimentati dal sole e raffreddati dal gelo cosmico, per affittare potenza di calcolo a giganti come Google o Anthropic. È su questa ipotesi – Starlink più Grok per un monopolio galattico dei dati – che Goldman Sachs proietta ricavi per 322 miliardi entro il 2030, mentre Morgan Stanley spara entrate per 3,4 trilioni (3400 miliardi) nel 2040. Morningstar è scettica sullo scenario in cui SpaceX si consolida come leader dei lanci spaziali riutilizzabili (tra parentesi: lo scorso 28 maggio il razzo Blue Origin di Jeff Bezos, concorrente di Musk, è esploso a Cape Canaveral durante un test). Ma andando al punto, il valore effettivo di SpaceX - dicono gli analisti di Morningstar - è di 780 miliardi: meno della metà di quanto sbandierato da Elon e dai banchieri.

Il bilancio rivela che nel 2025 l’azienda (ticker SPCX) ha chiuso in perdita di 4,9 miliardi di dollari, con un rosso ampliato nel primo trimestre ’26. La società ha registrato ricavi per 18,7 miliardi, quindi l’Ipo la valuta 93,6 volte il fatturato. Un moltiplicatore alieno. Per fare un confronto, il rapporto prezzo/ricavi dell’S&P 500 si attesta in media a 3,3. Comprare a questi livelli significa pagare oggi, in dollari che non hanno ancora stampato il faccione di Trump ma poco ci manca, i profitti ipotetici di un monopolio le cui promesse, se mai si realizzeranno, vedranno la luce solo tra trent’anni. Già, ma il mercato assorbe tutto. Nonostante le guerre, l’inflazione e i costi record dell’energia.

Questo mio articolo è stato originariamente pubblicato da Domani con il titolo SpaceX, un affare da 1,8 trilioni. L’ultimo illusionismo di Musk

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