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Bar Palco · Feb 10, 2026

#11 - Febbraio 2026

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Diluvio · Bar Palco

foto: Elena Pagnoni

Justin Gregg è un uomo di mezza età. Vive in Canada, nel tempo libero gioca con l’improvvisazione teatrale e canta in una band punk-rock. Ha un PhD in Psicologia e ha scritto libri. Per anni ha studiato come i delfini riescono a comunicare tra loro. Ha un rapporto particolare con gli animali non umani: è convinto che dicano cose di noi, più di quante ne possiamo osservare guardandoci allo specchio. Nella foto che vi accoglie appena aprite il suo sito, vi guarda dritto negli occhi, mentre in braccio tiene un gallo.

È affezionato in modo particolare ai suoi galli e ai suoi polli. Ma non è vegetariano: non avrebbe problemi a mangiare burger di pollo. Al mattino, prima di salire in macchina per accompagnare lǝ figliǝ a scuola, controlla sempre che sotto le ruote dell’auto non si siano riparate delle lumache, durante la notte. Se ce ne sono, le sposta. Più di una volta lǝ bambinǝ hanno fatto tardi a scuola. Non sopporta le zanzare, e in estate ne fa strage, senza troppe domande. Siamo fattǝ di contraddizioni, c’è poco da fare.

Insieme ai polli, uno degli animali preferiti di Justin è il narvalo. Non c’è un motivo particolare; nonostante gli anni passati a studiare i delfini, preferisce comunque il narvalo. E siccome è certo che gli animali non umani ci facciano capire un po’ meglio chi siamo noi animali umani, messi uno accanto all’altro non ha dubbi che un narvalo viva meglio di noi. “L’assurdità dell’idea di un narvalo che vive una crisi esistenziale è fondamentale per comprendere tutto ciò che è sbagliato nel pensiero umano”. Si diverte a metterla su questo piano: riesci a farti ascoltare più facilmente se fai anche ridere. Sarà stata l’improvvisazione teatrale, sicuro.

Così ci ha scritto un libro. Se Nietzsche fosse un narvalo. Noi siamo Nietzsche e la risposta è facile: vivremmo più serenǝ. La tesi è messa sul piano dell’utilitarismo. Il narvalo esisteva prima di noi, probabilmente esisterà anche dopo (sempre che non riusciamo a distruggere il pianeta, prima). In termini evolutivi, ce ne facciamo poco della nostra (supposta) intelligenza superiore. Vince il narvalo. L’intelligenza che alziamo sopra quelle non-umane si porta dietro gli strumenti della sua distruzione. Le ossessioni ci trascinano a fondo: siamo la specie dei perché; della paura della morte, della fine; e dell’attaccamento alla morale, che costruiamo e modelliamo per stabilire un ordine che tenga insieme tutto.

foto: Elena Pagnoni

C’è un problema: riconoscere quanto sarebbe più facile vivere come un narvalo non vuol dire riuscirci. Non ci liberiamo di una morale, non smettiamo di chiederci perché, la paura della fine non scompare. Sarebbe tutto troppo facile.

Però possiamo tornare a osservarci allo specchio. O forse, no. Faremmo ancora meglio a toglierci da davanti lo specchio: uscire e guardarci intorno. Nello specchio rimarremmo ancora una volta a riflettere, a perderci nelle nostre contraddizioni riflesse lì dentro. Proveremmo a risolverle, le contraddizioni, finiremmo per avvitarci su quella morale che mette ordine, e ci verrebbe da imporla su tutto quello che ci capita vicino. Finiremmo per distruggere, per distruggerci. I narvali non hanno mai costruito le camere a gas, butta lì Justin nel suo libro. Sempre l’improvvisazione teatrale.

È un’argomentazione assurda, fino a quando non la prendi sul serio. Se hanno ragione lǝ utilitaristǝ—e Justin con il suo libro—tutto quello che tutte le specie provano a fare una volta che capitano su questa pianeta è trovare il modo di starci, soffrendo e facendo soffrire il meno possibile. L’eccezionalità umana ci si sbriciola tra le mani, in effetti.

Succede spesso che ce lo chiedano e capita spesso di tornare a chiederselo. Che senso ha fare un festival? Forse è il nostro modo di toglierci da davanti lo specchio, di non perderci nelle nostre contraddizioni. È il nostro modo di uscire e abbracciarle, le contraddizioni, le nostre e quelle di chi abbiamo intorno. E insieme camminare in bilico tra il desiderio di diventare qualcosa e l’impossibilità di diventarlo. Intanto, camminare.

Al Maglio, al limitare del bosco c’è il palco Narvalo. Quando piove escono le lumache e appena torna il sole iniziano a ronzare le zanzare. Poi inizia la musica.

foto: Giovanni Paracini

AL MARE IN INVERNO

L’ultimo giorno di gennaio un pezzo di Diluvio è sceso a Pistoia dallǝ amichǝ di Bello Veramente per scoprire il nuovo format che hanno srotolato dal sabato alla domenica: 51100 (sì è il CAP per Pistoia, nel caso mandaste ancora buste affrancate). Abbiamo chiacchierato di Diluvio, di festival e di festival in provincia. Abbiamo ritrovato amichǝ e ne abbiamo incontratǝ di nuovǝ. Soprattutto, ci siamo accortǝ ancora una volta del bisogno crescente, dilagante, di trovare spazi, aprirli e riempirli: di musica e persone e parole. A Pistoia come più su, qui da noi. E poi siamo andatǝ a pranzo sul mare, perché era domenica, perché era inverno, perché c’era il sole.

foto: Giulio Peruzzi

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NON PRENDETE IMPEGNI - gli eventi Diluvio da segnare in calendario

Domenica 22 febbraio, tutto il giorno, dalla colazione (di quelle che si fanno tardi, è domenica) fino all’aperitivo della sera. È l’Onda #03 al MO.CA. Dj set al mattino, laboratori e talk il pomeriggio, e concerto live quando è buio ma non è ancora sera. Per tutto il giorno il bar con il mercatino dell’usato di Diluvio e i giochi, e potete sempre passare dallǝ ziǝ di Viva Vittoria a fare due chiacchiere tra i gomitoli di lana e i ferri per la maglia. La musica del mattino è di Estremo, quella della sera di Emanuele Maniscalco. L’ingresso è gratuito, mentre i laboratori sono a numero chiuso con iscrizione obbligatoria e un contributo a coprire i costi di realizzazione. Per iscriversi basta una mail a lab@diluviofestival.it e qui potete scegliere quale laboratorio vi piace di più. Passiamo la domenica insieme, fate un salto prima di andare a pranzo in famiglia, o di ritorno dal pranzo, o usateci come scusa per saltarlo. Ci trovate lì.

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DA RECUPERARE - articoli, libri, film, serie tv, podcast che ci sono piaciuti

Il mese scorso avevamo suggerito un articolo per capirne di più del futuro di Spin Time, il palazzo occupato dove ha sede la redazione romana dellǝ amichǝ di Scomodo. Ci sono temi sui quali torniamo, per assecondare coincidenze che si presentano un mese con l’altro, per scavare in un argomento un po’ alla volta. Questo è un caso che vale per tutte e due le cose. In questo articolo di qualche giorno fa per Lucy Christian Raimo mette uno davanti all’altro Spin Time e The Social Hub, due palazzi vicini, ma lontani anni luce. Due modelli di intendere la vita in città e forse la vita in generale. Cittadini v members; economia del dono v finanza; persone migranti v nomadi digitali. È lungo, ma vale la pena arrivare fino in fondo.

Immaginate di vivere su un’isola dove qualsiasi cosa può sparire da un momento all’altro. O meglio, il significato e il ricordo di ogni cosa possono sparire da un momento all’altro. Un’isola dove la Polizia della Memoria cancella ogni traccia della cosa che si è scelto di far scomparire. Un’isola dove il ricordo, o l’assenza del ricordo, sono un’arma e un obiettivo politico. È la realtà de L’isola dei senza memoria di Yoko Ogawa.

Sentimental Value è ancora al cinema per poco, e i film sono più belli visti in sala.

Se vi chiedevate com’è Andrea Lazlo De Simone che interpreta Vincenzo Bellini (quello della Norma) in un podcast sulla storia dell’opera lirica in Italia, questa puntata di Vissi d’arte è quella che stavate cercando.

È uscito il Tiny Desk dei Geese.

SHUFFLE - un po’ di musica che stiamo ascoltando

Marco Giudici

Mandy, Indiana

Sara Gioielli

Merli Armisa

CI VEDIAMO IN GIRO - i concerti che andiamo a vedere questo mese

Senzapalco, tutti i mercoledì sera @Belafonte Brescia

13/2 Last Dinner Party @Fabrique Milano

14/2 Irossa @Arcipelago Cremona

15/2 Sound Faustino @Tropicana Brescia

27/2 Sick Tamburo @Druso Bergamo

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ci vediamo il 22 febbraio a MO.CA :)

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Read the original on diluvio.substack.com

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