Ricordo di essere rimasto diversi minuti in cabina armadio, al buio per non svegliare mia figlia che dormiva. Osservavo la macchina fotografica di fronte a me, immobile, indeciso se prenderla o meno. Lo sai che se la riprendi poi non ne esci più, e torni a chiederti incessantemente “cosa ne faccio?” “Che senso hanno tutte queste fotografie?” Provavo un misto di paura ed eccitazione, sempre a braccetto. Lo so da psicoterapeuta che la parte peggiore sta proprio lì, nel punto tra l’agire e il pensare, in quel “tra” che è fatto di immobilità e occasioni perdute. Poi arriva l’intuizione, agganciandomi alla parte di me che sa essere saggia e calma. La ascolto mentre mi dice: Davide, sei un fotografo freelance, inizierai a fotografare e a poco a poco capirai cosa stai facendo. Non devi sempre sapere prima quello che ti aspetta. Respira, e vivi.
Così il 22 settembre scendo per strada a favore della popolazione palestinese, contro le alleanze tra governo italiano e Israele. Scendo per strada per prendere posizione, partecipare e comunicare chiaramente da che parte sto. Per dirlo oggi e per poter rispondere in futuro ai miei figli qualora mi chiederanno: cosa facevate in quegli anni? Negli anni del genocidio del popolo palestinese?
A metà corteo ho avvicinato un fotoreporter, uno di quelli ufficiali, con tesserino al collo. Gli ho chiesto “senti ma come funziona qui, io nella vita faccio altro, e voglio continuare a farlo, mi piacerebbe però entrare nel mondo del fotogiornalismo”. Sorride un po’ imbarazzato e mi risponde deciso: il fotogiornalismo è morto. Eravamo in via Madama Cristina, poco oltre il ristorante Terrasanta Palestina, luogo che frequento settimanalmente da quando mi sono interessato con maggiore consapevolezza alla questione palestinese. Mi meraviglia sentire che non mi sfiora neppure quella risposta, lasciando invece spazio a sogni, prospettive e possibilità. (spoiler: incontrerò quel fotografo per caso 68 giorni dopo, sul vagone di un treno che da Torino porta a Genova, in una delle giornate più cruciali di questo inizio di storia).
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RIVERBERO In questi mesi accanto alla tragedia del genocidio palestinese ho incontrato spesso il senso di impotenza. L'ho trovato in me e nei vissuti condivisi dai miei pazienti. Da dentro il corteo mi accorgo subito di una cosa, semplice ma enorme: impotenza e azione sono profondamente connessi. Lo sapevo ma sentirlo lo rende più vero (sapere senza sentire è sapere a metà). Esiste una dimensione intimamente individuale nella dinamica delle manifestazioni di protesta. Ha a che fare con la trasformazione di qualcosa in qualcos'altro; uno sblocco di energie trattenute. Il corteo offre un luogo al dolore, alla rabbia e alla paura, un destinatario. Il corteo, facilitando l'espressione di sentimenti e vissuti altrimenti ostacolati, attiva la funzione fisiologica del sé che nell'ambiente e nel corpo trova la cura. Passare all'azione, trasformare l'emozione in azione rappresenta un importantissimo movimento, liberatorio, trasformativo e terapeutico. Descrive un passaggio dall'isolamento a all'appartenenza, dalla paralisi al movimento, da silenzi a presenze: il corpo presente dice ci sono.
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