Nel 2020 mi è venuto un burnout.
Quando ne parlo, molti danno per scontato che sia successo mentre facevo l’imprenditore. In effetti, gestire un’azienda comporta responsabilità, ritmi intensi e pressione costante.
La verità, però, è che il burnout mi è venuto quando ero ancora un dipendente.
Lo specifico perché credo faccia tutta la differenza del mondo. Oggi ho una consapevolezza diversa del lavoro, dello stress e dei miei limiti. Sei anni fa no. Ero un ragazzo che cercava di fare bene il proprio lavoro senza rendersi conto che, nel frattempo, stava consumando le proprie energie mentali.
Questo non è un articolo medico e non vuole spiegare scientificamente come si esce da un burnout. Sarebbe presuntuoso e sbagliato. Posso solo raccontare la mia esperienza: cosa mi ha portato fin lì, come me ne sono accorto e cosa mi ha aiutato a riprendermi.
Se stai vivendo una situazione simile, il consiglio più importante è di rivolgerti a uno specialista.
Era marzo del 2020, il primo lockdown. In pochissimi giorni ci siamo ritrovati a vivere una realtà completamente diversa a causa di un asiatico irresponsabile.
Ma in fondo il “butterfly effect” è proprio questo: un cinese mangia un pipistrello e noi ci troviamo tre mesi dopo a cantare l’inno di Mameli dal balcone di casa.
Oggi parlare di smart working è normale, ma nel 2020 era qualcosa di cui si leggeva solo negli articoli sul futuro del lavoro. Ricordo ancora un pezzo del tipo: “Nel 2035 il 70% delle persone lavorerà da casa”.
Beh… il 2035 è arrivato con quindici anni di anticipo. Da un giorno all’altro milioni di persone hanno aperto il laptop sul tavolo della cucina, chi per comprare la macchina del pane, chi per lavorare come di consueto. Io ero il secondo, convinto che bastasse cambiare stanza per continuare a lavorare nello stesso modo.
Col senno di poi, è stato uno dei miei errori più grandi. In ufficio esistono interruzioni naturali che nemmeno percepisci: il tragitto in metro, la pausa pranzo, la chiacchiera con un collega, il camminare indaffarato tra i corridoi facendo finta di essere molto impegnato, l’uscire dall’edificio a fine giornata. Sono piccoli momenti che permettono al cervello di cambiare contesto. A casa quel confine era scomparso. Il posto in cui lavoravo era lo stesso in cui mangiavo, mi rilassavo e dormivo. Il computer era sempre davanti ai miei occhi e il lavoro ha occupato ogni spazio della giornata.
Certo, ero temporaneamente scappato da quel buco inquinato di Milano in cui vivevo per tornare in provincia di Padova dai miei, ma non bastava.
Perché? Perché avevo eliminato tutto ciò che, senza rendermene conto, mi aiutava a recuperare energie. E il corpo, quando smetti di recuperare, prima o poi presenta il conto.
Non ricordo il giorno preciso, ma ricordo perfettamente la sensazione. Mi sono seduto davanti al computer, ho acceso il monitor e fissato lo schermo. Sapevo cosa fare, erano le stesse attività di sempre. Eppure c’era qualcosa di diverso: non riuscivo a iniziare.
Era come se qualcuno avesse abbassato un interruttore dentro la mia testa. Ogni tentativo di concentrarmi durava pochi secondi, poi la mente tornava a vagare, sopraffatta da un’ansia e una stanchezza mai provate prima.
Fino ad allora avevo pensato che lo stress fosse qualcosa da sopportare: stringi i denti e prima o poi passa. Quella mattina ho capito che c’è una differenza enorme tra essere stressati e non avere più energie mentali. Lo stress ti fa venire voglia di scappare dal lavoro; il burnout ti toglie la capacità stessa di affrontarlo. Il mio corpo mi mandava segnali da tempo, ma io li avevo ignorati.
Pensiamo che il burnout arrivi all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno. In realtà è il punto di arrivo di piccoli campanelli d’allarme che minimizziamo.
Ti senti più stanco del solito? Sarà una settimana pesante.
Dormi peggio? Passerà.
Sei nervoso? Hai solo bisogno di un weekend di riposo.
Troviamo spiegazioni razionali a qualcosa che ci sta dicendo molto di più.
Io ebbi una reazione che considero una delle cose migliori che abbia fatto: ne parlai subito con i miei genitori. Non aspettai settimane e non mi vergognai. Quando stai male, la mente tende a convincerti che devi risolvere tutto da solo, che chiedere aiuto sia una debolezza. È il contrario. Il burnout non si risolve facendo finta che non esista. Più provi a ignorarlo, più peggiora.
A quel punto presi una decisione semplice: mi fermai.
La prima cosa che ho fatto è stata chiedere la malattia. Può sembrare banale, ma per molti è il passaggio più difficile. Esiste una cultura tossica secondo cui fermarsi equivale a perdere tempo o mostrare fragilità. Spesso interiorizziamo l’idea che il valore di una persona sia proporzionale alla sua capacità di resistere alla pressione. E qui è complice il contesto lavorativo di merda in cui viviamo.
Feci una settimana di malattia, ma avrei dovuto prendermi più tempo. Il recupero mentale non funziona come un interruttore: non è che dopo sette giorni torni automaticamente come prima. Il primo errore è pensare che il burnout sia solo stanchezza. La stanchezza passa dopo una notte di sonno. Il burnout è una situazione in cui hai superato una soglia e devi ricostruire un equilibrio perso. È come usare un motore senza fare manutenzione: quando si rompe, non basta spegnerlo per dieci minuti. Devi sistemare ciò che si è usurato.
Durante quei giorni cercai di fare le cose più basilari: camminare in giardino (ricordiamo, siamo nel pieno del lockdown), stare all’aria aperta, dormire meglio, ridurre gli schermi e fare attività sportiva. È difficile da accettare per chi ragiona sempre in termini di risultato, ma alcune attività hanno valore proprio perché non producono nulla.
Tendiamo a vivere come se fossimo soltanto cervello. Ma dimentichiamo che lo stato mentale dipende anche dal nostro corpo.
I latini dicevano “Mens sana in corpore sano” (scusa la banalità).
L’attività fisica è stata una delle mie valvole di sfogo più importanti. Quando sei dentro un forte stress mentale, vivi nei tuoi pensieri. Lo sport ti riporta nel presente. Per un momento smetti di combattere contro qualcosa che esiste solo nella tua testa.
La stessa cosa vale per la socialità. Logicamente, durante il lockdown era difficile, ma appena possibile tornare a vedere persone e condividere ciò che vivevo è stato fondamentale. Quando stai male tendi a isolarti per non pesare sugli altri o perché pensi che nessuno capisca. Ma l’isolamento alimenta il problema.
Resisti nella lettura ancora un po’. Questa è la parte a cui tengo di più.
La cosa che più mi ha aiutato nel lungo periodo è stata la meditazione. Prima del burnout avevo una visione superficiale di questa pratica. O, a dirla tutta, quasi non la conoscevo.
Meditare significa, in soldoni, imparare a osservare i pensieri senza farsi trascinare. Un po’ come stare sul ciglio di una strada a guardare le macchine che passano: vedi un'auto passare per qualche secondo, ma non sai da dove viene né dove andrà. Sai solo che è lì davanti a te, in quel preciso momento. E questa è l’unica cosa che conta.
Quando sei ansioso, non soffri solo per la realtà, ma per il film che la mente costruisce. La mindfulness mi ha insegnato a creare uno spazio tra quello che penso e quello che sono.
Ho iniziato con dieci minuti al giorno. La cosa più importante era la costanza: dieci minuti quotidiani sono più utili di una sessione lunghissima ogni tanto.
È curioso che questa pratica sia entrata nella mia vita quando ero costretto a rallentare, e negli anni successivi sono riuscito a portarla con me in situazioni diverse: durante il secondo lockdown al lago di Garda (la zona rossa nei primi mesi del 2021) o lungo la Via Francigena.
Una pratica nata migliaia di anni fa è diventata uno strumento che mi ha aiutato nell’epoca degli smartphone, delle notifiche e della continua stimolazione.
Purtroppo devo dire che ho abbandonato da tempo questa pratica. Peccato.
Per quanto lo stile di vita, l’attività fisica e la meditazione mi abbiano aiutato, non voglio far passare il messaggio che basti una passeggiata o dieci minuti di mindfulness per uscire da un burnout.
Sarebbe una semplificazione pericolosa.
Nel mio caso, il burnout è stato seguito da un periodo di forte ansia e depressione. Per affrontarlo mi sono rivolto a un medico che mi ha supportato anche attraverso una terapia farmacologica. Lo dico apertamente perché c’è ancora troppo stigma intorno a questo tema. Trattiamo la salute mentale come qualcosa di separato dalla salute fisica: se ti rompi una gamba vai in ospedale senza pensarci, ma se hai un problema psicologico provi vergogna, come se fosse una debolezza. Non lo è. Chiedere aiuto quando non riesci più a gestire una situazione è una forma di responsabilità verso te stesso.
Con il senno di poi, avrei dovuto iniziare prima un percorso con uno psicoterapeuta. L’ho fatto diversi anni dopo, quando sentivo il bisogno di confrontarmi in modo più profondo. Sarebbe stato utile farlo anche allora. Uno psicoterapeuta non ha la bacchetta magica, ma ti aiuta a vedere schemi e dinamiche che, quando sei immerso nella situazione, non riesci a riconoscere.
Se tornassi al 2020, farei alcune cose prima. La prima sarebbe ascoltare i segnali del mio corpo e non aspettare di arrivare al limite. Abbiamo una strana capacità di adattamento: ci abituiamo alla stanchezza, alla pressione e alla mancanza di entusiasmo. Ma il fatto che tu riesca ad adattarti a una situazione non significa che quella situazione sia sana.
La seconda cosa sarebbe chiedere supporto specialistico prima, per accelerare le fasi di recupero confrontandomi con una persona competente.
La terza sarebbe proteggere maggiormente gli spazi vuoti. Questa è la lezione più difficile per chi ha una mentalità orientata alla crescita. Siamo portati a pensare che ogni spazio libero sia un’opportunità persa: un’ora senza fare niente poteva essere usata per lavorare, una giornata senza obiettivi poteva essere più produttiva. Ma quegli spazi non sono tempo buttato, sono manutenzione. Come un’azienda deve investire in infrastrutture per funzionare meglio, così una persona deve investire nella propria energia mentale e fisica.
A distanza di anni, non posso dire che il burnout sia stata un’esperienza bellissima. È stata difficile e avrei preferito evitarla. Però sarebbe falso dire che non mi ha lasciato nulla.
Mi ha costretto a fermarmi e guardare cose che avrei continuato a ignorare. Mi ha insegnato che la produttività senza equilibrio è solo un modo elegante per consumarsi, che la mente va allenata come il corpo, e che chiedere aiuto non significa essere deboli. Mi ha insegnato soprattutto che il tempo e l’energia sono le vere risorse limitate. Il denaro puoi recuperarlo, un’opportunità puoi ricrearla, un progetto puoi rifarlo. Ma se consumi completamente te stesso, tutto il resto perde valore.
Oggi guardo quel periodo con una certa gratitudine per la consapevolezza che mi ha dato.

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