Una donna afgana prigioniera del suo burqa, immersa in uno scenario polveroso e spoglio. Quante volte abbiamo visto foto così? Immagini che, se osservate con attenzione, non cristallizzano solo la condizione terribile delle donne afgane, ma anche la loro doppia discriminazione: colpite anche dalla crisi climatica.
Se ne parla poco: lo facciamo noi questa settimana con Sara Del Dot, giornalista e documentarista freelance, molto attenta a questi temi.
La crisi climatica non conosce generi, confini, né classi sociali. A fare la differenza è quasi sempre la possibilità di adattarsi, di mettersi al riparo dalla molteplicità dei suoi effetti. E questo la rende un potente amplificatore delle disuguaglianze economiche e sociali. Chi non può permetterselo - perché povero, o discriminato - è fregato.
È qui che i diritti umani si intrecciano con la giustizia climatica. È qui che trova un senso la frase attribuita Chico Mendes: “l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”.
E quando sono gli stessi diritti basilari dell’esistenza a essere messi in discussione, anche l’idea di poter rimodellare la vita delle comunità in base ai cambiamenti climatici e agli eventi estremi non trova spazio nel dibattito e quindi nemmeno sponda politica, presa di cura, attenzione alla vita stessa. In Afghanistan questa dinamica è esacerbata.
Diritti umani e crisi climatica sono due temi profondamente intrecciati. Mi sono chiesta dove fosse il punto di incontro in un contesto in cui i primi sono estremamente compromessi e la seconda si manifesta in tutta la sua forza.
L’Afghanistan è infatti uno dei Paesi in cui gli effetti della crisi climatica colpiscono con più forza, nonostante contribuisca per una piccolissima parte (circa lo 0,3%) alle emissioni globali.
Dal 1950 al 2024 la temperatura media lì è aumentata di 1,8 °C. Un aumento che comporta crisi idrica e siccità (quella del 2018/2019 ha causato lo sfollamento di 400mila persone), insicurezza alimentare, problemi per l’economia e la sussistenza delle comunità, l’intensificarsi di fenomeni estremi come desertificazione e inondazioni, che si manifestano con una distruttività difficile da gestire nell’immediatezza dell’urgenza e soprattutto nelle conseguenze a lungo termine.
Su 34 province dell’Afghanistan, 21 sono estremamente vulnerabili alle inondazioni. L’ultima è avvenuta a luglio nella provincia del Nuristan, provocando 20 morti e oltre 100 feriti.
A causa della posizione geografica, poi, nel corso degli anni si sono verificati terremoti devastanti, per citarne alcuni recenti quello di magnitudo 6.3 nella provincia di Herat del 2023 che provocò migliaia di vittime, o quello dell’agosto 2025, 1.400 morti.
Di tutto questo sono le donne a subire le peggiori conseguenze. Impossibilitate a uscire senza essere accompagnate da un uomo, rimangono in casa con i figli essendo quindi più esposte, sacrificano la propria igiene personale per l’approvvigionamento idrico della famiglia, faticano a essere curate in assenza di dottoresse donne. Nei momenti di crisi sono totalmente dipendenti da interventi esterni e aiuti umanitari.
“Durante il terremoto di Herat la maggior parte delle vittime e dei feriti sono state donne e bambini, che in quel momento si trovavano nelle loro case e sono rimaste intrappolate sotto le macerie. Molte hanno dovuto scavare con le proprie forze per uscirne perché gli uomini non potevano toccarle”.
A raccontarlo sono alcune attiviste di Rawa, (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) la più antica organizzazione indipendente di donne afghane del Paese, la cui voce è arriva fino a noi grazie al Cisda, Coordinamento italiano sostegno donne afghane, in occasione dei cinque anni dalla presa di Kabul del 2021.
“Il giorno del terremoto, una delle nostre squadre sanitarie si è recata a Herat e ha potuto constatare la presenza di donne e bambini sotto le case crollate. Così è successo anche nelle province di Samangan e Mazar durante un terremoto successivo. L’assistenza umanitaria è ciò che porta le squadre in Rawa in queste zone, ma alcune persone del posto, insieme al governo, cercano di sfruttare le persone che portano aiuti sanitari chiedendo di consegnare tutto a loro e dicendo di visitare prima gli uomini e, solo dopo, le donne.”
Avete letto bene: “solo dopo le donne”. Queste ultime parole colpiscono, nella loro disarmante semplicità. Perché la crisi climatica sta vivendo tutt’altro che un’inversione di marcia, a differenza dei diritti delle donne afgane, violentemente arretrati negli ultimi cinque anni. E davanti a fenomeni estremi come la siccità che mette in pericolo la sussistenza di intere comunità, inondazioni che colpiranno con una distruttività sempre maggiore, chi non può ripararsi, chi non può scappare, chi verrà messo dolosamente in salvo per ultimo sarà, inevitabilmente, ancora più in pericolo. Privato - anzi, privata - anche della possibilità di fare la propria parte per trovare le strategie collettive per affrontare il futuro.
In questo buco nero però la voce delle donne afgane, seppur flebile, c’è ancora. Sta a noi ascoltarla.
Oltre a Sara Del Dot ringraziamo per questo numero di Rights Now anche Carla Dazzi, attivista del Cisda e, come avrete notato, un’ottima fotografa che da anni frequenta l’Afghanistan.
Fra poche settimane riprenderà Rights Now, il settimanale della Fondazione Diritti Umani in onda alle 8 di ogni lunedì mattina su Radio Popolare. Ma per non lasciarvi a bocca asciutta, dopo le 5 puntate del podcast sul caso PFAS in Veneto, ho deciso di proporvi le 6 puntate del podcast che abbiamo prodotto per la Rai. Protagonista Paolo Bernasconi, il nostro presidente, che negli anni ‘70 è stato protagonista come magistrato delle più scottanti inchieste che hanno interessato i loschi affari economici e mafiosi.
Buon ascolto!

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