And when it comes the time to check and rearrange shit
there are things behind things behind things
(Bon Iver, THINGS BEHIND THINGS BEHIND THINGS)
Quando si pronuncia la stessa parola molte volte inizia a perdere senso, a deformarsi. Le lettere si confondono, trovano nuove combinazioni, e quella parola alla fine è diventata un’altra restando sempre la stessa. Il meccanismo può andare avanti a oltranza, ma dovrà scontrarsi con la realtà biologica della persona, che ad un certo punto si fermerà (o verrà fermata). Guardare Backrooms di Kane Parsons attiva lo stesso circuito, solo che lì il loop infinito è possibile.
Mary è una psicologa, Clark il suo paziente. Lei affermata, razionale, scrive libri di auto aiuto per mostrare alle persone come ricostruirsi. Lui stanco, alienato, carico di frustrazione per la fine del suo matrimonio. Attraverso un gioco di ruolo terapeutico, Mary fa rivivere a Clark un momento traumatico “recitandolo” in un ambiente sicuro per cambiarne l’impatto emotivo, favorendo quindi una sovrascrittura attraverso l’inserimento di elementi nuovi, come un cambio di prospettiva. Lui, però, ci torna sopra con la stessa rabbia e le stesse parole, negando la possibilità di un varco attraverso cui la tecnica possa funzionare.
Un giorno le dice di aver trovato uno spazio segreto, con altri spazi collegati, nel seminterrato del suo negozio di arredamento (salotti esposti, fallimento domestico di Clark). Dice che raccontare quel luogo è come descrivere un cane a qualcuno che non ne ha mai visto uno e poi chiedergli di disegnarlo. È l’evidenza di qualcosa di incomunicabile che si trasforma in ossessione. La sua discesa in quel labirinto giallo assomiglia al ripetere la stessa parola e vederla mentre si altera, al soffermarsi su un ricordo e, inevitabilmente, riassemblarlo ogni volta che lo si visita. E quando Mary lo raggiunge dentro quelle stanze, pensando di salvarlo ed essere immune allo stesso martellamento, si accorge che anche lei in fondo non è stata capace di riscrivere il suo sentiero.
Questa deriva è la traduzione fisica di un’architettura psichica che ricalca quella di internet. Le Backrooms, nate come mito collettivo della rete, incarnano una mente che fagocita un singolo trauma per clonarlo e distorcerlo attraverso la coazione a ripetere. In questo cortocircuito il fuori campo cessa di essere un semplice limite visivo e si trasforma nel rimosso psicologico (che alimenta l’orrore) materializzato nell’ambiente. È una traiettoria vicina al cinema di Jane Schoenbrun e in particolare a We’re All Going to the World’s Fair, ma invertita. Se lì lo schermo è una tana identitaria e una protezione dal mondo reale, nell’opera di Parsons quella barriera crolla.
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In questo vocale rispondo ad uno dei vostri messaggi (i mittenti resteranno anonimi).
« Ci sono dei momenti in cui mi sento schiacciato dal senso di colpa. Non per qualcosa che ho fatto, ma per il semplice fatto di andare avanti con la mia vita. »
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Grazie per essere qui! Al prossimo martedì :)
Elisa

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