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Coondivido · Aug 12, 2026

Ti voglio bene. Come hai detto che ti chiami?

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Condivido Cose · Coondivido

Conosco persone capaci di dimenticare qualsiasi cosa.

Non parlo delle chiavi di casa, che hanno una naturale predisposizione alla latitanza, o dell’appuntamento dal dentista, che il cervello umano è programmato per rimuovere a scopo di sopravvivenza.

Parlo di informazioni che riguardano te.

Gliele dici.

Ti ascoltano.

Annuiscono.

A volte fanno anche quella faccia molto concentrata che induce a pensare che la notizia sia stata acquisita, protocollata e depositata in un luogo sicuro.

Tre giorni dopo:

«Ma tu non odiavi i ravanelli?»

No.

Li adoro.

Da sempre.

Quella dei ravanelli, naturalmente, è la versione innocua. Poi ci sono quelli che dimenticano dove sei stata, cosa stai facendo, il nome di una persona della quale parli da undici anni e quel piccolo dettaglio che avevi raccontato durante una conversazione che per te era importante.

Tu ricordi tutto di loro.

Sai come prendono il caffè, quale biscotto comprano, quale canzone detestano, che il martedì non possono perché hanno quella cosa che ti hanno spiegato nel 2019 e che il blu gli piace ma non troppo scuro.

Loro, davanti alla tua vita, hanno evidentemente selezionato l’opzione «navigazione in incognito».

Per anni ho pensato che fosse una questione di memoria. Poi ho cominciato a sospettare che la memoria c’entrasse fino a un certo punto.

Qualche mese fa ho sentito una ragazza dire in un’intervista: “I remember” is more romantic than “I love you”.

Mi è rimasta in testa.

Forse perché ti amo è una frase enorme e proprio per questo gode di una certa libertà amministrativa. Una volta pronunciata sembra contenere tutto: affetto, attenzione, presenza, devozione, magari anche il diritto di dimenticare che avevi una visita importante proprio quella mattina.

«Ma io ti amo.»

Benissimo.

La visita era alle nove e trenta.

Ricordare funziona in maniera meno spettacolare. Non ha musica, candele, anniversari obbligatori né fotografie con tramonto incorporato. Si presenta sotto forme decisamente meno cinematografiche.

«Ti ho preso quello con la cannella.»

Ecco.

Quella frase lì.

La cannella.

Uno può dichiararti amore eterno sotto la Tour Eiffel, ma se dopo quindici anni continua a ordinarti il dolce con la cannella quando sa che la detesti, qualche domanda logistica prima o poi te la fai.

Non necessariamente sull’amore.

Sull’archivio, almeno.

Essere ricordati ha qualcosa di profondamente rassicurante perché significa essere rimasti da qualche parte nella testa di un altro mentre noi eravamo altrove a fare tutt’altro.

Qualcuno entra in un supermercato, vede una confezione di cereali e pensa a te. Sente una canzone. Passa davanti a una libreria. Ordina un tè e ricorda che tu quello non lo berresti neanche sotto interrogatorio.

Sono associazioni minuscole, quasi ridicole se raccontate.

Eppure funzionano.

Forse perché nella vita adulta passiamo una quantità impressionante di tempo a spiegare chi siamo.

Compiliamo profili, raccontiamo gusti, specifichiamo preferenze, aggiorniamo amici e parenti sulle nostre vicende, correggiamo informazioni obsolete.

«No, non lavoro più lì.»

«No, non frequento più quella persona.»

«No, non mangio più quella cosa.»

«Sì, te l’avevo detto.»

Quest’ultima frase meriterebbe una categoria autonoma nella storia delle relazioni umane.

Sì, te l’avevo detto.

Dentro ci sono rassegnazione, affetto, una punta di istinto omicida e la consapevolezza che probabilmente dovrai raccontarlo ancora.

Eppure continuiamo.

Perché vogliamo essere ascoltati, certo, ma soprattutto vorremmo evitare di doverci presentare ogni volta da capo alle persone che ci conoscono.

Essere visti, alla fine, ha molto a che fare con questo.

Con qualcuno che registra i dettagli senza che tu debba sottolinearli con l’evidenziatore.

Con chi si ricorda che quel giorno eri preoccupata e ti domanda com’è andata.

Con chi legge quello che hai scritto, ascolta quello che hai fatto, viene a vedere qualcosa che per te conta senza rifugiarsi nel comodissimo «tanto sa che faccio il tifo per lei».

No.

Non sempre lo sappiamo.

L’affetto implicito è una splendida invenzione, soprattutto per chi deve manifestarlo.

Fa risparmiare telefonate, messaggi, complimenti, presenze e perfino qualche regalo.

«Ma tanto lo sa.»

Economicamente imbattibile.

Solo che ogni tanto sarebbe bello ricevere una prova dell’avvenuto deposito.

Anche piccola.

Non servono dichiarazioni solenni. Personalmente diffido persino un po’ delle dichiarazioni solenni: richiedono preparazione e spesso anche un buon ristorante.

Mi basta molto meno.

Una domanda fatta nel giorno giusto.

Un link mandato perché «ho pensato a te».

Qualcuno che ricorda una cosa detta mesi prima.

Perfino il prodotto corretto preso al supermercato.

Poi, certo, continueremo ad amare anche gli smemorati.

Quelli che ci guardano con sincero affetto mentre raccontiamo per la quarta volta la stessa cosa e alla fine dicono:

«Ah sì, ora mi ricordo.»

Mentono.

Ma almeno, per qualche secondo, ci hanno visti.

Read the original on coondivido.substack.com

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