Qualche giorno fa qualcuno mi ha fatto un favore.
Una cosa piccola, niente da raccontare ai nipoti. Avevo bisogno di una mano, l’ho chiesta quasi scusandomi, come facciamo ormai quando chiediamo qualcosa a qualcuno, e quella persona mi ha detto sì.
Fine.
Il problema è che io, invece di prendere quel sì, ringraziare e andare avanti con la mia vita, ho cominciato immediatamente a pensare a come ricambiare.
Un caffè? Una cena? Un favore equivalente? Magari non subito, che sembra brutto, ma da tenere lì, contabilizzato nella misteriosa partita doppia dei rapporti umani.
Dare. Avere. Mancava soltanto Excel.
Poi mi sono accorta della cosa più interessante: l’altra persona non mi aveva chiesto niente. Non aveva lasciato intendere niente. Non aveva pronunciato il terribile “poi magari quando hai tempo…”, formula con cui vengono normalmente presentati favori che hanno già una rata incorporata.
Il debito l’avevo creato io.
“Nessuno fa niente per niente” è una di quelle frasi che abbiamo sentito così tante volte da aver smesso di ascoltarla. Appartiene alla stessa grande famiglia di “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, solo un po’ più cinica e molto più adatta all’età adulta.
La impariamo presto. A volte perché qualcuno ce la ripete, altre perché prendiamo una discreta quantità di fregature e decidiamo che tanto vale trasformare l’esperienza in filosofia.
Il sospetto, del resto, ha i suoi vantaggi. Ti fa sentire preparato.
Uno ti fa un complimento? Vuole qualcosa.
Ti telefona dopo mesi? Sicuramente gli serve qualcosa.
Ti offre un passaggio? Vedrai.
Ti dedica del tempo senza controllare l’orologio? Molto sospetto.
A un certo punto sembriamo investigatori privati delle intenzioni altrui. Ogni gesto finisce sotto la lampada dell’interrogatorio: perché l’ha fatto? Cosa vuole? Dove vuole arrivare?
A volte, va detto, arriviamo alla risposta giusta. Il tornaconto esiste eccome. Ho conosciuto persone capaci di ricordare un caffè offerto nel 2007 con la precisione contabile di un funzionario dell’Agenzia delle Entrate. Gente che regala, presta, ascolta, accompagna, presenta qualcuno a qualcuno e conserva tutto in archivio.
Prima o poi arriva la fattura.
Solo che avere incontrato persone così non trasforma automaticamente il resto dell’umanità in una società a responsabilità limitata.
Qualcuno fa qualcosa per niente.
La frase sembra quasi ingenua, detta così. Peggio: sembra buonista. E invece credo che la gratuità sia una faccenda molto meno zuccherosa di quanto immaginiamo.
A volte costa.
Costa tempo, che è probabilmente la cosa che difendiamo peggio e rimpiangiamo di più. Costa attenzione. Può costare denaro. Può voler dire cambiare programma, uscire di casa quando si preferirebbe restare sul divano, rispondere a una telefonata lunga nel momento meno adatto, fare venti chilometri in più, leggere dieci pagine scritte da qualcuno perché per lui quelle dieci pagine contano.
E nessuno di questi gesti necessita di un monumento.
La gratuità che mi interessa sta soprattutto nelle cose minuscole, quelle che spesso non vengono neppure raccontate perché non fanno curriculum morale.
Uno si ricorda che avevi un appuntamento importante e ti scrive per sapere com’è andata. Qualcuno vede una cosa che potrebbe servirti e te la manda. Una persona resta ad ascoltarti cinque minuti più del necessario. Un amico ti accompagna da qualche parte senza trasformare il tragitto in un credito esigibile.
Non cambia il mondo. Cambia quel quarto d’ora.
E forse ci mette a disagio proprio questo. Abbiamo imparato molto bene a ricevere ciò che possiamo pagare. Il conto del ristorante è chiarissimo: mangio, pago, saluto. Anche le relazioni fondate sullo scambio hanno una loro rassicurante geometria: io faccio questo, tu fai quello, siamo pari.
Ma quando qualcuno ci dà qualcosa e non presenta il conto, rimane una specie di spazio vuoto.
Che facciamo?
Il mio primo impulso, evidentemente, è riempirlo.
Ricambiare. Pareggiare. Togliere quella piccola sensazione di essere debitrice. Eppure, pensandoci, forse ricambiare subito può perfino rovinare il regalo. È come se dicessimo: grazie, ma questa cosa gratuita mi mette un po’ in ansia, trasformiamola rapidamente in uno scambio commerciale così dormiamo tutti tranquilli.
Naturalmente la gratuità non significa diventare santi. Né farsi usare, dare sempre, dire sempre sì, prestare soldi a chiunque o trasformare casa propria in un pronto soccorso sentimentale aperto ventiquattr’ore.
Possiamo essere generosi e avere confini. Possiamo dare senza aspettarci qualcosa e, il giorno dopo, rifiutare una richiesta. Le due cose convivono benissimo.
Forse è proprio questo che rende certi gesti riconoscibili.
Sono liberi.
Non chiedono di essere restituiti nello stesso formato, alla stessa persona, possibilmente entro trenta giorni.
Il favore ricevuto qualche giorno fa non l’ho ancora ricambiato.
Mi prudono un po’ le mani, lo ammetto.
Ogni tanto penso che dovrei inventarmi qualcosa, così pareggiamo i conti e torno finalmente nella confortevole normalità dei rapporti umani amministrati come piccoli condomìni.
Per ora resisto.
Ho detto grazie.
Magari basta.
E magari, un giorno, farò qualcosa per qualcun altro che non potrà essermi utile in nessun modo.
Senza segnarmelo.

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