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Guida Galattica per Enostappisti · Dec 30, 2025

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Giulia Ciampolini · Guida Galattica per Enostappisti

Ciao, io sono Giulia e questa è la terza stagione della Guida Galattica per Enostappisti: la newsletter che ti aiuta a unire i puntini nell’universo vino, un paio di bottiglie / canzoni / parole / vicende random / link al mese. 

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🚀 Rotolando verso Sud

Scrivo queste parole mentre scivoliamo pian piano verso Sud, seguendo quasi per inerzia il ritmo rilassato di queste strambe giornate festive, l’arrivo a Taranto è previsto per le ore 19:41: va tutto bene.

Ho pensato e ripensato a questo piccolo spazio virtuale dedicato al vino che ho costruito con dedizione e costanza, al senso che può avere nel mare sempre più affollato e agitato delle newsletter, in un momento in cui ormai tutti ne hanno o ne vorrebbero scrivere una, sempre più persone stanno attraccando qua su Substack, in fuga dal mondo malato dei social media, e c’é un crescente, sempre più assordante rumore di fondo: sta diventando sempre più difficile capire cosa valga la pena leggere.

Continuare? Chiudere baracca? Sicuramente sento un forte bisogno di cambiare passo. Nell’epoca dell’AI allo stato brado, pensare a questa newsletter come un collettore di “vini da provare” mi suona tanto ingenuo, quanto inutile — chiedete a Perplexity o ChatGPT che vino abbinare alla vellutata di zucca e sputerà fuori opzioni per tutti i budget e tutti i gusti più uno. E quindi? Più che di bottiglie, intanto ci facciamo collettore di pensieri sparsi attorno al vino, fermo restando che, se preferite interagire con una persona e non affidarvi alle risposte probabilistiche dell’intelligenza artificiale, potete chiedere consiglio su cosa bere rispondendo a questa email o contattandomi su Instagram.

Arriviamo alla questione odierna: perché beviamo quello che beviamo? Cosa cerchiamo nel calice? Negli ultimi mesi (o dovrei dire anni?) mi sono imbattuta in una serie estenuante di articoli / video / conversazioni sul fatto che beviamo sempre meno, provvisti di improbabili compendi su come poter combattere / ignorare la questione; tra gli ultimi trend, varie voci portano avanti la tesi secondo cui il declino nei consumi di alcol di fatto impatterebbe anche il nostro modo di vivere il mondo come animali sociali. Sbronza in enoteca is the new “esci a toccare l’erba”. Il buon vecchio “si stava meglio quando si stava peggio” declinato in bicchieri al bancone: meglio sbronzi in compagnia, che sobri in solitudine?

Come per tante altre questioni (che abbiamo il privilegio di porci perché siamo nati nel lato fortunato del mondo) io credo che il valore di tutte queste fini elucubrazioni non stia tanto nel trovare una risposta, ma nello sforzo intellettuale di andare a cercarla, una risposta.

Siamo spettatori dell’epoca del vino antifragile, che prospera nel disordine e trova modi per continuare a occupare i nostri discorsi e le nostre tavole. La crisi è il contesto stesso: stiamo vivendo il mondo del vino più ragionato che bevuto — alla luce dell’innegabile declino dei consumi.

Per tornare alla domanda iniziale: cosa cerchiamo nel vino? Se il confortante castello di carta crolla rovinosamente dinanzi ai nostri increduli occhi e, in ordine sparso, il vino diviene fenomeno cosmopolita e internazionale — scivola cioè dai margini silenziosi della tavola contadina alla centralità di conversazioni globali dove nessuno ha più diritto di parola privilegiato (ho letto talmente tanti articoli sul Beaujolais nelle ultime cinque / sei settimane che basterebbero per una vita intera), non ci gratifica più come bandiera dell’eccellenza italiana nel mondo (il mito del Prosecco che batte lo Champagne spero lo abbiamo superato tutti, la chiave di lettura di certe dinamiche, come sempre, sta nel valore e non nelle quantità), se crollano i consumi e l’alcol in generale non è più percepito come parte integrante e benefica della dieta mediterranea e nemmeno protagonista delle nostre sfrenate notti condite di outfit e condotte discutibili, se il vino inciampa poi pure eticamente, annientando il falso mito del prodotto buono della terra buona coltivata con cura dalle mani callose del contadino retto e probo (caporalato nelle terre d’eccellenza del Made in Italy, anyone?) se usciamo completamente dalla rotta prestabilita, se il vino smette di essere un prodotto specchio della nostra immaginazione, e si mostra per quello che è, una cosa come tante altre, che fa bene sotto certi aspetti e tanto male sotto altri, mi chiedo, cosa rimane in fondo al calice, cosa leggiamo nel fondo della bottiglia? Cosa ci resta tra le mani dopo le battaglie ideologiche tra i talebani del Dry January (ci siamo quasi, siete pronti?) e coloro che si sfasciano il fegato ogni weekend?

Ricordo come se fosse ieri la mia professoressa di italiano in una delle prime lezioni che tenne ai nostri brufolosi cervelli, appena arrivati al ginnasio: passò più di un’ora a rimbambirci e martellarci con una diade concettuale che, da allora, non mi ha più abbandonato. È proprio vero che:

a) repetita iuvant
b) l’utilità di certe questioni la si scopre solo a posteriori

La diade in questione vedeva protagonisti “significante” e “significato”, come facce del “segno”. Se chiudo gli occhi ancora la vedo trotterellare dalla lavagna agli ultimi banchi, sottolineando come nel modello saussuriano il significato fosse il concetto mentale, mentre il significante fosse la forma materiale del segno - l’unità base di ogni processo di significazione e comunicazione.

Prendiamo l’esempio del segno vino: il significante sarebbe l’oggetto fisico in tutte le sue manifestazioni (es. una bottiglia), mentre il significato sarebbe tutto ciò che il consumatore associa mentalmente alla bottiglia.

Forse, sottraendo al concetto che abbiamo interiorizzato di vino (il significato), scavando e portando alla luce, strato dopo strato, la sua archeologia e mitologia, il vino spogliato di inutili sovrastrutture rimarrebbe nudo significante e si mostrerebbe nella propria reale forma; e, se a quel punto davvero fosse manchevole di qualsiasi senso, da lì potremmo ripartire e ricostruire un significato che, di volta in volta, potremmo riconoscere.

E quindi: io non so cosa cerchiamo nel vino, ma in questa stessa domanda e ricerca, ci vedo un’enorme potenziale per narrazioni altre, per voci fuori dal coro, per la riscoperta e per la consapevolezza.

Ne avevamo già parlato, tempo fa, di dieta, del fatto che siamo anche ciò che consumiamo e quindi anche ciò che beviamo e, nell’era dell’accelerazione dell’AI, prende sempre più piede la teoria secondo cui taste is the new intelligence; ecco, in questo contesto, io credo che il vino, scavallato questo periodo di mare forza 9 (fuggire sì, ma dove?) possa configurarsi come un nuovo volano comunicativo, come un pretesto per ribadire e confermare a noi stessi chi siamo — attraverso le nostre stesse scelte di consumo.

🪐 Cosa stappiamo oggi?

🍷 Teroldego “Discordia” di Una cantina della Piana Rotaliana
Per chiudere l’anno con i giusti propositi

Il vino del contadino per antonomasia: non pensate di farlo arrivare al giorno dopo perché è un attimo che diventa aceto. Leggero, fruttato, verace, se cercate complessità non fa proprio al caso vostro. Ho acquistato questo vino al “Veg in Pisa”, primo festival antispecista di Pisa — mi ha portato alla mente il vino come altro, oltre il proprio significante, il vino prodotto con certi valori sbandierati in etichetta, in barba al politically correct, il vino come anche atto politico e di cura, che mi ha ricordato un tempo in cui l’etichetta poteva essere davvero bandiera e contenuto, oltre che collettore di orpelli e marchi e premi e altre inezie.

🪐

🍷 Il Bianco “Case Sparse” di Contrada Contro
Per attraversare con nonchalance le occasioni sociali un po’ ostiche.

Esile, snello, liscio e pulito, tanto floreale quanto dolcemente fruttato, con un accento acuto agrumato sul finale. È proprio con questo profilo citrico e affilato che ha attraversato il sontuoso pranzo di Santo Stefano da me spontaneamente offerto ai miei familiari, con la grazia e l’eleganza di Carla Fracci ne La Morte del cigno; case sparse, cose sparse, scarse, scorse, tra ricordi e soffritti, polpette e cacio vegano, panettoni e amari. Ha danzato di calice in calice, rimestando e mescolando nostalgie ed allegrie, mettendo insieme un puzzle da mille pezzi di nuovo e vecchio, gaio e disperato, componendo un quadretto che, ora che ci penso, starebbe proprio bene in soggiorno.

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💫 L’angolo dei wine nerds

Pensate che un vino non possa avere significato altro da “prodotto della fermentazione alcolica dell’uva?”

Immaginate un rosso italiano degli anni ‘90: ci siete? Adesso aggiungete un twist internazionale. Barrique di rovere francese nuovo, 12-18 mesi di legno, profilo netto e vanigliato, tannini levigati, finale da 95/100 Parker. Era il vino che vendeva. Era il vino del potere: concentrazione, opulenza, standardizzazione globale.

Poi arriva Bartolo Mascarello, leggendario produttore di Barolo. Sulle sue bottiglie di Barolo inizia ad attaccare un’etichetta che avrebbe fatto la storia: ritraeva un muro arancione con la scritta “No Barrique No Berlusconi” e, in alto a destra, il volto dell’allora futuro Premier sotto una finestrella staccabile.

L’incidente più clamoroso? Avvenne nel 2005: esposte all’Enoteca Marchisio di Alba in piena campagna elettorale, scatenò l’intervento dei carabinieri che le confiscarono — quanto darei per poter leggere il verbale.

Filosofia spicciola: rifiuto dell’estetica dominante nel vino (barrique) e rifiuto del modello politico dominante (Berlusconi come metafora di spettacolo, personalismo, omologazione al gusto USA). Le bottiglie diventarono oggetto di culto e, ancora oggi, sono oggetto delle mire di collezionisti in tutto il mondo.

Ci viene qui in aiuto la diade saussuriana dell’incipit: il significante è la scelta di contenitori alternativi alla barrique in cantina, il significato è “non mi allineo al sistema che standardizza gusto e potere”. L’etichetta con il volto staccabile, che poteva essere coperto come una finestra, trasformava il gesto politico in oggetto tattile, quasi rituale: coprire o scoprire Berlusconi diventava una scelta consapevole.​

Badate bene che non si tratta solo una scelta valoriale e politica. La famigerata barrique (capienza di 225 litri, in rovere francese) svolge tre funzioni fondamentali: micro ossigenazione (mentre la permeabilità dell’acciaio è pari a 0, l’ossigeno riesce a entrare attraverso i micro-pori del legno, dando come risultato la polimerizzazione dei tannini e una minore astringenza percepita), cessione aromatica (aromi di vaniglia, caramello e speziatura derivante dalla tostatura, il vino ‘sa di legno’ perdendo tratti aromatici distintivi varietali), concentrazione (l’evaporazione del 3-5% annuo riduce il volume e intensifica la struttura complessiva del vino).​

No barrique significa scelta di contenitori che permettono una micro-ossigenazione naturale. Mascarello optava principalmente per botti grandi (25-50 hl), che garantivano ossigeno sufficiente per la polimerizzazione del tannino, ma senza un’invadente cessione aromatica dal legno. L’evoluzione era così lenta e controllata. Alternativamente? Acciaio inox, o cemento vetrificato per ottenere una micro-ossigenazione naturale. Risultato comune: vini più territoriali, tannini autentici e meno levigati, longevità superiore.​

Berlusconi non era solo un politico, o un imprenditore: era un gusto. TV commerciale, reality, opulenza, allineamento culturale agli USA. Il vino “barriccato” - passatemi il termine - era il suo equivalente liquido: standardizzazione sul punteggio Parker (RP = Bibbia del vino), mercato USA come unico orizzonte (la maggior parte dell’export italiano negli anni ‘90 puntava lì), produttori italiani che “francesizzavano” i propri vini per piacere al critico californiano.

No Barrique No Berlusconi è un doppio rifiuto: estetico (il vino non deve imitare Bordeaux o Napa, deve raccontare il proprio territorio) e politico (il vino non deve essere merce intercambiabile in un sistema di potere globalizzato). Per Mascarello non era solo provocazione: era “accorato invito alla riflessione” sul senso di essere viticoltore, contro la serialità enologica. Prefigurava certe etichette contemporanee, che usano il vino per prendere posizione.​

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🌒 Link molto belli

  • Orange wine con potenziale d’invecchiamento? Yes, please. Su Unicorn Auctions.

  • L’acidità che arretra e il sale che avanza: la nuova sintassi del vino contemporaneo? Domande interessanti. Su Intravino.

  • La pecora nera della Champagne è qui per restare. Su EVERYDAY DRINKING.

  • Cosa fare con il vino del Titanic? E altre domande meravigliose. Su BK Wine Magazine.

  • Un bel racconto di Porthos, proprio sul leggendario Bartolo Mascarello.

👋🏻 Mi presento

🍷 Ciao, sono Giulia.
Sommelier, consulente e trainer in ambito digital strategy per cantine.
Tra le altre cose, sono contributor per Cookist e docente di Email Marketing e Copywriting per l’università online Start2impact.

A cosa sto lavorando adesso?

💼 Ho lanciato ufficialmente il progetto Collettivo Liquido: insieme a Silvia e Eleonora proponiamo un modello di accompagnamento per cantine che hanno voglia di rivedere il proprio modo di comunicare, gestire l’accoglienza in cantina e curare la propria identità.
💼 Sto preparando, con le mie compari del Collettivo Liquido, un webinar per cantine italiane e internazionali a tema comunicazione, marketing, enoturismo, grafica.
💼 Sto strutturando un percorso di training per cantine che non vogliono delegare a terzi la propria attività di comunicazione e marketing online, ma acquisire competenze internamente.

Qui trovi la mia dichiarazione d’intenti professionale:

Mi piace trovare angoli comunicativi dove il vino possa brillare – anche fuori dal calice. Se ti va di parlarne, o di lavorarci insieme, inviami una mail:
📧 gmciampolini@gmail.com

Per questo mese è tutto: grazie mille per avermi dedicato del tempo.

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Ci sentiamo presto, ciao!

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