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Christian Mirra · Aug 9, 2026

Non pulite questo sangue

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Christian Mirra · Christian Mirra

C'è un episodio del mio recente viaggio a Genova che continua a girarmi per la testa.

Sono davanti alla Diaz, sotto un sole cocente, insieme a un gruppo di ragazzi, che continuano ad arrivare sempre piú numerosi. Sta per partire il corteo degli studenti, che raggiungerá il corteo principale che parte da Piazza Alimonda alle 15.30.

Non ho paura che arrivi la polizia e ci prenda a mazzate. Piuttosto, sono preoccupato per come si comporteranno i ragazzi che manifestano con me. Sto facendo, involontariamente, una cosa che mi capita spesso da venticinque anni: guardo ogni dettaglio con gli occhi di chi teme come quella protesta verrà raccontata.

Ne avevo scritto anche pochi mesi fa, dopo gli scontri di Askatasuna. Di solito bastano poche immagini violente per gettare discredito sull'intero movimento e nascondere le ragioni della protesta.

Per questo mi inquietano le azioni che facilitano questa rappresentazione. E forse mi preoccupano un po’ troppo.

Il tipo sembra avere almeno cinquant'anni ed è da solo. Sembra quasi in posa per le telecamere. Per un attimo mi chiedo se sia un infiltrato.

Scaccio subito quel pensiero. La manifestazione non è ancora iniziata e già sto partendo con le paranoie.

Decido di ignorare il tipo mascherato.

Siamo ancora lontani dall’inizio ufficiale della manifestazione e la strada continua a riempirsi di gente, quasi tutti giovanissimi.

Penso: ecco, scena perfetta per i media. E quella è pur sempre una scuola. Non mi piace l’idea di ragazzini che vanno in una scuola con le mura che sembrano coperte da schizzi di sangue.

Mi presento cercando di mostrarmi aperto al confronto. Premetto che non lo sto giudicando, voglio solo chiedergli se ha pensato che l’azione appena compiuta possa essere controproducente.

Lui si incazza.

E allora mi presento: ¨No che giornalista! Sono uno di quelli che erano alla Diaz 25 anni fa. E ti ringrazio: il sangue che non vuoi lavare è anche il mio. Ma quella è una scuola, cazzo, ci vanno ragazzini¨.

Lui si mostra più disponibile al dialogo. E mi risponde:

¨Lo so. È la MIA scuola¨.

Incasso il colpo. Rispondo:¨OK, scusa. Ma volevo dirti che i media cercano sempre immagini come queste. Così mandano le immagini della scuola coperta di sangue, che sono forti, e dicono che il corteo parte imbrattando una scuola. E poi usano questa scusa per parlare di azioni violente e non delle ragioni della protesta¨

E allora lui si altera un po’, di nuovo. E mi dice:
¨Ma basta con questo buonismo! Guarda che è solo vernice, cazzo, e ci stiamo a preoccupare se sembra violenza mentre gli sbirri ci spaccano le teste! “

E poi aggiunge:


E a quel punto resto zitto un attimo.

Cos’altro posso dirgli?

Gli dico: ¨Mi sa che hai ragione¨.

Quando la realtà non coincide con il racconto

Apr 5

Quando si parla del G8 di Genova, si tende a raccontare gli scontri come il risultato inevitabile della violenza di una parte dei manifestanti. Era il racconto che avevamo visto durante la diretta TV del giorno prima. E questo è il racconto che ancora oggi si cerca di far passare come ciò che accadde.

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