In questo numero:
Buttati, che a volte è peggio il pensare ansioso che fai prima che non il fare effettivamente
I libri del mese:
Cose da ascoltare per occhi stanchi e una mostra da vedere assolutamente a Milano
Fuori da qui: perché lavoro come lavoro, la mia altra newsletter, programmi di language coaching; link vari
Autunno, luce, impazienza
Tempo di lettura: 14 minuti circa, escludendo manifesto e sezione mondo reale.
Spezzettate, andate, tornate. Liberamente.
Nella sommersione digitale ci servono pace e tempo.
Pace e bene alle nostre sinapsi strapazzate.
Se stai leggendo su Gmail, assicurati di cliccare su “scarica l’intero messaggio” per non perderti nemmeno un pezzo.
E: quando leggi affermazioni al plurale femminile, non parlo solo delle donne. Sto usando il femminile sovraesteso, come è stato fatto col maschile sovraesteso per noi nei secoli dei secoli. Amen, benvenuto
(Quando leggerete questo messaggio sarò alle prese con una banda di professori di francese alla conferenza FLE di Maison des Langues a Barcellona, venuti a scrivere dei loro punctum con me, per vedere se l’idea potrebbe essere una roba da portare in classe per scollare le persone dai telefoni e spingerle dentro di sé. Prima di leggere qualunque cosa, mandatemi buoni pensieri perché comunque la sindrome dell’impostora è sempre dietro l’angolo, specie quando lavoro con quelle persone che sono la stessa categoria professionale che da piccola mi ha portato a parlare quella lingua che ora uso per essere io lì a minchiarire cose a loro, a suon di subjonctif e leggi questo libro di Raymond Queneau e ora quest’altro di Camus e questo di Simone de Beauvoir e poi ecco parliamo di francophonie. Nessuna pressione, davvero, infatti sto dormendo benissimo. Not.)
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Ma ora, veniamo a noi.
Adesso vi dico, partendo dai tempi di Mosé, come diceva il mio amico Majid mille anni fa, cioè facendo il giro lungo
Io niente, sono di nuovo in aereo e sto ascoltando Definitely Maybe perché io che sono anzyanah ascolto ancora gli album, e Definitely Maybe mi fa di nuovo essere 14enne, in Inghilterra, come quella volta che io stavo ascoltando questo album nel Discman camminando da sola,
e mi sono trovata davanti Colin e Jonny Greenwood e ho pensato di MORIRE DIRETTA perché io, a 14 anni come a 43, volevo essere la chitarra di Jonny Greenwood. Decidete voi perché. L'altro CD che avevo (quasi) sempre con me era The Bends, OK Computer non era ancora uscito; ascoltavo anche i Suede e i Blur, pensando che comunque anche essere il basso di Alex James poteva essere una bella esistenza, e stavo scoprendo chi erano i Manic Street Preachers, e con loro, un mondo di letteratura, poesia, profondità, e fragilità psicoemotiva. Ringraziavo l'esistenza delle Elastica per avere almeno uno straccio di gruppo dove pensare "vorrei essere come lei" e non "ma che bello quello" ogni tanto, quindi grazie Justine Frischmann e compagnia suonante di esistere.
Ignara ero, totalmente, di tutto il mondo della musica latinoamericana che riempie i miei giorni oggi, perché non mi si era ancora aperto il chakra latino, cosa che non sarebbe ancora accaduta che 15 anni dopo. Non conoscevo il magico mondo dei quarti di tono mediorientali perché non avevo ancora incontrato il mio primo vero grande amore urbano, Istanbul, e tutti gli strumenti che ha portato nella mia vita. E nemmeno avevo ancora scoperto il mondo di meticciato che c'era in Francia, dagli Zebda ai Tryo ai Massilia Sound System, perché il francese ancora non lo parlavo.
Comunque, quel giorno che mi sono trovata davanti i fratelli Greenwoord non avevo The Bends con me e non ho potuto farmelo firmare. E quindi, loro pucci, vedendo me piccola tenera e brufolosa, dall'alto dei loro anni 24 e credo 26, hanno prodotto uno scontrino di qualcosa e mi hanno firmato quello. Io mezza svenuta di emozio'. Naturalmente, quello scontrino, oggi, non so dove cazzo sia. Però mi ricordo che era di HMV 😂
Ora voi mi direte: che cazzo c'entra tutto questo con l'essere pronte?
C'entra molto.
Perché io il giorno prima di incontrare i fratelli Greenwood sulla High Street l'avevo passato sentendomi molto, molto persa. Che era comunque meglio di come ero stata l'anno prima, a 13 anni, direttamente a piangere una valle di lacrime perché mi mancava la mamma.
E quindi cosa facevo io, nel mio primo anno di vita da teenager, al sentirmi persa, sola sull’isola piovosa invece che al mare a mangiare ghiaccioli come i compagnetti miei?
Uscivo a camminare: è in quei momenti che ho iniziato a conoscermi.
A capire che ovunque fossi nel mondo, entrare in biblioteca, in una libreria o a vedere una mostra d'arte visuale (pure se non capivo un cazzo) mi avrebbe fatto sentire al sicuro. Il cinema sarebbe venuto dopo, perché da ragazzina andare da sola voleva dire molestie quasi certe. Avevo imparato che andare a un concerto mi avrebbe fatto sentire parte di qualcosa.
Che camminare calma il cuore, e rigenera la mente. Che stare chiusa in casa perché hai un po' paura dell'ignoto che c'è là fuori alla lunga è noioso. Che uscire e vedere cosa succede, cauta e osservatrice, ma non paralizzata di paura, ti porta a conoscere luoghi e persone. Che la strada è anche mia. Che lo spazio pubblico è mio pure se sono una ragazzina, e che se qualcuno mi disturba, il problema è lui. Che sono assolutamente capace di fare le cose da sola, una lezione facile da dimenticare, e quindi bene impararla presto. Che se una lingua la parli benino, se butti al cesso la timidezza dopo un po' la parlerai BENISSIMO.
Che le abilità si imparano e che un sacco di cose sono frutto della pratica, non del talento: il senso dell'orientamento, parlare una lingua, esplorare città sconosciute a cuore calmo, con curiosità e con una mappa cartacea e senza cellulare, sapere da chi andare se c'è un problema (nell'ordine che mi era stato insegnato: dalle mamme con altri bambini; dalle famiglie con altri bambini, dalle donne sole e dalle coppie; infine dai negozianti, e per strada dalle guardie giurate fuori dai supermercati e dalle banche.)
Io non ero assolutamente pronta ad andare da sola per un mese su Albione a 13 anni, la prima volta, e infatti me l'ero passata abbastanza male. Ma siccome non c'erano i cellulari… Me l'ero sucata. Parlavo coi miei solo una volta alla settimana, e per mia fortuna, quel primo anno venni adottata dalle due figlie adolescenti-grandi della signora che mi ospitava: mi portarono da Boots, mi insegnarono a mettere l'eyeliner, mi illustrarono in che strade potevo camminare tranquilla e in quali no. Mi fecero vedere dov'era la biblioteca, mi prestarono la loro tessera, e mi fecero sentire a casa.
L'anno dopo, al mio ritorno, ero in una città e una famiglia nuova, e mi ero detta, vabbè, devo fare quel che facevano Becky e Rachel: se non sai cosa fare di te stessa, vai in biblioteca. E lì stavo andando, alla Westgate Library, al mio secondo giorno lì, quando ho incontrato i fratelli Greenwood. Una parte di me, quell'incontro, lo prese come un presagio positivo: guarda cosa ti succede se esci a fare un giro invece che stare a casa a sminchiartela.
Non potrò mai ringraziare abbastanza i miei genitori che non si sono fatti fermare dai miei lucciconi (poi ti passa, giuro), dalle obiezioni del nostro intorno (è mia figlia, tu fatti una padellata di cazzi tuoi), probabilmente da una parte di loro stessi, che come è naturale, mi voleva proteggere. Quindi la loro scelta era stata di mettermi in una situazione che loro reputavano relativamente protetta, a imparare a gestire la vita, e quindi il rischio.
Mi trovo spesso a sentire che ognuno ha i suoi tempi, e questo è molto vero. Parimenti, secondo me è anche bene, ogni tanto, parlare del fatto che se si aspettano le condizioni ottimali, delle volte, le cose non le fai mai. Quindi non so. A volte le spintarelle ci stanno.
Penso a varie persone latinoamericane che conosco a Barcellona, arrivate senza contatti, con pochi soldi e con passaporti non sempre comodi, e hanno comunque montato microteatri, cooperative culturali, spazi di cultura dal basso, e mille altre cose: non hanno aspettato il momento ottimale. L'hanno fatto e basta. E io per questo li ammiro molto. Io in questi anni passati sento che sto imparando veramente tanto, da queste persone. Ancora di più a fare, a passare all’azione invece che preoccuparmi tantissimo e rimanere paralizzata.
La cazzimma (quella buona) non è uno stato naturale.
È un po’ conseguenza dell'agire, almeno per quel che ho visto nella mia vita e nella vita di chi mi circonda: se aspetti che le condizioni siano ideali, auguri.
Mettersi in proprio, cambiare città o lavoro, emigrare, sposarsi, divorziare: non arriva mai il momento davvero giusto. Il momento giusto è, forse, quello in cui lo fai, e basta. Senza farti due milioni di pippe prima di farlo.
Io non sono una che prende decisioni rapidamente. Il mio ex asburgico si irritava perché diceva che ero come la deriva dei continenti, cioè lenta. Aveva ragione infatti: ogni tanto poi però le placche si scontrano, e dopo un periodo di attività sotterranea, semi invisibile… Fai saltare tutto, rovesci la scrivania, cambi tutto in tempi molto brevi, tiri su uno tsunami. A me è successo varie volte.
Il nostro tempo qui è squisitamente finito.
La nostra vita è fragile e impermanente.
Per me questo è stato a volte un motore di angoscia ma anche quasi sempre un motore di amore per la vita.
La vita come una pesca succosa, morderla, sentire il succo che ti cola giù per le mani, gustoso, vivo, pieno di estate.
E quindi, amica lettrice, amico lettore,
cosa stai aspettando di fare da secoli?
Acchiappa la pesca, e mozzica.
Potrebbe essere marcia, la residenza estiva di un verme.
O potrebbe essere dolce, meravigliosa, succosa.
L'unico modo di scoprirlo è mordere.
Che vogliamo fare?
Due volte al mese, il mio obiettivo è aiutarvi ad aumentare la diversità culturale presente nelle vostre vite.
È un modo diverso e gioioso di fare politica.
Se il diverso lo ascolti, lo conosci, lo leggi, tenti di capirlo, da una posizione di apertura e curiosità, apprendendo dai e dei modi altrui di stare al mondo, è più difficile essere chiusi e bigotti. E non per forza questa apertura la si deve cercare attraverso il viaggio, che non è alla portata di tutti.
La cultura può permettere di aprirsi anche a chi non può o non vuole muoversi.
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Dopo l’ultimo numero ho ricevuto 10 eurini e parole puccissime da Anna P., e come sempre, ringrazio di cuore qui!
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Questo mese ho letto poco, principalmente perché sono stata sequestrata da Edouard Limonov e Emmanuel Carrère
Vista Chinesa, Oscura Foresta, Tatiana Salem Levy, Todavía / La Nuova Frontiera.
Di questo libro vi ho parlato nell’ultimo numero di Catrame, perché è il libro che ha fatto da miccia per i 28 Dispacci dal Patriarcato. Non è un libro facile, spesso i libri che consiglio non lo sono. Lo sapete. Si parla di violenza sessuale: l’autrice ha scritto questo libro anche dando voce alla storia di una sua amica. Ne parla a fine libro, con nome e cognome, perché anche l’amica di Salem Levy, come la mia amata Madame Pelicot, ritiene che la vergogna non debba essere della donna stuprata, ma di chi stupra. Ma non c’è solo quello: c’è il dopo. Cosa fanno le forze dell’ordine, come lo fanno, la tendenza della polizia brasiliana a cercare un colpevole e non il colpevole, la difficoltà a ricordare l’accaduto, il vivere in un corpo ferito, rimanere incinta con quel corpo ferito, il sesso con il proprio compagno, gli antenati, la carica magica di un ciondolo, la società brasiliana che cambia, il capitalismo dei palazzinari, Rio de Janeiro. Che vi devo dire. 150 pagine con il peso specifico di 300. Se avete il coraggio, leggetelo. Se lo merita, il coraggio di essere letto.
Limonov di Emmanuel Carrère, P.O.L. / Adelphi, è insieme archivio e lettura consigliata. Pure se sono in ballo da metà ottobre. Voi direte da metà ottobre?!? Ma sei sicura che ti sia piaciuto? Allora, io di solito se un libro lo amo lo divoro, ma non succede con tutti i libri sempre, soprattutto se lavoro tanti. Limonov racconta la vita di Edouard Limonov, un personaggio che passerete il tempo, probabilmente, a detestare. Senza per questo essere in grado di mollare il libro, perché Emmanuel Carrère: dice, eh, ma Emmauel Carrère ogni tanto si inventa le cose. Vero. Ma lo fa favolosamente, e visto che ormai lo sappiamo, per me va bene così. Non molte altre persone mi avrebbero convinto a passare un mese e mezzo e quasi 500 pagine a leggere della vita di un tizio che considero abbastanza deprecabile. E però, eccoci qua. Altra cosa che potreste dire, se siete qui da poco: madonna Paola, ma mo’, ci sei arrivata, a Limonov? Eh sì, raga. Io sempre dopo le palle del cane. (Me l’ha insegnata Carola questa espressione così efficace ed elegante. Prendetevela con lei.) Comunque insomma, io ve lo consiglio perché oltre che della vita di codesto figuro Limonov si parla pure tanto della Russia degli anni 90. E la Russia che vediamo oggi discende da quella roba lì, cioè, un Putin che ti fa un pippone di ore ed ore a ogni vertice internazionale sulla gloria perduta di madre Russia discende da quel periodo lì: crollo dell’URSS, nascita della kleptocazia, golpe falliti, Eltsin ubriaco male in giro per il mondo, e appunto, l’arrivo di tutti questi personaggi finiti poi in carcere o morti avvelenati sotto Putin, spesso non perché strenui difensori della democrazia, ma del capitalismo senza regole che gli permetteva di fare molti sesterzi e avere i rubinetti d’oro. Le parti ambientate in URSS/Russia, che parlano non di Limonov ma del mondo intorno a Limonov, a mio avviso, sono le più interessanti del libro per chi ama la storia ed unire i puntini.
Vi linko nuovamente l’episodio sul Parebruttismo, l’ultimo grande successo del Tinello di Perpignan con Carola.
Parebruttismo è mangiare insalate invece che cofane di cibo, non chiedere l’aumento pure se lavori molto più di prima, non aumentare mai i prezzi dei tuoi servizi se lavori in proprio, lavorare per la gloria e il sacrifizio, senza mai parlare dei soldi e del tempo che dai a un lavoro, a un progetto, a una causa.
Lasciateci detto nei commenti di Spotify cosa ne pensate. Nella descrizione del pod, c’è anche un sondaggio su Voi e il vostro PareBruttista interiore: votate, gente, votate!
Vi lascio una serie podcast true crime, lunga e fatta secondo me molto bene, che parla di violenza di genere, dato che si parla delle vittime del Green River Killer, Gary Ridgway. Non lo conoscete? Secondo l’autrice, non è un caso se non sappiate chi sia: perché al contrario di Ted Bundy, le sue vittime erano persone trafficate, ragazze scappate di casa, generalmente ragazzine in situazioni difficili, per cui vivere sbandate per strada prostituendosi era comunque preferibile agli abusi da cui fuggivano a casa loro. Queste ragazzine erano considerate, all’epoca solo delle poco di buono, per le cui sparizioni non valeva più di tanto la pena spendere risorse.
Ciò che rende questo podcast diverso da altri, per me, è l’attenzione data alle vittime. Vengono intervistate persone che le hanno conosciute, professioniste che si occupano della tratta di donne, oltre che gli agenti che si sono occupati del caso per decenni — il poliziotto che ha trovato la prima vittima aveva 31 anni al momento del ritrovameno, e più di 50 quando l’assassino è stato catturato. L’autrice del podcast è cresciuta nella comunità e nel ceto sociale dal quale il Green River Killer pescava le sue vittime, e racconta in prima persona com’è stato crescere temendo di essere la prossima persona ad essere rapita. L’ho ascoltato come si legge un romanzo: se parlate inglese, vale la pena. Per stomaci forti, ovviamente. Se sapete sopportare la rabbia che può dare ascoltare tutta una serie di cose.
Se amate il cinema e capitate a Milano prima del 25 Febbraio, dovete, dovete assolutamente vedere questa mostra bellissima alla Fondazione Prada, Sueño Perro, Instalación Celuloide di Alejandro G. Iñarritu. Io sono stata a Milano qualche giorno, che non vedevo mia madre da un botto di tempo, ci sono stata lavorando, e però quando ho visto che c’era questa mostra, ho mollato il computer subito al grido di “le cose da preparare le finisco stasera into the night.” E’ stata un’ottima decisione, anche un mercoledì random di novembre alle ore 17 c’ero solo io, ed è stato bellissimo. Celluloide e proiettori ovunque a mostrare vecchie scene tagliate del mio film preferito nell’oscurità al piano di sotto, scelte dal regista stesso; al piano di sopra un percorso fotografico che ci racconta cos’era il Messico nel 2000, con testi dello scrittore e giornalista messicano Juan Villoro, che poi, se parlate spagnolo, i testi in cuffia ve li legge lui. Bellissima, bellissima mostra. Almeno, a me è piaciuta un sacco, ma anche perché ci sono andata da sola e sono rimasta in adorazione dei proiettori analogici nel buio per un tempo molto lungo (da studente ho lavorato al cinema, quando ancora c’erano le pellicole di celluloide, e mi piaceva intrufolarmi nella sala proiezione. Yes, I’m that old). Lascio il trailer per chi non ha mai visto il film. Madre mía.
Il malloppo sul lavoro, in cinque punti
Se a te, o a qualcuno che conosci, può servire far pratica e coltivare il proprio inglese e francese, in un luogo tranquillo dove non si deve performare, un po’ di coaching linguistico con me potrebbe fare al caso tuo. Contattami pure, se vuoi portarti avanti per il primo trimestre dell’anno prossimo e acchiapparti i primi posti che si liberano :) Ho due persone nuove che inizieranno a gennaio. Volete venire anche voi?
Sarai tu a decidere i tuoi obiettivi, col mio aiuto. Completa questo modulo se vuoi parlare: tu mi dici che ti serve, io ti dico come lavoro, e vediamo come ci sentiamo. Nessuno vende niente a nessuna. 20 minuti per conoscersi: la relazione umana è fondamentale perché tutto funzioni. Qui tutte le le info sul coaching 1:1 con me. Qui le esperienze di chi ha già lavorato con me.
Hai poco budget? No problem! Vieni a The Joy Luck Café, dove rendiamo il parlare inglese qualcosa di accessibile, leggero, e buena onda. Tutte le info le trovi qui. Cose belle del Joy Luck? Ti abitui ad ascoltare persone diverse che parlano di temi diversi, ed esci molto meno stanca che da una sessione 1:1. E poi, hai accesso diretto a me per domande e perplessità su Telegram. Non esistono domande stupide, con me.
Sì, ma perché non lavori a scuola come tutt3, Pa’? Il mio progetto di coaching linguistico è nato perché le scuole di lingue sottopagano e maltrattano chi insegna, mica perché il nomadismo digitale. Ho deciso di cambiare modalità di lavoro e passare al coaching per avere autonomia decisionale e didattica al 100%, per essere meglio preparata a gestire l'emotività di chi lavora con me, e per non essere più sfruttata. Certezze sempre zero, ma posso fare il mio lavoro in primis come serve davvero a chi mi sceglie, e poi come piace a me, lasciando spazio anche alle clienti per cui scrivo, poche ma buone, e soprattutto alla mia vita improduttiva.
Altri modi di vederci più spesso: The Mindful Speaker: fai pratica leggendo e impari già per i fatti tuoi, che poi è la cosa migliore che puoi fare. Se usi LinkedIn, qui, qui, e qui parlo di come funziona il coaching linguistico. Il mio Instagram personale di cazzeggio multilingue senza filtro, che uso molto più di LinkedIn ultimamente, è @migrabonda. Se usi la app di Substack, possiamo seguirci anche su Notes. Le mie interviste su lingue e viaggio da sola in inglese, francese e italiano sono qui.
La luce ha fretta
La luce di novembre non aspetta,
ci pensi sopra e non è più in offerta.
(…)
Se solo avessi avuto l’accortezza
di predisporre il giusto materiale:
un giro inconcludente in bicicletta
e labbra sfaccendate da baciare.
Patrizia Cavalli,
in tema con sto buio che mi giro un attimo ed è notte, e io mi sento perennemente in ritardo
E anche per sto giro, abbiamo finito.
Come sempre,
grazie del vostro tempo, e del vostro focus 🧿
Abbraccio,
Pao

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