In questo numero:
Perché questo numero è in ritardo, e perché è importante che abbia lasciato che lo fosse nonostante la mia piccola milanese imbruttita interiore abbia sofferto MOLTISSIMO per l’onta di una newsletter IN RITARDO, ma Mauricio García suca
I libri del mese: dall’Inghilterra del Nord, dalla Turchia in giro per il mondo, dalla provincia di Buenos Aires, Argentina. Niente archivio, il mese scorso ho letto troppe cose belle
CatramePod sta come noi: barcolla, non molla, fa fatica, alla fine esce quando non te lo aspetti
Fuori da qui: perché lavoro come lavoro, la mia altra newsletter, programmi di language coaching; link vari
Paolo Nori ha fatto un podcast chiamato a cosa servono i russi. Nel mio caso, oggi, un russo è servito a raccogliere in una frase cosa ne penso io della glorificazione di lavoro, dolore e fatica come qualcosa che ci eleva (potreste averla anche voi, dentro di voi. E’ una di quelle cose difficili da scrollarsi di dosso. Io ho avuto modelli molto utili in famiglia da questo punto di vista, tipo mio padre che si annodava la cravatta dicendo “Vabbè, fammi andare a far finta di essere una persona seria”, e anche così faccio fatica)
Tempo di lettura: 16 minuti circa, escludendo manifesto e sezione mondo reale.
Spezzettate, andate, tornate. Liberamente.
Esco solo una volta al mese (o meno) con Catrame ciccio perché nella sommersione digitale ci servono pace e tempo.
Quando a fine agosto ho fatto questo sondaggio, ho scoperto che l’80% di voi, il mio Caro Pubblico, sta messa come me: sommersa dalle informazioni, incluse le newsletter.
Pace e bene alle nostre sinapsi strapazzate.
Se stai leggendo su Gmail, assicurati di cliccare su “scarica l’intero messaggio” per non perderti nemmeno un pezzo.
E: quando leggi affermazioni al plurale femminile, non parlo solo delle donne. Sto usando il femminile sovraesteso, come è stato fatto col maschile sovraesteso per noi nei secoli dei secoli. Amen, benvenuto
In spagnolo si dice spesso, o almeno Martín mi ricorda spesso, facciamo quel che possiamo. Che poi era anche una cosa che mi diceva la mia saggia teaching assistant Jyn, quando lavoravamo a Bangkok coi bambini della classe medio-alta thai, giapponesi, indiani, coreani, più raramente nordamericani o europei, e in certi casi io mi frustravo, assai. Tipo, quando dovevamo lottare contro le nannies che non volevano contrariarli perché avevano paura dei genitori-capo e facevano cose tipo frullargli tutto il cibo perché masticare è faticoso (giuro che non sto inventando); le nonne che non volevano che i virgulti conoscessero la terribile esperienza del sentirsi dire no, e non vi dico i comportamenti che ho dovuto gestire a scuola con bambini che si sentivano dire no per la prima volta da noi; e con i genitori che non capivano che aspettarsi da due persone che avevano venti infanti in classe che il loro infante fosse trattato come il piccolo imperatore andasse contro ogni possibile principio del mandare un bambino a scuola, in teoria un luogo dove impari che, anche se sarebbe molto bello, anche se pensavi che lo fossi, in realtà no, non sei il centro del mondo, e anzi, devi financo andare d’accordo con altri cosetti come te, e inizi a sperimentare quella cosa chiamata società.
Fortunatamente, la nostra preside, una versione singaporean di Mary Poppins, aveva le nostre stesse idee sull’istruzione e sulla coltivazione dei pupattoli, e ci tutelava dalle ire delle famiglie ricche e abituate ad ottenere sempre tutto quel che volevano semplicemente pagando.
E noi lì, dopo nove ore con venti bambini, sveglie dalle 5 del mattino, prima di andare via stavamo stese sul tappetone morbido che costituiva il pavimento della nostra aula, dove si entrava solo scalze, a chiederci se con certi (per fortuna non tutti, grazie al cielo) bambini avrebbe vinto la nostra influenza, che cercava di insegnargli il rispetto mutuo, o quella di taluni genitori crazy rich Asians che spesso passavano loro lo sprezzo di classe e il senso di entitlement come principi guida della vita (e se guardate certi bimbiminkia ricchi che si vedono in Asia, vedete il risultato di questo tipo di educazione già quando hanno 4-5 anni), prima di alzare le nostre esauste carcasse per tornare a casa, o se la giornata era stata particolarmente agghiacciante, a farci un massaggio thai, offerto da me medesima a entrambe come bonus informale per la sanità mentale di entrambe.
A volte, questo momento, equivalente asilesco delle riflessioni della dottoressa Grey e della dottoressa Yang sfatte con le loro uniformi sedute per terra in uno stanzino a fine turno, per noi, aveva luogo nella ball pit della scuola, uno dei miei posti preferiti. Bazinga!
Ma, anche se sono certa che sarebbe interessante un giorno raccontarvi dei miei quattro anni lavorati in una scuola internazionale a Bangkok, tra bambini di 2-3 anni, le loro famiglie, le loro tate, le ragazzine del liceo che facevano community service aiutandoci dopo la fine delle loro ore scolastiche, perché trovavano i nostri pupetti pucciosi e si offrivano volontarie per aiutarci a prepararle per quando dovevano tornare a casa (e io adoravo queste ragazze quindici e sedicenni che venivano da noi a fare praticamente pet therapy: arrivavano quando stavo lavorando già da ore ed ero mezza fusa di stanchezza. Mi raccontavano le loro cose adolescenti, mentre maneggiavamo pigiamini con macchinine e draghi e orsetti e pompieri e gattini, rimettendo la classe in vestiti civili dopo la pennica. Benedette loro.)
La verità è che tutto questo mi è venuto in mente perché mi sono ricordata di Jyn, e di Chiharu, e di Grace, e di Yukako, e di Deena, e di tutte le mie amiche o colleghe o insegnanti di yoga che, cresciute in società della perfomance ancora più della performance della mia, mi hanno aiutato a iniziare a picconare quella cosa del fare sempre tutto, perfettamente, tutto il tempo.
Il fatto è che la fissa della performance, il dover fare sempre e bene, sono una cosa che affligge un sacco della gente intorno a me. E non parlo delle persone con cui lavoro, parlo… Di tutte e tutti noi. In forme o maniere differenti. Ed è, secondo me, anche per questo che siamo esaurite in massa
Io, a livello materiale, sto cercando di costruirmi un lavoro che mi faccia bene, e poco a poco, ci sto riuscendo: metto un tetto al numero di persone con cui lavoro per avere lo spazio emotivo e materiale corretto per tutte, per fare bene il mio lavoro con loro, per avere tempo per me, e per non fare la fame in una città sempre più cara. Non uso quasi più i social per lavoro, perché ho avuto l’intelligenza di dare retta alla mia ex business coach ed eterna girl crush Lola Gamboa, che sosteneva che, per una come me, aprire una newsletter, o fare un podcast, sarebbe sembrato molto meno un obbligo professionale, e molto più uno spazio di espressione che spippolare sui social (io l’ho ascoltata così tanto che ho direttamente cominciato con una NL di cazzimiei come questa, seguita da un podcast di insalata mista di cazzimiei e cazzialtrui che mi danno molta gioia, perché li faccio quando riesco, e quando ho qualcosa da dire.) E da che uso meno i social per lavoro, sono più felice.
Questa parentesi sul mio lavoro non per tediarvi, ma per darvi contesto: non sono una che lavora ottanta ore a settimana. Sono contraria a questo, penso che non faccia bene a nessuna ed è una cosa che non ho mai voluto per me. Nemmeno credo nella carriera come metodo di espressione o validazione di sé. Ritengo che sarei una persona magnifica pure se non facessi un cazzo dalla mattina alla sera, perché chi sei conta più di ciò che produci. Io ci credo veramente.
EPPERÒ.
In questo periodo di lavoro intenso con persone bellissime e stimolanti, che è una di quelle robe che stancano però poi sei contenta lo stesso, nei giorni in cui mi sento sommersa penso spesso alle vacanze di Natale che mi aspettano, che passerò a Barcellona. Per me, il periodo natalizio a Barcellona, complice il cielo più spessamente azzurro che a Milano o Vienna, è diventato una cosa bella, e per quest’anno ho una serie di buoni propositi di ozio gioioso.
Qualche giorno fa, ero sul divano a chiacchierare con Martín, elencando le cose che volevo fare durante le vacanze di Natale:
guardare film pop anni 80 tipo The Goonies ma anche tutti i film di Indiana Jones
esercitarmi a fare le torte dolci, che sono una pippa
comprare il panettone artigianale di quelle due sorelle italiane che lo fanno qui perché anche se è caro almeno una volta (o due) voglio farmi questo regalo
mettere le lucine in sala perché se non andiamo in Argentina a inseguire l’estate almeno un minimo di hygge
leggere il fumetto anni 50 dell’Eternauta, che ci ho provato ora, ma la mia mente è stanca e che è stanca lo vedo dal non riuscire, al momento, a leggere in spagnolo per diletto
Portare in giro per la città il mio amico Çağıl, amico dei tempi di Istanbul ormai in esilio a Londra, che viene a cercare azzurrità a Barcellona
Pensare a un intervento o workshop da proporre alla conferenza dei Neurolanguage Coach in primavera. —> voi starete dicendo: ma che cazzo di cosa vacanziera è questa ultima, Pa’? E io con voi, raga. Io con voi.
Quando l’Omino del Cervello ha espresso il punto 7, mi son zittita e ho detto “che cazzo”, e Martín mi ha chiesto il motivo del mio imprecare. Io gliel’ho detto, e mi ha detto, ommioddio, ma insalama la tua Imbruttita Interiore, ti prego!
E con ragione, direi. A me ha colpito da matti, sta cosa, e si è ripetuta altre volte: pensare e registrare episodi per cominciare il mio podcast in inglese per la mia altra newsletter, the Mindful Speaker, scrivere numeri del Mindful Speaker in anticipo, cercare podcaster francesi da cui farmi invitare per farmi conoscere ulteriormente nel mondo francofono, e un tot di altre cose. Chi più ne ha più ne metta, come si dice: fosse per l’Omino del Cervello, passerei le settimane tra il 20 dicembre e il 7 gennaio a riempire gli spazi lasciati vuoti dal minore numero di chiamate con ulteriore produttività, con ulteriore creatività messa al servizio del lavoro.
E ecco, invece a me viene da dire, col cazzo. Non voglio. Mi rifiuto. Non dovrebbe essere così. Non dovremmo essere condizionate a pensare che ogni spazio vuoto, ogni momento tranquillo, debba essere riempito di produttività. Di efficienza. Di ottimizzazione.
Pure quegli strani giorni bui di velo sottile tra i mondi che sono quelli di fine dicembre e inizio gennaio.
E no. Adesso che posso scegliere, la risposta è no.
Il bello è che non ho più un capo venezuelano, statunitense onorario col cappello da baseball, che mi vuole obbligare a lavorare il 24 pomeriggio, o il 31 fino alle sei di sera, anche se non c’è quasi nulla da fare perché la maggior parte dei nostri clienti è in Germania e Austria e spariscono tutti, nel periodo di cui sto parlando.
Non c’è più, un Mauricio García (cambiati nome e cognome, ma ho bisogno di dargli un nome) che ti dice che devi restare al lavoro perché sì.
Il problema è quando ti accorgi che hai un Mauricio García dentro, acquattato a farti sentire in colpa se non stai producendo come si deve. Pochi anni prima di morire, dopo una vita a lavorare troppo, mio padre mi aveva passato questo libro dopo averlo letto lui, dicendomi, leggi questo libro e non te ne dimenticare quando sarai adulta e starai lavorando. Pensavo di aver assimilato appieno la valenza politica, psicologica e sociale del tempo vuoto. E invece, col cazzo. Mi ritrovo, nonostante il mio lavoro di decostruzione, con dentro un Mauricio García che vuole farmi sedere a scrivere pitch per gli Stati Uniti il 24 dicembre.
Trattasi di capitalismo interiorizzato, coi suoi bisogni di efficienza e produttività.
Ma l’importante è esserne coscienti: legare Mauricio García come un salame, e lasciarlo dannarsi, dicendo, we’re doing what we can, Mauri. E a volte,
se non ci sembra abbastanza, quel che stiamo facendo, chiediamoci:
è a me che non sembra abbastanza?
O è a quello che mi hanno insegnato che dovrei essere,
che niente sembra mai abbastanza?
Due volte al mese, il mio obiettivo è aiutarvi ad aumentare la diversità culturale presente nelle vostre vite.
È un modo diverso e gioioso di fare politica.
Se il diverso lo ascolti, lo conosci, lo leggi, tenti di capirlo, da una posizione di apertura e curiosità, apprendendo dai e dei modi altrui di stare al mondo, è più difficile essere chiusi e bigotti. E non per forza questa apertura la si deve cercare attraverso il viaggio, che non è alla portata di tutti.
La cultura può permettere di aprirsi anche a chi non può o non vuole muoversi.
Se volete sostenere Catrame, dare valore al tempo che prendo per pensare, scrivere le mail e registrare ed editare gli episodi, qui e su Spotify, o aiutarmi a pagare gli abbonamenti che pago per leggere e selezionare cose per voi, potete farlo così:
condividere Catrame con chi potrà amarlo, lasciandomi stellette su Spotify (per aiutare la diffusione del pod, poco a poco) cuoricini sulla Substack app (per aiutare la mia produzione di dopamina) rispondendo alle mie mail (per palesarvi e farmi sentire che non sto parlando da sola: a volte con le newsletter può esserci questa sensazione, al contrario che sui social)
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Abbonarvi a Catrame senza che metta paywall per nessuno comunque, perché l’Omino del Cervello ed io crediamo nella cultura accessibile. Unitevi alle Moschettiere di Catrame, Enrica, Marianna, Mavi, Chiara, Sonia, Mary, Tiziana e Cate, con una donazione mensile, trimestrale, o annuale.
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Anche io voglio sostenere Catrame!
Burntcoat, L’Arte di Bruciare, in italiano, di Sarah Hall, Sellerio. Sempre per quella storia che prima o poi io spero si sblocchi un attimo quella storia del parlare della pandemia nei prodotti culturali, non perché ci piaccia il martirio ma perché le cose grosse vanno processate. Ho letto questo libro del 2021, nel quale una donna e il suo nuovissimo amante, che conosce appena, finiscono confinati insieme durante una pandemia che potrebbe essere quella di COVID, ma che se leggete bene, non è. Ci sono un sacco di temi, in questo libro: bambine che diventano adulte prima del tempo, madri che devono reimparare ad essere donne adulte dopo una malattia, l’amore interculturale, il sesso, i corpi, la malattia, i peggiori istinti umani, ma anche i migliori. Che dirvi. Io ho letto questo libro in inglese e mi sono innamorata della scrittura di questa donna.
Non so dirvi la gioia di sapere che ha scritto tantissimo, Sarah Hall, e che io non ho ancora letto niente. Un mondo intero da scoprire. Piacere, cara Sarah.
Long Distance: Stories, di Ayşegül Savaş, Bloomsbury, non ancora tradotto in italiano. La buona notizia è che nel frattempo, The Anthropologists, che vi consigliavo qui, è uscito in italiano presso Feltrinelli. Brevi racconti, alcuni solo poco più di acquerelli, che però credo parleranno a chiunque sia andata via. Chiunque sia stata straniera, chiunque si sia sentita sola in un paese o una città nuova, sola e allo stesso tempo completa perché sente di bastare a se stessa, nonostante si sia straniere più che mai, magari si parli la lingua in modo esitante. Ho visto molti aspetti di me in questi racconti. Ho letto il libro con quella che Amélie Nothomb chiamava nostalgia felice per alcune versioni passate di me. Se parlate inglese, leggete Long Distance. Se invece preferite l’italiano, in Gli Antropologi, Ayşegül affronta temi simili (e io dico solo, sorella)
Por qué volvías cada verano, Perché Tornavi Ogni Estate, di Belén López Peiró, La Nuova Frontiera. In questi tempi di backlash, di vendetta tremenda vendetta nei confronti delle donne, del femminismo, dei nostri diritti, mi sembra normale consigliarvi un pugno nello stomaco, che parla non solo di cosa succede a te quando decidi di denunciare un familiare molestatore, ma anche cosa avviene dentro la tua famiglia. Spesso la gente dice, ma insomma, perché non denunciano, perché denunciano anni dopo, queste donne molestate o violentate? Allora, da un lato perché comunque a volte non serve a un cazzo. In primo luogo. Basta guardare a quante vittime di femminicidio avevano già denunciato per stalking che sono morte ugualmente. (E non parlo nemmeno di certe sentenze vergognose che ho letto ultimamente.) In secondo luogo, perché raga, non è per un cazzo facile non solo per tutta la vittimizzazione secondaria che implica, ma anche per il terremoto che crea in una famiglia. A volte, magari, facendotela perdere, quella famiglia. Direte: e che famiglia demmerda se te la perdi perché denunci uno zio rattuso, no? Eh, e magari sì, ma il dato di fatto è che non è facile, perché può accadere che la moglie e la figlia di Zio Rattuso decidano di credere a lui, e non a te. Questo libro ci racconta da dentro perché, e come. Per stomaci forti. Il mio ha un pelo così, lo sapete.
La prima vittima del mio passare una quantità assurda di tempo per lavoro davanti agli schermi è CatramePod: richiede molto più sbattimento che scrivere Catrame qui. O meglio, magari no ma io odio l’editing, mi fa entrare in un loop di encefalogramma piatto odioso. Detto questo, è uscito l’episodio sul Parebruttismo, e lo state amando tantissimo: ci state scrivendo, parlando, commentando: con Carola abbiamo toccato di nuovo un nervo.
Chiaramente.
Parebruttismo è mangiare insalate invece che cofane di cibo, non chiedere l’aumento pure se lavori molto più di prima, non aumentare mai i prezzi dei tuoi servizi se lavori in proprio, lavorare per la gloria e il sacrifizio, senza mai parlare dei soldi e del tempo che dai a un lavoro, a un progetto, a una causa. Probabilmente, anche dentro di voi c’è un parebruttista. Soffocatelo. In questo episodio vi elenchiamo numerose buone ragioni per farlo.
Buon ascolto: questa puntata è tanto civile e funzionale rispetto al solito casino. Lasciateci detto nei commenti di Spotify cosa ne pensate. Nella descrizione del pod, c’è anche un sondaggio su Voi e il vostro PareBruttista interiore: votate, gente, votate!
Vi ripiazzo il link alla conferenza dove darò il mio workshop per insegnanti di francese a fine novembre, la Rencontre FLE 2025 di Maison des Langues, a fine novembre. Non è un link affiliato questo, mi pagano lo stesso che siamo 50 o 100, però, se volete una scusa per venire un weekend a Barcellona e conoscerci: come sanno già altre lettrici di Catrame, se ho tempo, una birra me la bevo sempre volentieri. Magari durante la conferenza è difficile, ma almeno ci salutiamo di persona :) Fatelo sapere alle e agli insegnanti di francese intorno a voi, è super buena onda sta conferenza (se no col cazzo che ci andrei)! Se invece avete già deciso, il biglietto si accatta qui. Il workshop che darò sarà questo:
Se a te, o a qualcuno che conosci, può servirefar pratica e coltivare il proprio inglese e francese,in un luogo tranquillo dovenon si deve performare,un po’ di coaching linguistico con me potrebbe fare al caso tuo.Cioè, sì, ma QUESTO A RI-PARTIRE DAL 2026, POICHÉ FINO A DICEMBRE SONO PIENA PER GLI 1:1! Detto questo, contattami pure, se vuoi portarti avanti per il primo trimestre dell’anno prossimo e ZACCHETE, acchiapparti i primi posti che si liberano :) Due persone si stanno già muovendo in questo senso, e io le ringrazio tantissimo della fiducia.Lavoriamo tête-à-tête: (ma tra un po’, come dicevo sopra, se no soccombo e Byung Chul Han viene a farmi gli ultimi riti, con la cenere della pipa.) Sarai tu a decidere i tuoi obiettivi, col mio aiuto. Parliamo? Completa questo modulo: tu mi dici che ti serve, io ti dico come lavoro, e vediamo come ci sentiamo. Nessuno vende niente a nessuna. 20 minuti per conoscersi: la relazione umana è fondamentale perché tutto funzioni.
Qui tutte le le info sul coaching 1:1 con me.
Non vuoi aspettare fino a gennaio? Vieni a The Joy Luck Café, dove rendiamo il parlare inglese qualcosa di accessibile, leggero, e buena onda. Tutte le info le trovi qui. Lo spazio sta crescendo e SIAMO UNA SQUADRA FORTISSIMI. Cose belle del Joy Luck? Ti abitui ad ascoltare persone diverse che parlano di temi diversi, ed esci molto meno stanca che da una sessione 1:1. E poi, hai accesso diretto a me per domande e perplessità su Telegram. Non esistono domande stupide, con me.
Sì, ma perché non lavori a scuola come tutt3, Pa’? Il mio progetto di coaching linguistico è nato perché le scuole di lingue sottopagano e maltrattano chi insegna, mica perché il nomadismo digitale. Ho deciso di cambiare modalità di lavoro e passare al coaching per avere autonomia decisionale e didattica al 100%, per essere meglio preparata a gestire l'emotività di chi lavora con me, e per non essere più sfruttata. Certezze sempre zero, ma posso fare il mio lavoro in primis come serve davvero a chi mi sceglie, e poi come piace a me, lasciando spazio anche alle clienti per cui scrivo, poche ma buone, e soprattutto alla mia vita improduttiva.
Altri modi di vederci più spesso: The Mindful Speaker: fai pratica leggendo e impari già per i fatti tuoi, che poi è la cosa migliore che puoi fare. Se usi LinkedIn, qui, qui, e qui parlo di come funziona il coaching linguistico. Il mio Instagram personale di cazzeggio multilingue senza filtro, che uso molto più di LinkedIn ultimamente, è @migrabonda. Se usi la app di Substack, possiamo seguirci anche su Notes. Le mie interviste su lingue e viaggio da sola in inglese, francese e italiano sono qui.
È la prima mail che ricevi? Qui trovi l’archivio, gratis :)
Che terribile errore del nostro mondo pensare che la fatica e il lavoro siano delle virtù.
Non lo sono né l’una né l’altra.
Piuttosto sono dei vizi.
Cristo non lavorava.
dal diario di Lev Tolstoj, 15 settembre 1889
E anche per sto giro, abbiamo finito.
Come sempre,
grazie grazie grazie del vostro tempo, e del vostro focus, nessuno dei due è scontato 🧿
Abbraccio,
Pao

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