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Catrame & Libertà · Aug 22, 2026

Come un’ancora nella sabbia

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Paola Natalucci · Catrame & Libertà

Ciao CatrAmic3,

oggi parliamo di come anche quando sembra tutto a posto, tutto sereno, tutto prevedibile, tutto strutturato… Una parte di me, ma anche non solo di me da quel che sento con le amiche, sente che è comunque tutto assolutamente instabile lo stesso.

O fragile, forse, è la parola.

Non vi parlo nemmeno del caldo che fa: addirittura io, che sono una piccola figlia del sole, un’amante dell’estate, sono pronta ad aver voglia di mettere il lenzuolino quando dormo. E mi chiedo come saremo messi quando avrò l’età di mia madre ora.

(Update: Il giorno dopo che ho programmato questa mail c’è stato un temporale epico a Barcellona, durato tutta la notte. Ora ci sono 27 gradi, la brezza, e io ho dormito nove ore. Mi sono svegliata alle 4 per il rumore, e sulla scalinata che sale per il Montjuic che vedo dal balcone della cucina, mentre bevevo un bicchiere d’acqua, ho guardato degli adolescenti molto allegri, forse ubriachi, ballare nella pioggia. Un po’ li ho capiti.)

Sono stata a Londra questo mese: 34C il primo giorno, 26 tre giorni dopo, la notte scendeva a 18-20C. Io che dormo con 27-28C da maggio ho praticamente avuto freddo. E’ stato a dir poco emozionate. Di Londra vi parlo al prossimo giro, che adesso devo ancora mettere ancora in ordine le idee. Non ci andavo da nove anni, e sono stata benissimo. A parte il fatto che era tutto così secco che i volatili devono lasciare l'acqua per brucare l'erba del parco.

Mi stava venendo male per loro che uscivano a brucare erba come le pecore 😭

NEWS DAL CANTIERE! Come sapete, sto lavorando a un salotto di conversazione di francese, simile al Joy Luck Café, che faccio già per l’inglese:

Due volte al mese, penso alle 13, o comunque pausa pranzo, giorno della settimana da definire, cinquanta euro al mese perché sareste i/le prim3, uno spazio di conversazione e coaching linguistico di gruppo con altri animi curiosi.

Tutto è iniziato con la BennydiBruxelles che mi ha detto: vorrei il Joy Luck, ma in francese! Intanto sembra che abbiamo trovato Barbara (Barbara, da dove, dicci!) e Ruth dalla Scozia, e Sara da Londra, forse: sto aspettando che non sia più estate piena per mandare una mail a tutte e tre, forse quattro, per vedere come sviluppare la faccenda… E cominciare! Non posso dirvi la gioia, speriamo di riuscire!

Vuoi venire anche tu? Conosci persone che potrebbero volersi unire? Nel caso, fateme(ce)lo sapere rispondendo a questa mail! Daje che jafamo!

Ma veniamo a noi, e alla sindrome di Djibouti.

  1. Di animi inquieti, stabilità instabile e sindrome di Djibouti

  2. I libri del mese: dalla campagna francese di ieri e di oggi, e uno di archivio da Istanbul, passando per Oxford

  3. Link salad: podcast e roba da leggere a muzzo

  4. Mondo reale: per quell'idea balzana di dover mangiare tre volte al dì, pare che io debba lavorare: posso aiutarvi a parlare inglese o francese a cuore tranquillo, o scrivendo per voi, mentre voi vi occupate di quello per cui siete format3. O invitarvi al bar.

  5. Catrame Amarcord: un numero per chi pensa che Settembre sia il vero Capodanno;

    un link a The Mindful Speaker, sull’apprendere le lingue come aspetto della nostra identità

  6. La vera verità sull’estate

Se stai leggendo su Gmail, assicurati di cliccare su “scarica l’intero messaggio” per non perderti nemmeno un pezzo del pippone.

Tempo di lettura: 15 minuti circa, esclusi Manifesto e Malloppo del Lavoro.

Maoista, iniziato nell’Agosto 2009 mentre ero lì, caduto 9 mesi dopo

Quando andavo a scuola, grazie alla mia prof di francese, oltre che il concetto di flânerie, che mi accompagna ancora oggi come una delle mie attività preferite della vita, scoprii anche l’idea di dépaysement: con lei e con Arthur Rimbaud, e i suoi deliri onirici a Djibouti.

All’epoca, immaginare un tizio che aveva forse solo tre o quattro anni più di me, da solo a Djibouti, forse drogato, forse imbevuto di assenzio, felice di non conoscere nessuno e non sapere niente e in viaggio dentro sé quanto fuori, mi aveva fatto pensare: che paura.

Pochi anni dopo... Ero messa simile ad Arthur. Lui a Djibouti, io a Kathmandu.

Tra la me sedicenne che leggeva di Rimbaud a Djibouti, e la me venticinquenne che beveva tè nel monsone di Kathmandu, due mesi dopo la proclamazione della Repubblica del Nepalfuori i manifesti dei partiti marxisti ai muri, la polizia armata di lathi in giro per le strade; dentro, io, il mio Dickish Ex Viennese, non ancora dickish conclamato, il nostro amico irlandese, un’inglese in attesa di un visto indiano, un francese dal passato nebuloso arrivato dal Pakistan, a mangiare thukpa e momo di bufalo e a contemplare la pioggia torrenziale, — c’erano stati due morti.

Foto d’epoca sgranatissima: Shilu Mahadev Temple/Phasi Dega a Bhaktapur, una delle cittadine della valle di Kathmandu, che a me erano piaciute molto. Il giorno che c’ero andata, in autobus, avevo respirato così tanta polvere che quando ho soffiato il naso tornata a casa respiravo grigio. Nonostante ciò, io ero felice uguale.

Dovevo decidere tutta quella faccenda dell’essere adulta, e decidere se tornare in Turchia a lavorare, o andare in Italia a fare la formazione da insegnante.

Quelle due morti mi avevano portato a pensare che il percorso che mi era stato venduto come ovvio (studiare, trovare un lavoro, cercare un compagno, magari sposarmi, magari comprare una casa, magari fare figli) era in realtà una mezza fregatura, perché bastava un soffio, una sfortuna, per morire a cinquant’anni e qualcosa, dopo due anni a combattere la leucemia, con un sacco di mondo ancora da vedere, e un sacco di anni passati a lavorare un casino, un po’ perché è la cosa responsabile da fare se hai una figlia, e un po’ perché non sono previsti molti altri modi di esistere onesti, per una persona con mezzi finanziari normali, medi, insomma, per chi non vivesse di rendita.

Avevo guardato questa agonia lenta, seguita da questa morte, seguita da… Chi lo sa? E il risultato è stato che, più di tutto, mi fosse venuta voglia di non seguire i binari. Almeno non subito. Di andare a fare, forse, quello che mio padre avrebbe voluto poter fare lui: vedere il più mondo possibile, e imparare quanto più possibile di e da esso. Ed essere il più libera possibile.

Il che significava, per la me ventenne e qualcosa, non avere un capo, poter andare a vivere dove volevo, visti permettendo — solo viaggiando, effettivamente, mi sarei resa conto dell’immensa ingiustizia del sistema che io chiamo Lotteria degli Uteri, che sei essere umano di serie A, B, C, D, o E a seconda di dove nasci, e basta. Quel sistema per cui, se nasci non di serie A o B, le vie legali per emigrare liberamente sono estremamente limitate, o direttamente inesistenti. (E quindi poi emigri in maniere pericolosissime e arzigogolate, perché gli umani lo hanno sempre fatto, e non smetteranno mai di, nemmeno se gli spari addosso, nemmeno se li fai affogare. E no. Non è solo disperazione. Per fortuna, direi. Anche nei paesi non di serie A o B esiste anche chi vuole partire per vedere il mondo, come me, e forse te che leggi. Come i ragazzini senegalesi di Io Capitano.)

E però, la libertà, che io amo, e che non è quella neoliberista di fare quel cazzo che ti pare a prescindere dagli altri, come spiegavo qui... È impegnativa.

È impegnativo, essere libere.

Ogni giorno implica fare scelte.

E ogni scelta che fai, è un potenziale errore, dal quale potrai scegliere di imparare qualcosa, o per il quale potrai anche, invece colpevolizzarti.

La libertà, quella bella, quella rispettosa dell’umano, la libertà umanista, in ascolto, è responsabilità.

Verso te stessa che vivrai le tue decisioni, e — la parte che la gente ama omettere dal proprio pensiero — verso le persone intorno a noi, che vivono nel nostro stesso spazio.

E che subiscono, anche loro, le nostre scelte, che ci piaccia o no.

Tipo come capita col cambio climatico, per dirne una. Siamo sullo stesso pianeta. Eppure c’è ancora chi pensa che le proprie scelte siano unicamente cazzi propri.

E essere responsabile è uno sbattimento notevole, perché implica farsi domande etiche, morali, pratiche, tipo:

Cosa importa per me?

Cosa merita tempo e spazio nella mia vita?

Cosa voglio veramente?

Che conseguenza ha questo sul prossimo mio?

Voi dove siete, sul continuum del dépaysement di Rimbaud?

Siete con Paola sedicenne (oddio, da solo a Djibouti, ma perché, che paura)

o team Paola venticinquenne (oddio, da solo a Djibouti, ma ovviamente, come non capirlo, come si arriva a Djibouti che magari dovrei andarci anche io)?

Qui è dove interrompo i discorsi seri per condividere con voi lo sbigottimento di scoprire che a Londra esiste Via Stradella. Mai avrei immaginato che. Son cose

Io, adesso, mi situo più o meno a metà del continuum.

Da un lato, viaggio molto meno di prima perché sono meno inquieta di prima… (Che dici, ammazza, e se questo è essere meno inquieta, prima cos’eri? Eh. Eh.)

Dall’altro, sono nove anni ormai che sono a Barcellona: il tempo più lungo passato in un solo luogo negli ultimi quasi vent'anni. Questa estate a trovare amici a latitudini che non frequento abitualmente (Amsterdam, Londra, Parigi) mi sta facendo riflettere su come mi sento riguardo al vivere qui.

Per certi versi, bene, soprattutto per quello che riguarda il quotidiano più quotidiano che esiste: il mio quartiere, casa mia, il verde, le tortore, i pappagalli, le palme, il calabrone che ha fatto il nido nella terra della pianta sul tavolo del balcone, il mare in lontananza dietro le gru del porto, il mio terrazzo, le mie piazzette, la via pedonale dove vado a camminare quando ho più voglia di città, i colori del cielo al tramonto, il punto di spiaggia segreto dove vado il giovedì pomeriggio in estate, quando è quasi weekend e ho quasi fatto tutto, di lavoro.

Non amo molte altre cose, che non menziono qui perché la vita è già abbastanza piena di gente che si lamenta per sottoporvi anche io il mio cahier des doléances, ve ne dico giusto due. Non so se sia la città, se sono io, se è il tempo che passa e nove anni in un posto ti fanno fare domande, se è il caldo, se è che ogni tanto penso a tutto il casino digitale che ho dovuto mettere in piedi per magnare perché qua, a me che amavo stare in aula, non hanno mai proposto una situazione dignitosa, che fa sì che tu ti chieda, ma sta città, per la mia crescita professionale, cosa mi ha dato davvero? La risposta è: quasi niente, siamo sinceri. Mi ha solo messo nella condizione di dover dare una risposta creativa a una situazione lavorativa offensiva, e forse è questo quel che mi ha dato: obbligarmi alla creatività e ad una risposta che non fosse semplicemente partire di nuovo, in risposta alla difficoltà.

Alla fine mi ci diverto pure a lavorare così anche se mi manca la dimensione faccia a faccia… Mai vissuto in modo così creativo e nemmeno così in linea con quello che mi piace fare tranne forse a Vienna, dove mi venivano chieste molte più ore di aula di quante ne debba fare ora, non c’era nessuna componente di scrittura, e comunque c’erano direttori didattici a chiedermi/impormi cose. Quindi, tutto male non è.

L’altra cosa per cui a volte ho finito la pazienza è il modo spesso sgarbato con cui ti si rivolgono negli esercizi commerciali o nei bar. Non ho mai superato lo shock culturale, arrivando da Bangkok. Non chiedo il commesso americano così gentile che mi confonde e poi non gli so dare la mancia, o la cameriera del caffè londinese dalla voce flautata, ma nemmeno sempre sembrare che disturbo ogni volta che entro in un bar non gestito da persone cinesi, ecco. Cheppalle. I modi bruschi come default. Perché? Poi non dico niente, capisco che è culturale. Ma mi rendo conto che mi disturba più di prima.

Con le amiche ci chiediamo se non sia semplicemente che stiamo invecchiando, e quindi abbiamo meno pazienza con tutto, siamo oneste. Sarà il cortisolo? Saranno gli ormoni?

Certi giorni ho la sensazione che la mia serenità e stabilità siano fragili, che basti una sleppa della vita per mandare tutto per aria e tornare ad essere un’anima in pena. Come se la sindrome di Djibouti fosse sempre dietro l’angolo.

Altri giorni, invece, penso a come sto ora quando sono con me stessa, ora, oggi, dopo anni di terapia, yoga, meditazione, domande, lavorío interiore… e penso che sono veramente fortunata a sentire lo stare con me come un rifugio, ovunque io vada, e avere il tempo e l’opzione di stare sola con me stessa ogni tanto, come sto per fare a breve, andando a casa di un’amica a tenere il gatto Ciccio, nel suo piano terra piccolo ma pucci a godermi il privilegio di Parigi per quasi tre settimane, con un gattone, un cortiletto a mia disposizione per rilassarmi la sera — sono sempre più animale diurno, la notte mi piace ancora, ma nel silenzio delle case o delle vie lontano dal casino — e il controllo completo sul mio tempo libero.

Vedrò amiche, andrò per librerie, camminerò un sacco, leggerò un sacco, andrò per cinema, caffè e mostre — sto studiando cosa c’è in città al momento proprio ora. Magari farò una gita fuori porta, a Rouen o a Honfleur.

(Se vivi a Parigi, tu che leggi, e tieni voglia di bere un caffè insieme, scrivimi! Rispondi a questa mail, o mandami un messaggio su Substack. Io starò rivedendo un po' di facce amiche e godendomi il mio tempo con me, ma ci tentiamo, no?)

Quel che è certo è che andrò a questa, di mostra, sulla moda e la haute couture alla corte thailandese, dove sono esposti gli abiti della regina thai Sirikit, mancata lo scorso anno proprio poco prima che arrivassi a Bangkok.

Non vedo l'ora, di questo piccolo dépaysement, nel nuovo quartiere della mia amica. Qui il mio coinquilino d'eccezione, il gatto Ciccio: anzyanoh, e con un potentissimo cazzoguardi.

Speriamo che si ricordi che mi vuole bene e non mi attacchi nella notte 🩷

Il mio obiettivo è aiutarvi ad aumentare la diversità culturale presente nelle vostre vite.

È un modo diverso e gioioso di fare politica.

Se il diverso lo ascolti, lo conosci, lo leggi, tenti di capirlo, da una posizione di apertura e curiosità, apprendendo dai e dei modi altrui di stare al mondo, è più difficile essere chiusi e bigotti. E non per forza questa apertura la si deve cercare attraverso il viaggio, che non è alla portata di chiunque.

La cultura può permettere di aprirsi anche a chi non può o non vuole muoversi.

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  • Ho letto un libercolo di una delicatezza estrema a luglio che mi è piaciuto tantissimo, questo: Du Même Bois, Piccola Storia Grande di Marion Fayolle, folio/NN Editore. Vi lascio una recensione in francese e una in italiano. Faccio fatica a riassumerlo, perché non è esattamente un romanzo pieno di azione. E’ un breve racconto di suggestioni, sul tempo che passa, sia a livello di storia personale che di Storia da libro di storia. In una fattoria dell’Ardèche, vizi, virtù e inquietudini di una famiglia numerosa e imperfetta. La piccola di casa, crescendo, sente il bisogno di lasciare la campagna dov’è cresciuta per vedere cosa c’è la fuori, e cercare un mondo che senta più suo. Intanto, le vecchie generazioni e gli animali stanno, restano, e invecchiano insieme al proprio mondo: ferme, statiche. Poetico, dolce, a tratti buffo, mi ha toccato corde tali per cui l’ho consigliato a un po’ di persone a cui parlerà, e ho da parte la mia copia per darla ad un’amica quando torno a Milano.

  • Libro d’archivio: Three Daughters of Eve, Tre Figlie di Eva, Elif Shafak, Penguin/Rizzoli. Storia di Peri, cresciuta tra il secolarismo del padre e la religiosità della madre, che vive oggi una vita agiata a Istanbul. Ci porta nei suoi anni universitari, trascorsi a Oxford, all’amicizia tra Peri e due compagne di studi, Shirin, persiana atea, e Mona, americana musulmana, osservante e femminista. Insieme incarnano gli archetipi della Peccatrice, della Credente e della Dubbiosa, e si confrontano sui temi della fede, di Dio e della femminilità, nei loro discorsi con il carismatico e anticonformista professor Azur. Può magari sembrare un po’ schematico, e forse lo è, ma se volete esplorare i temi che le protagoniste toccano col professor Azur, io gli darei un’occhiata. Rece del Guardian qui.

Da Catrame:

Oggi, tra un’ora, sul feed, esce il replay dell’episodio sull’Estate, la Stagione più Classista di Tutte, con Carola Moscatelli, registrato in condizioni difficilissime, tra attacchi di cinghiali e sabotaggi di indipendentisti corsi. Ve lo metto anche qui:

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Dopo l’ascolto, potete rispondere al nostro test dell’estate, questo, a cui aggiungo la terza opzione dopo questa estate mortale da cambiamento climatico che ha messo in difficoltà addirittura me, figlia dell’estate quasi quanto Matteo Caccia, che però al contrario di Matteo Caccia in estate deve comunque produrre, e produrre lavorando a casa con anche 41C di sensazione termica, come ho fatto mercoledì questo, è a metà tra l’eroico e lo stupido. Un giorno inviteremo Matteo Caccia per chiedergli qual è il suo segreto.

Caricamento in corso...

Poi, c’è l’utilissimo episodio sull’aviazione con il mio amico capocabina Tommaso, dove ci racconta com’è cambiato quel mondo negli ultimi vent’anni, e ci racconta la vita di un assistente di volo da dentro.

File da sentire senza usare Spotify: qui.

Sole sì, sole no, sole boh? Anche prendere il sole è controverso. Qui una cronistoria del tema, in inglese, da un podcast che adoro.

Due puntate di Altri Orienti di Simone Pieranni e team che niente, boh, mi hanno fatto pensare che se io dovessi dare un Oscar per i podcast italiani il mio voto sarebbe per loro. Pensate che la biografia di Deng Xiaoping sia una palla tremenda? Ascoltate, e vedrete che assolutamente no. A parte che poi i primi 3 minuti della parte uno, ommioddio. Appunto. Da Oscar dei podcast, rega’. (Sìsì, sono sempre io, quella del fanclub di Simone Nazionale.)

Persone che fanno cose belle nell’orrore: gli insegnanti di nuoto di Gaza. Se volete finanziare il progetto raccontato nell’articolo, si fa qui.

Il New Deal del sesso, raccolta di podcast su diversi aspetti del sesso oggi, di France Culture.

Un articolo sulla subcultura luddista (sì, davvero) di New York.

Il malloppo sul lavoro, in 4 punti
  1. Se leggi, scrivi, e guardi cose in inglese senza fatica, ma ti manca uno spazio dove parlare inglese regolarmente e senza pressioni, vieni a The Joy Luck Café, il mio spazio di language coaching di gruppo. Rendiamo il parlare inglese accessibile, leggero, e buena onda, con pratica di public speaking e molto altro. Tutte le info le qui. Ti stanchi meno che negli 1:1, conosci persone pucci, pratichi regolarmente, e impari con piacere. E’ ormai provata l’esistenza della Faccia da Joy Luck, che fa così bene anche a me che ne esco con un sorriso così.

  2. Se vuoi lavorare in uno spazio più intimo da solə con me in un luogo tranquillo dove non devi performare, un po’ di coaching linguistico 1:1 con me potrebbe fare al caso tuo. Se ci stai pensando, contattami pure, senza impegno né pressione di comprare NULLA — la odio su di me, non la farò certo al prossimo. Completa questo modulo per dirmi che ti serve, ci troviamo e ti racconto come lavoro, e vediamo come ci sentiamo. 20 minuti per conoscersi: la relazione umana è fondamentale perché tutto funzioni. Qui tutte le le info sul language coaching 1:1.

    Qui le esperienze di chi ha già lavorato con me, chi meglio di loro per raccontarvi tutto?

    (Se ci stai pensando da un po’, ora è il momento di scrivermi per cominciare a metterti in lista per l’autunno!)

  3. Sì, ma perché non lavori a scuola come tutt3, Pa’? Il mio progetto di coaching linguistico è nato perché le scuole di lingue sottopagano e maltrattano chi insegna, mica perché il nomadismo digitale. Ho deciso di cambiare e passare al coaching per avere autonomia decisionale e didattica al 100%, per essere meglio preparata a gestire l’emotività di chi lavora con me, e per non essere più sfruttata. Certezze sempre zero, ma posso fare il mio lavoro in primis come serve davvero a chi mi sceglie, e alla mia vita improduttiva di studente, nerd, lettrice, flâneuse, scribacchina, yogina, podcastina wannabe Joe Rogan, ma femmina e pucciosa.

  4. Dove altro mi trovi: su The Mindful Speaker. Fai pratica leggendo in inglese e impari già per i fatti tuoi, che poi è la cosa migliore che puoi fare. Se usi LinkedIn, qui, qui, e qui parlo di come funziona il coaching linguistico. Il mio Instagram personale di cazzeggio multilingue senza filtro, che uso sempre meno, è @migrabonda. Se usi la app di Substack, possiamo seguirci anche su Notes, il mio spazio social principale. Le mie interviste su lingue e viaggio da sola in inglese, francese e italiano sono qui.

सङ्कल्प Quale sarà la tua, quest'anno? | Inserto Infodemico 15

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January 25, 2025

Se la vita non è una linea retta ma un susseguirsi di cicli, come io sento che sia, è normale porsi questa domanda piuttosto spesso. Io me la dico anche come, a cosa vuoi dedicare la tua attenzione?

Un’altra idea che mi piace sempre molto per indirizzare la mia attenzione e azione è quella della contrainte, del vincolo, nel senso surrealista del termine: darsi una regola per indirizzare e aumentare la creatività.

Io avevo scoperto il concetto al liceo grazie alla mia mitica prof di francese che mi fece conoscere Penser/Classer di Georges Perec, e niente. La me sedicenne che si rendeva conto che una regola può tendere verso una maggiore creatività, e non alla repressione, era rimasta abbastanza stupita, anche se oggi mi sembra un punto evidente. Ma da ragazzina? Kaboom.

E intanto sul Mindful Speaker:

“Deep summer is when laziness finds respectability.”

“L’estate inoltrata è quando la pigrizia trova la sua rispettabilità.”

Sam Keen

E anche oggi, mie care, miei cari, abbiamo finito.

A presto, grazie di esserci, del vostro tempo, e del vostro focus 🧿🪬

Un abbraccio,

Pao

Read the original on catrameeliberta.substack.com

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