Oggi sono tre anni che Michela Murgia non è più in questa dimensione.
Ho già scritto del mio dolore e non ho intenzione di ripetermi qui, anche perché sul dolore non ho niente di sensato da dire e lo tengo stretto come un fatto tutto mio.
Vi scrivo di un’altra cosa, che riguarda anche chi Michela non l’ha mai incontrata: manca la sua voce.
Non a me.
A questo Paese.
E si sente in modo osceno.
Non è nostalgia.
È un buco preciso, con una forma precisa.
Ve lo faccio vedere.
Quando è arrivata la manosfera, lei non c’era.
A marzo di quest’anno Ipsos ha pubblicato un’indagine su ventitremila persone in ventinove Paesi.
Il 31 per cento degli uomini della Generazione Z è d’accordo con l’idea che una moglie debba sempre obbedire al marito.
Tra i loro nonni, i baby boomer, la stessa idea si ferma al 13%.
Leggetelo di nuovo.
I ragazzi di vent’anni sono più d’accordo dei loro nonni.
Il 24 per cento pensa che una donna non dovrebbe apparire troppo indipendente o autosufficiente: tra i boomer sono la metà.
Michela è morta pochi mesi prima che in Italia si iniziasse a usare la parola “manosfera” fuori dai convegni.
Non ha visto gli influencer che vendono corsi di dominio a ragazzini di quattordici anni, non ha visto i podcast in cui si spiega che il femminismo ha rovinato gli uomini, non ha visto gli algoritmi che a un tredicenne mostrano video su come le donne mentono e sono il male assoluto.
Io non so cosa avrebbe detto. Chi vi dice di saperlo, mente.
Però so da dove sarebbe partita, perché ci aveva già messo un libro intero.
Stai zitta, 2021, quando ancora ci spiegavano che occuparsi di parole era una pignoleria da radical chic.
La sua tesi in una riga: «Il linguaggio è un’infrastruttura culturale che riproduce rapporti di potere».
Infrastruttura.
Non decorazione.
Non suscettibilità.
La cosa che regge il ponte.
Oggi abbiamo un intero settore economico che costruisce infrastrutture linguistiche per insegnare a milioni di ragazzi che una donna che parla è un problema da gestire.
E abbiamo perso la persona che quel meccanismo lo smontava meglio di chiunque altro, in tre minuti, in diretta, senza alzare la voce.
Il manuale che qualcuno ha preso sul serio.
Nel 2018 Michela pubblica Istruzioni per diventare fascisti. Si mette nei panni di una fascista convinta e spiega, con calma, perché la democrazia è faticosa e conviene liberarsene.
Alla fine c’è un test, il fascistometro, che serve a farti scoprire quanti slogan hai già interiorizzato senza accorgertene.
Era un avvertimento travestito da manuale.
Il 3 febbraio 2026 Roberto Vannacci ha lasciato la Lega. Tre giorni dopo ha fondato un partito che si chiama Futuro Nazionale. L’uomo che si è autopubblicato Il mondo al contrario nel 2023 quello in cui gli omosessuali “non sono normali” oggi ha un partito, un simbolo, una sede a Roma, dei comitati sparsi per l’Italia.
Michela aveva scritto che «il fascismo per porsi deve opporsi».
Che serve sempre un nemico visibile.
Guardate cosa c’è dentro quel progetto politico e ditemi se il nemico non è esattamente quello che serviva: le donne che non stanno al loro posto, le persone LGBTQIA+, chi arriva da fuori, chi ha un corpo che non corrisponde a chissà quale canone di italianità.
Il libro del 2018 non era una profezia. Era un’istruzione per l’uso che qualcuno ha letto dalla parte sbagliata.
Michela Murgia entra nella vita pubblica italiana nel 2006 con Il mondo deve sapere: un diario nato come blog mentre faceva la telefonista precaria in un call center che vendeva aspirapolvere.
Dentro c’è tutto: il mobbing, le tecniche motivazionali deliranti, i sindacati che guardano da un’altra parte, le persone trattate come ingranaggi intercambiabili.
Il call center dove lavorava, dopo quel libro, ha chiuso.
Vent’anni dopo, sapete quali sono le prime mansioni che l’intelligenza artificiale sta divorando?
Assistenza clienti, customer care, call center, back office amministrativo, traduzione. Esattamente il lavoro da cui lei era partita.
Esattamente le persone che aveva raccontato per prima, quando ancora non erano un tema.
Se n’è andata proprio mentre stava per succedere.
E anche qui, chissà con quanta lucidità avrebbe letto e detto di tutto questo.
Il 25 luglio 2023, sedici giorni prima di morire, Michela si sposata con rito civile con Lorenzo Terenzi. Ha spiegato che lo aveva fatto perché ormai «non diamo più niente per scontato».
Io quella frase la traduco in linguaggio giuridico, che è meno poetico ma più chiaro.
Senza quel matrimonio, in Italia, una persona che ami (in senso romantico o in senso più lato) può essere tenuta fuori da una stanza d’ospedale.
Può non avere titolo per ricevere informazioni dai medici. Può non decidere niente. Può non ereditare niente. Una famiglia d’anima, per la nostra legge, non esiste: esiste il grado di parentela, e basta.
Michela ha passato la vita a dire che la famiglia è quella che ti scegli e l’ho vissuto sulla mia pelle curando il suo stesso testamento.
Ma comunque alla fine ha dovuto firmare un contratto davanti allo Stato per ottenere il minimo sindacale della dignità di qualcuno che potesse esprimere le sue vere volontà nel momento in cui la lucidità si faceva sempre più fioca.
Michela ha scritto che «il confine non ci circonda, ma ci attraversa». Il punto è che in questo Paese quel confine ha ancora valore legale, e passa esattamente dentro le persone che amiamo.
Perché ve la sto scrivendo, questa cosa?
Perché ogni volta che ci domandiamo “chissà cosa avrebbe detto Michela” stiamo dicendo che nessuno ha preso quel posto.
Che il dibattito pubblico italiano si è richiuso sopra un’assenza e ha continuato come se niente fosse, tra un talk show e l’altro.
Io non credo che quel posto vada preso da qualcuno.
Credo vada preso da tantə, male, imperfettamente, ognuno per il pezzo che sa.
Vi lascio i suoi tre imperativi: disobbedite, fate casino, dovete piacervi e NON compiacere.
Il terzo è il più difficile. Proviamoci comunque.
Ora e sempre Michela.
Cathy
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