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Dritti ai Diritti · May 21, 2026

Sarei mai stata trattata così?

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Cathy La Torre · Dritti ai Diritti

Io sono una persona di seconda generazione. Mia madre è arrivata in Italia, non ci è nata come me. Eppure in questi giorni mentre leggevo le pagine dedicate al caso di Modena mi sono ritrovata a chiedermi una cosa.

Sarei mai stata trattata così?

Se domani perdessi la testa, per una malattia, per un trauma, per quei mille motivi per cui un essere umano può rompersi, verrei chiamata cittadina italiana o «criminale di seconda generazione»? Mi darebbero il beneficio della follia, come si fa di solito con «i nostri» o tirerebbero fuori il cognome dei nonni per dimostrare che, in fondo in fondo, italiana non lo sono?

Partiamo dai fatti, perché la verità è il primo antidoto

Sabato 16 maggio, nel centro di Modena, Salim El Koudri si è scagliato contro la folla a tutta velocità, travolgendo sette persone e ferendone una con un coltello. Quattro feriti sono in gravi condizioni, tra questi una donna che ha perso le gambe. È stato fermato e disarmato da cinque cittadini: italiani, egiziani, pakistani, un bangladese. Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti ha voluto ricordarlo subito: gli eroi di quel giorno avevano passaporti diversi e una cosa sola in comune, l’aver detto no alla violenza.

Salim El Koudri ha 31 anni. È nato a Seriate, in provincia di Bergamo, il 30 marzo 1995. Cittadino italiano dal 27 settembre 2009. Laureato in Economia. Incensurato. Dal 2022 al 2024 è stato in cura in un centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per un disturbo schizoide della personalità. Nel 2024 ha smesso le terapie, di sua iniziativa, senza dirlo a nessuno.

La Procura di Modena ha lavorato in fretta. Il suo avvocato, Fausto Gianelli, ha riferito che gli inquirenti hanno analizzato dispositivi e social: «nessuna cosa che sembri ricondurre a una radicalizzazione: non è un credente, né islamista, né islamico. Non ha contatti con nessuna rete». Anche il ministro dell’Interno Piantedosi, non proprio un esponente della sinistra, ha parlato di «situazione di disagio psichiatrico evidente».

Eppure…

La macchina dello sciacallaggio si è messa in moto in tempo reale

Matteo Salvini, vicepremier della Repubblica italiana, in un post ha scritto: «Salim El Koudri. Questo il nome del criminale ‘di seconda generazione’». Poi è andato a Radio 24, quando era già stata accertata l’italianità di El Koudri, e ha modificato la propria affermazione: «Per il fatto che sia italiano, peggio mi sento».

Fermiamoci un secondo su questa frase. Il fatto che un cittadino italiano abbia commesso un reato grave - per il vicepremier - è più grave perché italiano. Cioè: meglio se fosse stato uno «straniero», perché avremmo potuto liquidarlo come «altro». Il fatto che sia uno di noi è il problema.

Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha rincarato: «Non è un italiano, ma un immigrato di seconda generazione. Deve pagare a casa sua, che per quanto mi riguarda non è l’Italia ma il Marocco».

Un dibattito talmente surreale che è dovuto intervenire Antonio Tajani, un altro vicepremier, della stessa maggioranza di Salvini e Bignami, per ricordare che El Koudri «è un cittadino italiano, nato, cresciuto e laureato in Italia». La realtà è questa. Ma la realtà, in questi giorni, sembra essere diventata un’opinione tra le altre.

E adesso permettetemi una domanda scomoda: quanto siamo islamofobici?

Nel 2024 l’Agenzia europea per i diritti fondamentali ha pubblicato un’indagine: un musulmano su due in Europa si dichiara vittima di discriminazione nella vita quotidiana. In Italia, secondo i dati del network europeo contro il razzismo (ENAR), il tasso di ostilità verso i musulmani sfiora il 69 per cento.

Le donne pagano il prezzo doppio. Il velo, dicono i rapporti ENAR, è un ostacolo serio nell’accesso al lavoro, anche per fare la lavapiatti anche se nessun cliente vedrà mai chi sta dietro la cucina. Nel dicembre 2025 il Tribunale di Torino ha condannato Vittorio Feltri per molestia discriminatoria dopo aver definito i musulmani «razze inferiori» in radio. Una sentenza che, finalmente, ha applicato all’islamofobia lo stesso paradigma giuridico riconosciuto da tempo per l’antisemitismo.

Ma la giurisprudenza corre, l’opinione pubblica no.

Quando un soldato dell’IDF prende a martellate una statua di Gesù crocifisso in Libano e poi lo posta sui social, nessuno dice che l’ebraismo è un problema. Il soldato è il problema e come tale viene definito: un fanatico, un estremista, un ultranazionalista.

Ed è giusto così, il problema non è l’ebraismo.

Ma se un uomo di origini marocchine, laureato, con un passato di cure psichiatriche, investe dei passanti allora improvvisamente l’Islam diventa il titolo, diventa il fulcro, diventa la spiegazione. «Inneggiava ad Allah in arabo su profili Facebook chiusi». Le persone in crisi psichica, ve lo dico da giurista che ha visto centinaia di fascicoli, scrivono di tutto: contro Allah, contro Gesù, contro gli Ufo e contro la Regina. Einfatti El Koudri ha delirato anche contro la Nato e Chiara Ferragni. Ma quei deliri non fanno titolo. Quello su Allah sì.

Questo si chiama doppio standard. E ha un costo, su persone reali, con figli reali, che frequentano scuole reali.

E poi c’è l’altra ferita: come parliamo della malattia mentale

Salim El Koudri, secondo il suo legale, in carcere «non si è reso conto dell’accaduto, sembra in una situazione di confusione mentale… apatico in certi momenti, sorpreso quando si ricorda quello che è capitato. Assolutamente inconsapevole».

Le sue parole, riportate dall’avvocato: «Sono uscito perché quel giorno morivo». Quando gli hanno detto della donna che ha perso le gambe, ha mormorato: «Che cosa tremenda».

Secondo la la gip Donatella Pianezzi, che ha convalidato l’arresto di El Koudri, al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto sia una conseguenza della patologia - disturbo schizoide di personalità - per il quale era stato in cura. Per la gip non ci sono per il momento nemmeno elementi per ritenere che El Koudri fosse incapace di intendere e volere quando ha commesso il fatto.

La giustizia farà il suo corso, e farà bene.

Quello che mi colpisce è come il dibattito pubblico abbia scelto di parlare della salute mentale. In maniera spesso grottesca. Giornali e trasmissioni che ci mettono in allerta perché viviamo circondati da milioni di pazzi pericolosi. Come se ogni persona con un disturbo psichiatrico fosse un attentatore mancato. Mentre i dati - quelli veri - ci dicono il contrario: chi soffre di disturbi mentali gravi è statisticamente più spesso vittima di reati, non autore.

Ma la narrazione che si è imposta è quella opposta, e produce due effetti micidiali.

Primo: stigmatizza centinaia di migliaia di persone fragili che per paura di essere etichettate come potenziali criminali smetteranno di chiedere aiuto. Esattamente come ha fatto El Koudri nel 2024.

Secondo: serve a non parlare dello smantellamento della psichiatria territoriale in questo paese. Dei centri di salute mentale che non hanno personale, delle liste d’attesa di mesi, dei pazienti dimessi senza presa in carico, delle famiglie lasciate sole.

Perché parlare di servizi pubblici tagliati costa, politicamente. Parlare di «seconda generazione» no: rende.

Cosa rivela di noi italiani questa vicenda?

Che abbiamo un problema. Profondo, antico, irrisolto. Se nasci qui, cresci qui, ti laurei qui, ma il tuo cognome ha delle consonanti diverse da Rossi, c’è sempre qualcuno pronto a rispedirti «a casa tua». Una casa che, per chi è figlio di migranti, non esiste su nessuna mappa.

“Vivo con i miei genitori, che sono stranieri”. Una delle frasi che Salim El Koudri ha detto appena arrestato. Nato e cresciuto in Italia considera stranieri i genitori marocchini che in casa parlano arabo.

Però per Salvini, Bignami e altri Salim El Koudri non è italiano. Chi è allora? Come sti stabilisce chi è italiano al 100%? Chi ha gli antenati fino a cinque generazioni indietro? O ne servono di più?

Quando offendono il nostro Cristo, le distinguiamo nei loro fanatismi. Quando un altro impazzisce, una fede intera diventa sospetta. È islamofobia. Chiamiamola con il suo nome. Non è «paura legittima», non è «buon senso»: è razzismo religioso.

La malattia mentale ci fa paura, ma una paura sbagliata. La temiamo come fonte di violenza altrui, non come sofferenza nostra. E così la nascondiamo, la stigmatizziamo, la tagliamo a colpi di legge di bilancio.

Rivela soprattutto che siamo ancora un paese che, davanti al dolore, cerca un colpevole più «altro» di noi. Perché ammettere che il responsabile è uno di noi - un cittadino italiano, laureato in un’università italiana, curato (male) dal sistema sanitario italiano - significherebbe ammettere che il problema siamo anche noi. Le nostre politiche. I nostri tagli. Il nostro razzismo travestito da realismo.

Una cosa sola, prima di chiudere

Cinquemila persone sono scese in piazza a Modena la sera dopo l’attentato. Non per chiedere espulsioni. Non per gridare «prima gli italiani». Per dire che alla violenza non si risponde con l’odio. Per ringraziare gli egiziani, italiani, pakistani e il bangladese che hanno fermato un uomo armato di coltello senza chiedersi prima se pregavano lo stesso Dio.

Quella piazza è l’Italia che siamo.

Io continuo a chiedermi se sarei mai stata trattata come Salim. Spero di no. Ma temo che la risposta, oggi, dipenda dal cognome sulla mia carta d’identità. E un paese in cui un diritto - quello di essere riconosciuti pienamente cittadini - dipende dal cognome, non è ancora pienamente democratico.

C’è ancora tanto lavoro da fare. Lo faremo insieme.

Con la solita rabbia, e con tutta l’empatia che mi resta,

Cathy

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