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Dritti ai Diritti · Nov 1, 2025

Il 30 ottobre 2025: quando hanno cambiato la Costituzione (e forse non ce ne siamo accorti)

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Cathy La Torre · Dritti ai Diritti

Ieri, mentre molti di noi erano alle prese con la quotidianità, è successo che potrebbe cambiare per sempre il volto della giustizia italiana. Il Senato ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati. 112 voti a favore, 59 contrari, 9 astenuti.

Una riforma costituzionale. Non una legge qualsiasi, ma una modifica alla nostra Costituzione. Quella che è stata scritta da da donne e uomini che uscivano dalle macerie della dittatura e della guerra, che avevano visto cosa significa vivere senza diritti, senza garanzie, senza un giudice indipendente.

Ma andiamo con ordine, perché questa è una storia che merita di essere raccontata per bene.

Immaginate la magistratura come una grande famiglia. Fino a ieri, tutti i magistrati – sia quelli che fanno i giudici (che decidono nei processi) sia quelli che fanno i pubblici ministeri (che indagano e sostengono l’accusa) – appartenevano allo stesso “ordine”. Entravano con lo stesso concorso, avevano la stessa formazione, e potevano – con molti limiti – passare da una funzione all’altra nel corso della carriera.

Separare le carriere significa spezzare questa famiglia in due. Da oggi (o meglio, se questa riforma verrà confermata da un Referendum in cui proprio noi saremo chiamate e chiamati a votare) chi vorrà fare il giudice e chi vorrà fare il pubblico ministero dovrà sceglierlo subito, fare concorsi diversi, avere percorsi formativi separati, e non potrà mai più cambiare. Saranno due mondi distinti, con due Consigli Superiori della Magistratura diversi (invece di uno solo) e una nuova Alta Corte Disciplinare per punire gli illeciti.

Oggi la magistratura italiana è un corpo unico. L’articolo 104 della Costituzione dice chiaro: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Un ordine. Unico. Autonomo. Indipendente.

Quando un magistrato entra in carriera, può scegliere se fare funzioni giudicanti o requirenti. E sì, tecnicamente poteva anche cambiare (con la riforma Cartabia del 2022 solo una volta nella vita, entro dieci anni, cambiando sede). Ma parliamo di numeri ridicoli: nel 2022, solo 8 magistrati sono passati da giudice a PM e 17 da PM a giudice. Su migliaia di magistrati. Lo 0,21 per cento.

Eppure si è voluta fare una riforma costituzionale. Per lo 0,21 per cento.

Per capire questa storia dobbiamo tornare al 1948. All’Assemblea Costituente.

Quegli uomini e quelle donne sapevano cosa voleva dire vivere sotto una dittatura. Sapevano cosa significava avere magistrati che dipendevano dal Ministro della Giustizia, che erano nominati, promossi, trasferiti, puniti dal potere politico. Sapevano cosa voleva dire non avere un giudice davvero indipendente.

Nell’Italia prima del fascismo, e poi durante il fascismo, il Governo – attraverso il Ministro Guardasigilli – controllava tutto: le carriere, le nomine, persino le sentenze stesse dei giudici. I pubblici ministeri erano sotto la “direzione” del Ministro. Il giudice non era terzo, era parte del sistema di potere, rispondeva al potere e le sentenze erano spesso alterate dalla volontà dei politici prima, di Mussolini dopo.

Per questo l’Assemblea Costituente (cioè l’assemblea votata per scrivere la nostra meravigliosa Costituzione) fece una scelta davvero rivoluzionaria: creò quello che si chiama il Consiglio Superiore della Magistratura, cioè un organo di autogoverno che sottraeva al potere politico ogni controllo sui magistrati. Decise anche che giudici e pubblici ministeri dovessero appartenere allo stesso ordine, avere la stessa formazione, le stesse garanzie di indipendenza.

L’idea era semplice e potente: per avere giustizia vera serve che nessun magistrato – né il giudice né il PM – possa essere influenzato dal potere. E l’unità della magistratura era vista come una garanzia.

Di separazione delle carriere si parla da oltre un secolo. E ogni volta che questo tema riemerge, racconta qualcosa di più della giustizia: racconta il rapporto tra potere politico e magistratura, tra chi comanda e chi deve controllare chi comanda.

Il primo a ragionare su questo tema fu Giacomo Matteotti, il deputato socialista assassinato dal fascismo il 10 giugno 1924. Nel 1911, quando aveva solo 26 anni ed era appena laureato in giurisprudenza, Matteotti scrisse sulla Rivista Penale un articolo dal titolo profetico: “Il Pubblico Ministero è parte”.

In quell’articolo, Matteotti smontava un’idea che ancora oggi qualcuno sostiene: che il PM agisca “per fini di giustizia”, che rappresenti “la collettività”, che sia quindi più vicino al giudice che alla difesa. No, diceva Matteotti. Il PM è una parte del processo. Ha un ruolo preciso: sostenere l’accusa. Non può essere confuso con il giudice.

Era un’intuizione modernissima, che anticipava di decenni il processo accusatorio. Ma Matteotti non fece in tempo a svilupparla: nel 1924 venne rapito e ucciso da una squadra fascista capeggiata da Amerigo Dumini. Il suo corpo fu ritrovato due mesi dopo.

E sapete chi indagò sull’omicidio Matteotti? Il magistrato Mauro Del Giudice, uno dei pochi giudici che durante il fascismo si rifiutò di piegarsi al potere. Del Giudice condusse le indagini con onestà e indipendenza, seguendo le prove ovunque lo portassero. Anche troppo vicino al regime. Così, pochi giorni dopo, venne “promosso” – promoveatur ut amoveatur, come si dice in latino – e trasferito in Sicilia, lontano da Roma, lontano dalle indagini. La sua carriera finì lì. Le persecuzioni durarono fino alla caduta del fascismo.

Questa storia ci insegna una cosa: quando un magistrato indipendente disturba il potere, il potere trova il modo di fermarlo.

Paradossalmente, durante il fascismo la separazione delle carriere venne esplicitamente rifiutata. Il Guardasigilli Dino Grandi, nella relazione al Re del 30 gennaio 1941 per l’approvazione dell’Ordinamento Giudiziario, scrisse che era “inopportuna” la separazione delle carriere perché – e qui arriva il punto – lo “Stato moderno fascista” aveva “superato la separazione fondamentalmente errata tra i poteri dello Stato”.

In sostanza il fascismo non voleva la separazione dei poteri. Voleva tutto unito, tutto controllato. E quindi non poteva ammettere una separazione tra giudici e PM. I pubblici ministeri, infatti, erano “sotto la direzione del Ministro di Grazia e Giustizia”.

Questo è un dato storico che oggi viene spesso dimenticato: il fascismo voleva la carriera unica proprio perché aveva abolito la separazione dei poteri. I nostri Costituenti del 1948 scelsero la carriera unica per ragioni esattamente opposte: per proteggere l’indipendenza di tutti i magistrati dal potere politico.

Quando nel 1948 l’Assemblea Costituente discusse dell’ordinamento della magistratura, il dibattito fu intenso. C’erano posizioni diverse. Qualcuno, come Piero Calamandrei, propose persino un’Alta Corte disciplinare. Ma alla fine prevalse una visione chiara: magistratura unica, autonoma, indipendente.

E attenzione: Calamandrei, quando parlava di “unità della giurisdizione”, non intendeva l’appartenenza del PM e del giudice allo stesso ordine. Intendeva l’eliminazione delle giurisdizioni speciali (amministrativa, contabile) a favore di un’unica giurisdizione ordinaria. Oggi chi cita Calamandrei a favore della separazione delle carriere, probabilmente, lo fa girare nella tomba.

Comunque la scelta dei Costituenti fu netta: un unico Consiglio Superiore della Magistratura per sottrarre al Ministro della Giustizia ogni potere sui magistrati. Un unico ordine per garantire a tutti – giudici e PM – la stessa indipendenza, la stessa formazione, la stessa cultura della giurisdizione.

Per decenni, la Costituzione del 1948 resse. Poi arrivarono gli anni ‘80 e il caso Enzo Tortora: un conduttore televisivo amatissimo, arrestato per camorra e traffico di droga sulla base di accuse che si rivelarono del tutto infondate. Tortora venne assolto dopo anni di calvario giudiziario, ma la sua vita era distrutta.

Marco Pannella e il Partito Radicale fecero di quel caso una bandiera. Dissero: “Vedete? Serve più controllo sulla magistratura, serve separare le carriere, serve più garanzia per gli imputati”. E lanciarono una serie di referendum sulla giustizia negli anni ‘80, che passarono alla storia come i “referendum Tortora”.

Poi arrivò Tangentopoli. Le inchieste di Mani Pulite, guidate da magistrati come Antonio Di Pietro, portarono alla luce un sistema di corruzione che coinvolgeva tutti i partiti. La Prima Repubblica crollò. I politici finirono sotto processo.

E da quel momento, il tema della separazione delle carriere divenne sempre più politico. Sempre più legato non a un’idea di giustizia migliore, ma a un’esigenza: proteggere la politica dalle indagini della magistratura.

Il 21 maggio 2000, i radicali chiamarono gli italiani alle urne per un referendum sulla separazione delle carriere.

Il quesito era tecnico, riguardava l’abrogazione di norme che permettevano i passaggi di funzione. Ma il significato politico era chiaro: separare giudici e PM.

Cosa fecero i partiti? Il centrosinistra (l’Ulivo guidato da D’Alema) invitò all’astensione. Il centrodestra (Berlusconi) prima disse che era “un referendum ad uso dei Radicali e dei comunisti”, poi lanciò lo slogan: “Il 21 maggio resta a casa per mandarli a casa”. L’obiettivo era far fallire il referendum.

E ci riuscirono. Il quorum non venne raggiunto. Ma il 69% di chi andò a votare votò SÌ alla separazione.

Berlusconi, però, promise: “Quando tornerò al governo, quella riforma la farò io”.

Nel 2001 il centrodestra tornò al governo. Berlusconi era Presidente del Consiglio. E nel frattempo era anche imputato in diversi processi.

Il Ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli, presentò una grande riforma della giustizia che includeva la separazione delle carriere. Le proposte di legge erano state presentate dalla senatrice Maria Elisabetta Alberti Casellati (oggi ministra per le Riforme nel governo Meloni) e dal deputato Luigi Vitali.

Ma la strada non fu facile. Dopo varie riformulazioni, il progetto di separazione venne accantonato. Perché? Perché si era espresso contro di esso il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Nel dicembre 2004, Ciampi fece un gesto politicamente e costituzionalmente molto significativo: rinviò alle Camere il disegno di legge, segnalando concreti rischi di incostituzionalità. Secondo Ciampi, quelle norme limitavano in modo eccessivo l’indipendenza dei magistrati.

Il rinvio del Capo dello Stato bloccò tutto.

2007: la riforma Mastella e il sospetto di “inciucio”

Nel 2007 tornò al governo il centrosinistra, guidato da Romano Prodi. E il nuovo Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, ripropose una riforma della giustizia che tornava a toccare il tema della separazione delle funzioni (non delle carriere).

Nel 2013, il Partito Radicale ci riprovò con un altro pacchetto referendario che includeva la separazione delle carriere. Ma le firme raccolte non furono sufficienti.

Nel 2022, invece, si arrivò al voto. Il 12 giugno gli italiani furono chiamati alle urne per cinque referendum sulla giustizia, tra cui uno sulla separazione delle carriere (in realtà sulla limitazione dei passaggi di funzione da giudice a PM e viceversa). Ma anche stavolta: quorum non raggiunto. L’affluenza fu solo del 20,9%.

Gli italiani, per la seconda volta, dissero che non era una priorità.

E arriviamo a oggi. Il governo Meloni, con il Ministro della Giustizia Carlo Nordio (ex magistrato, ex PM) il 13 giugno 2024 presenta un disegno di legge costituzionale. Stavolta non un referendum abrogativo, ma una vera riforma costituzionale. Firmata da Giorgia Meloni e Carlo Nordio.

Il percorso è velocissimo. Stranamente veloce per una riforma costituzionale. Il 16 gennaio 2025 la Camera approva in prima lettura. Il 22 luglio il Senato. Il 18 settembre la Camera di nuovo. E il 30 ottobre 2025, ieri, il Senato approva in via definitiva. In meno di 5 mesi, una riforma costituzionale attraversa tutto l’iter parlamentare.

Senza modifiche. Senza emendamenti. Come un treno in corsa.

Forza Italia esulta. “Abbiamo lottato, resistito e insistito con determinazione per oltre trent’anni, ma finalmente ce l’abbiamo fatta. Oggi si realizza il sogno di Berlusconi”.

Marina Berlusconi, figlia di Silvio, dice: “È la vittoria di papà”.

E qui casca l’asino. Perché quando una riforma costituzionale viene descritta come “il sogno di Berlusconi” – un uomo condannato in via definitiva per frode fiscale, che ha passato anni in conflitto con la magistratura – forse dovremmo fermarci un attimo a riflettere.

Questa lunga storia – da Matteotti a Meloni, passando per il fascismo, Tangentopoli, Berlusconi, i radicali – ci dice una cosa molto chiara.

La separazione delle carriere non è mai stata una riforma tecnica. È sempre stata una riforma politica.

Quando la magistratura indagava sulla mafia, nessuno parlava di separare le carriere.

Quando la magistratura indagava sul terrorismo, nessuno parlava di separare le carriere.

Ma quando la magistratura ha iniziato a indagare sulla corruzione politica, sui potenti, su chi comanda, improvvisamente la separazione delle carriere è diventata urgente, necessaria, irrinunciabile.

Coincidenze? Forse. Ma le coincidenze, quando si ripetono per quarant’anni, iniziano a somigliare a un disegno.

Chi sostiene la separazione delle carriere dice principalmente questo:

Se giudici e PM appartengono allo stesso corpo, frequentano gli stessi ambienti, hanno la stessa cultura, il giudice potrebbe essere influenzato dalla “vicinanza” al PM. Separandoli, il giudice sarebbe più “terzo”, più imparziale.

Nel processo accusatorio PM e difesa dovrebbero essere su un piano di parità davanti al giudice. Ma se PM e giudice sono “colleghi”, questa parità sarebbe a rischio.

E’ la stessa impostazione degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Francia, del Portogallo che hanno carriere separate.

Dall’altra parte c’è chi vede in questa riforma non un miglioramento, ma uno smantellamento.

In quasi tutti i Paesi dove le carriere sono separate, il pubblico ministero dipende dal potere politico. È nominato dal Governo, risponde al Governo. In Italia, finora, il PM è un magistrato indipendente, che non prende ordini da nessuno. Con la separazione, si teme che prima o poi si arrivi a un PM controllato dalla politica.

I passaggi di funzione sono già quasi inesistenti (lo 0,21%). I processi non diventeranno più veloci. Le carceri non si svuoteranno. La carenza di personale non verrà risolta. Cosa cambierà davvero per i cittadini? Nulla.

C’è un elefante nella stanza che va nominato: la loggia P2.

Negli anni ‘70, Licio Gelli e la sua loggia massonica segreta elaborarono un “Piano di Rinascita Democratica” che prevedeva, tra le altre cose, proprio la separazione delle carriere dei magistrati. Lo scopo? Indebolire il potere giudiziario, renderlo controllabile.

Oggi chi è contrario alla riforma ricorda questo dato storico. Chi è favorevole dice che è un argomento pretestuoso, che non si può bloccare una riforma solo perché ne parlava la P2.

Ma la domanda resta: perché questa riforma è così importante per chi è al potere? E perché proprio ora, in un momento in cui il governo Meloni è in tensione costante con la magistratura (dal caso Almasri alle decisioni sulla Corte dei Conti, dai migranti in Albania alle polemiche continue)?

La riforma è passata, ma non è ancora legge.

Siccome non ha raggiunto i due terzi dei voti in Parlamento (solo la maggioranza semplice), ora si aprirà la strada per un referendum confermativo.

Possono chiederlo:

  • Un quinto dei parlamentari (Camera o Senato)

  • 500mila cittadini elettori

  • 5 consigli regionali

E indovinate? Sia l’opposizione sia una parte della magistratura hanno già annunciato che chiederanno il referendum.

La buona notizia (o cattiva, dipende dal punto di vista): per questo tipo di referendum non serve il quorum. Basta che voti più del 50% di chi va alle urne, quanti che siano.

Quindi saremo noi cittadini a decidere, nel 2026. E sarà una battaglia durissima.

So cosa state pensando: “Vabbè, ma io che c’entro? Sono cose da tecnici, da costituzionalisti, da addetti ai lavori”.

No. Non lo sono.

Questa è una cosa che riguarda tutti e tutte noi. Perché riguarda chi giudicherà se abbiamo ragione o torto quando finiremo in tribunale. Chi indagherà se subiamo un torto, una violenza, un’ingiustizia. Chi ci proteggerà – o non ci proteggerà – dai potenti.

Bertolt Brecht diceva: “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”.

Non sto dicendo che questa riforma sia un’ingiustizia. Ma sto dicendo che dobbiamo capirla, studiarla, informarci. Perché tra qualche mese dovremo votare, e non possiamo farlo a caso, fidandoci di chi urla più forte.

Dobbiamo chiederci: vogliamo un pubblico ministero che indaga indipendentemente dalla politica o uno che risponde al Governo? Vogliamo un sistema di giustizia più efficiente o uno più controllabile? Vogliamo davvero cambiare la Costituzione nata dalla Resistenza per questo?

Le risposte non sono scontate. Non devono esserlo.

Vi ho raccontato i fatti. Vi ho dato gli argomenti di chi è a favore e di chi è contro.

Ora vi dico cosa penso io.

Penso che quando una riforma costituzionale non risolve nessun problema pratico (i processi non saranno più veloci, le carceri non si svuoteranno, i magistrati che cambiano funzione sono già lo 0,21%), ma rischia di indebolire l’indipendenza del potere giudiziario, allora forse non è una riforma per i cittadini. È una riforma per chi è al potere.

Penso che la storia ci insegna cose precise: ogni volta che il potere politico ha controllato i magistrati, abbiamo avuto dittature, abusi, ingiustizie.

Penso che la Costituzione del 1948 non vada cambiata alla leggera. Non è un codice da aggiornare come un software. È il patto fondamentale che ci tiene insieme come comunità, che protegge i deboli dai forti.

E penso che Marina Berlusconi ieri ha detto: “Oggi abbiamo realizzato il sogno di papà”. Ecco, quando una riforma costituzionale realizza il sogno di chi è stato condannato in via definitiva per frode fiscale, forse dovremmo farci qualche domanda in più.

Ma questa è la mia opinione. La vostra la formerete voi, informandovi, leggendo, discutendo. E poi voterete.

E quando lo farete, ricordatevi che stiamo parlando della nostra Costituzione. Di quella cosa nata sulle macerie della guerra e della dittatura. Quella che ha reso l’Italia una democrazia. Quella che dice, nell’articolo 101, che i giudici sono soggetti soltanto alla legge.

Soltanto alla legge. Non al governo. Non ai potenti. Alla legge.

Teniamocela stretta, questa frase.

Ci vediamo al referendum.

E stavolta, andiamoci preparati.

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