Uno dei metodi più infimi e più miserabili dell’industria, in ambito climatico è il greenwashing, quello gnegnegnè che serve a manipolare delle informazioni per rendere meno amara una pillola o per lenire i danni che l’industria sta facendo all’umanità sulla base del profitto, del LORO profitto.
Perché poi le cose succedono. Come il caldo, come i fiumi in secca, come gli eventi estremi.
Quello che fanno i padroni del fossile è tristemente noto, compreso i nostrani, tanto che la nostra compagnia petrolifera emette più di quanto emette l’intera nazione ma esce sempre come bravabellaebuona, ma quello che fanno gli altri è sempre meno considerato.
Uno dei settori più tremendi per le emissioni è quello della carne, del manzo in particolare. Come puoi dire ad un americano, non di smettere eh, ma almeno di ridurre il consumo di carne? Non lo puoi fare. Come dire ad un italiano di non evadere le tasse.
Bene, questo settore, che incide in maniera sostanziale e sopratutto che devasta, rispetto ad altri tipi di carne, l’ambiente in cui viene localizzato (senza considerare l’aspetto etico, quello ormai se lo consideri ti chiamano coglione vegano anche se non lo sei) è stao oggetto di uno degli ultimi report del CAAD (Climate Action Against Disinformation) che ha analizza il modo in cui il settore utilizza comunicazione, sponsorizzazioni scientifiche e narrazioni ambientali per ridurre la percezione del proprio impatto climatico.
Il report denuncia una strategia crescente dell’industria della carne bovina (“Big Beef”) volta a influenzare il dibattito scientifico e pubblico sul ruolo dell’allevamento nel cambiamento climatico. Secondo l’analisi, alcune aziende e organizzazioni del settore finanziano studi, campagne comunicative e iniziative apparentemente orientate alla sostenibilità con l’obiettivo di presentare la carne bovina come compatibile con la lotta alla crisi climatica.
Il meccanismo centrale identificato dal rapporto è il greenwashing, cioè la costruzione di un’immagine ambientalmente responsabile senza che vi siano riduzioni proporzionate degli impatti reali. L’industria promuove concetti come “carne sostenibile”, “allevamento rigenerativo”, “neutralità climatica” o “sequestro del carbonio nei pascoli”, (tutte cagate) spostando l’attenzione da una riduzione complessiva della produzione e dei consumi verso soluzioni tecnologiche o gestionali spesso difficili da verificare su larga scala.
Il report evidenzia inoltre il ruolo della comunicazione scientifica sponsorizzata: alcuni ricercatori o istituzioni ricevono finanziamenti collegati al settore e producono messaggi che enfatizzano i possibili benefici degli allevamenti, mentre vengono minimizzati aspetti consolidati dalla letteratura scientifica, come le elevate emissioni di metano dei ruminanti, l’uso del suolo e la perdita di biodiversità.
Secondo il CAAD, questa strategia presenta analogie con quelle adottate dall’industria dei combustibili fossili: non negare apertamente il problema climatico (fanno finta di crederci), ma spostare il dibattito verso soluzioni volontarie e rassicuranti che continuano a perpetuare il consumo.
Cito: “Quello che vediamo è un’appropriazione indebita del termine “sostenibilità’” finanziata dall’industria. Quel termine significa solo redditività e continuità dell’allevamento intensivo, piuttosto che autentica sostenibilità ambientale. In pratica, ‘sostenibile’ è stato ridefinito come ‘profitti industriali sostenibili’.
Il rapporto conclude che molte dichiarazioni ambientali del settore rischiano di creare nei consumatori l’impressione che sia possibile continuare ad aumentare o mantenere gli attuali livelli di consumo di carne bovina senza conseguenze climatiche significative. La principale critica del CAAD è quindi che la narrazione della “carne verde” possa rallentare interventi più incisivi, come la riduzione della produzione intensiva e una trasformazione dei sistemi alimentari.
Sul tema del greenwashing c’è inoltre una recente analisi scientifica pubblicata su PLOS Climate, secondo cui il 98% delle dichiarazioni ambientali analizzate di grandi aziende della carne e dei latticini presentava caratteristiche riconducibili al greenwashing.
Basterebbe leggere cosa hanno fatto gli americani con la loro alimentazione da quando è arrivato al ministero della sanità quel signore che sniffava sulle tavole del cesso.
O quello che è successo da noi con la carne coltivata
Poi bisognerebbe pensare a quello ceh possiamo fare noi…
Photo credit: José Jordan
fonti:
https://doi.org/10.1093/9780198945239.003.0053
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