Ogni anno, tonnellate di reti da pesca si perdono nei fondali degli oceani, trasformandosi in trappole silenziose per tartarughe, cetacei e coralli. Le chiamano “attrezzi fantasma”, e come tutte le presenze invisibili fanno paura proprio perché continuano ad agire anche quando sembrano sparite. Ma c’è chi ha deciso di spezzare questo incantesimo.
In Sudafrica, in Cornovaglia, in Ecuador e in Normandia, alcuni pescatori stanno riscrivendo il loro ruolo: da sfruttatori del mare a custodi del suo equilibrio. E lo fanno con una parola chiave - a me molto cara! - che suona nuova, anche se profuma di ritorno all’essenziale: responsabilità.
L’inquinamento da plastica è una delle minacce più gravi per gli oceani.
Secondo le stime del Marine Stewardship Council (MSC), gli attrezzi da pesca persi o abbandonati costituiscono fino al 10% della plastica marina globale, e in alcune aree questa percentuale sale fino al 50%.
Una morsa letale per la biodiversità marina, come ti dicevo poco fa: pesci impigliati, tartarughe soffocate, barriere coralline lacerate.
Per fortuna però c’è un altro volto della pesca, quello di chi si impegna ogni giorno a ridurre al minimo l’impatto ambientale. Ecco 4 esempi concreti - in quattro angoli diversi del pianeta - che dimostrano come si possa fare pesca sostenibile senza lasciare ferite nel mare.
A Città del Capo, tra l’oceano e la terra rossa, la pesca a strascico del nasello ha stretto un’alleanza con l’economia circolare. Grazie a un finanziamento dell’Ocean Stewardship Fund di MSC, è nato il primo impianto di riciclo in loco delle reti da pesca dismesse. Un progetto portato avanti insieme a Ocean Action Network, Ocean Plastic Technologies e il V&A Waterfront.
Qui le reti non finiscono più tra le onde, ma vengono selezionate, trattate e trasformate in materiali plastici densificati, adatti a nuovi usi. Un gesto semplice, ma rivoluzionario: fermare la plastica alla radice, prima che diventi un mostro invisibile nei fondali.
Nel porto di Newlyn, nel Regno Unito, le reti del nasello non si buttano: si trasformano in filamenti per stampanti 3D. Succede grazie a Fishy Filaments, un’azienda che recupera le reti degradate e le lavora per renderle di nuovo utili. Lo conferma anche l’Università di Exeter, che ha studiato l’impatto ambientale di questo processo: rispetto all’uso di nylon vergine, il riciclo di queste reti riduce le emissioni di CO₂ del 97-98%.
È un modo ingegnoso per allungare la vita dei materiali e accorciare quella delle scuse. Perché dietro ogni rete abbandonata c’è una scelta mancata e qui, a Newlyn, scelgono ogni giorno di non lasciare tracce.
L’Oceano Pacifico orientale ha i suoi guardiani. Si chiamano Tunacons, pescatori di tonno certificati MSC che hanno scelto di sostituire i classici FAD (dispositivi galleggianti per attrarre pesci) con versioni eco-compatibili: realizzate con materiali naturali come legno di balsa, canapa di Manila e bambù.
Ma non si sono fermati lì. Insieme all’azienda Bureo, hanno raccolto e trasformato oltre 100 tonnellate di reti disperse in mare, che oggi rivivono sotto forma di skateboard, vestiti e giochi. Con il progetto “Pescando Plásticos”, ripuliscono le mangrovie del Golfo di Guayaquil, oltre 20 le tonnellate di plastica raccolte finora. E con “Caring for Galapagos” recuperano attrezzi da pesca abbandonati nei fondali dell’arcipelago.
È una pesca che non cattura solo tonni, ma anche fiducia nel futuro.
Nel nord della Francia, dove la costa si frastaglia tra rocce e vento, i pescatori di astici si muovono con precisione chirurgica. Ogni nassa è marchiata con un numero identificativo e l’anno di riferimento, legato a una licenza limitata. Perderla non è solo un danno per il mare, ma anche per il pescatore stesso.
Questo meccanismo ha generato un incentivo virtuoso: conservare le nasse con cura, evitando che diventino rifiuti. Perché ogni strumento è parte di una catena delicata, dove il rispetto per il mare coincide con il rispetto per il proprio lavoro.
Queste storie dimostrano che un altro modo di pescare è possibile. Non si tratta solo di tecnologia o regolamenti, ma di cultura e responsabilità. Come ci ricorda il Marine Stewardship Council, oggi più di 716 attività di pesca sono coinvolte nel programma MSC e rappresentano il 19,3% del pescato globale. Un dato che può sembrare tecnico, ma che in realtà racconta una trasformazione profonda.
Ogni rete recuperata, ogni nassa salvata, ogni chilogrammo di plastica tolto dal mare è un passo avanti. Piccolo, ma concreto.
In attesa che i grandi trattati internazionali — come quello che discuteranno le Nazioni Unite — trovino un punto di equilibrio globale, il mare ci chiede azioni locali, quotidiane, ostinate.
E noi cosa possiamo fare noi?
Iniziare scegliendo prodotti ittici con il marchio blu della pesca sostenibile. Perché ogni acquisto è una piccola dichiarazione d’intenti.
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Per avere un quadro più chiaro sul tema, qui trovi altre due puntate di Blu Mediterraneo (che potresti esserti pers*) in cui ho parlato dei progetti e del lavoro concreto svolto dal Marine Stewardship Council.
Pesca sostenibile: cosa significa davvero e perché è così importante.
Buono per te, buono per l’oceano: un ricettario per mangiare sano e difendere il mare.
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