Benvenuti nel nuovo numero di Black Box Script, il nostro spazio di scrittura collettiva nato per andare oltre il ritmo quotidiano di Black Box e Morning Finance, con analisi e approfondimenti originali.
La longevity promette di allungare la vita, ma rischia di trasformarsi in una medicina per pochi. Dall’AI applicata alla prevenzione ai dati raccolti dai wearable, il futuro della cura apre una domanda politica oltre che medica: le nuove tecnologie rafforzeranno la medicina territoriale e renderanno le cure più accessibili, o allargheranno il divario tra chi può permettersi di vivere meglio e chi resta indietro?
Abbiamo parlato di questo in un panel a The Last Question, dal titolo Longevity nell’era dell’AI, con Guido Brera, Massimo Mazza (Senior Partner McKinsey) e il dottor Alberto Oliveti (Presidente Fondazione Enpam).
Il panel è stato introdotto da un keynote speech di Massimo Mazza, che ha scritto questo numero speciale di Black Box Script.
A partire da agosto pubblicheremo all’interno del podcast Black Box i panel di The Last Question: non vediamo l’ora di farveli ascoltare!
Iniziamo con un numero.
Un italiano nato nel 2024 vive in media 84,1 anni, il dato più alto dell’Unione europea, alla pari con la Svezia (OECD 2024). È la promessa mantenuta della modernità: siamo la generazione più longeva della storia umana.
Ora l’altro numero. La speranza di vita in buona salute in Italia, nello stesso 2024, è di 58,1 anni (Istat BES 2024). È scesa di un anno pieno rispetto al 2023. Una direzione. Vuol dire che, in media, un italiano trascorre gli ultimi 26 anni della propria esistenza in condizioni di salute compromessa. Farmaci. Comorbilità. Autonomia parziale. Riabilitazione. Sale d’attesa. Dolore cronico.
Ventisei anni. Un intero orizzonte di private equity.
Se un fondo comprasse un asset progettato per generare cash flow per 84 anni ma scoprisse che, per 26 di quegli anni, l’asset richiede iniezioni continue di capitale operativo senza produrre più nulla di utile, la definizione tecnica sarebbe distressed asset. Il distressed asset sei tu. Sono io. È tuo padre. È tua madre. È il tuo cliente più importante che a 62 anni ti scrive dallo studio del cardiologo.
Questo articolo non è un pezzo wellness. Non è un manifesto biohacker. Non è una recensione di supplementi. È qualcosa di più semplice e più fastidioso: è la trattazione del corpo umano come asset finanziario, con la stessa serietà con cui un analista tratta un titolo del Tesoro trentennale.
Perché la verità inconfessabile del 2026 è questa: mentre discutiamo di allocation ottimale tra azionario e obbligazionario, mentre stimiamo il terminal value delle nostre partecipazioni, mentre calcoliamo il carry dei nostri incentivi, il solo asset di cui siamo azionisti unici, portfolio manager unici e liquidatori unici, il nostro corpo, riceve una due diligence peggiore di quella che facciamo per una polizza RC auto.
E questo, alla luce di ciò che la scienza ha fatto negli ultimi 24 mesi, è l’errore di capital allocation più grande della nostra vita.
In questa newsletter, articolata in cinque capitoli, ti porterò dentro cinque territori: la storia di come siamo arrivati qui, le mosse senza rimpianti che la letteratura scientifica ha reso indiscutibili, la frontiera dove venture capital e biologia si incontrano, l’irruzione dell’intelligenza artificiale nella medicina del singolo, e la domanda finale, quella che nessuno vuole porre perché conoscere la risposta ti obbliga a cambiare qualcosa da domani mattina.
“L’invecchiamento è informazione perduta, un aumento di entropia nei nostri meccanismi interni.”
Comincio con una definizione che ti chiedo di tenere presente mentre leggi. Non è una metafora né una boutade filosofica. È l’ipotesi di lavoro con cui laboratori come quello di David Sinclair a Harvard operano oggi.
L’invecchiamento non è un processo materiale: non stai fisicamente consumando pezzi. È un processo informazionale. Le tue cellule contengono tutte le istruzioni per rigenerarsi, ma con il tempo dimenticano quali istruzioni leggere. È come un disco rigido con spazio disponibile ma con la tabella delle partizioni corrotta.
Questa distinzione, apparentemente accademica, è la differenza tra “invecchiare è ineluttabile” e “invecchiare è, in linea di principio, un problema di file recovery”. Tutto quello che leggerai dopo, dai peptidi ai fattori di riprogrammazione, discende da questa premessa.
Ma per capire perché ora è il momento in cui la conversazione cambia, devi guardare una curva.
Per 12.000 anni, dal Neolitico fino all’Ottocento inoltrato, l’aspettativa di vita alla nascita è oscillata tra i 20 e i 30 anni. Un piatto ondulato in cui le pandemie (Peste di Giustiniano, Peste Nera) creavano avvallamenti temporanei ma il regime restava lo stesso: mortalità infantile devastante, ondate infettive periodiche, la biologia umana bloccata sotto un tetto invisibile ma invalicabile.
Poi, tra il 1850 e il 2024, in 170 anni, l’aspettativa di vita è quasi triplicata. Il tetto è saltato.
Questo salto non è casuale né lineare. È stato prodotto da quella che possiamo chiamare Medicina 1.0 → 2.0.
Medicina 1.0 (dal Neolitico al 1850 circa): osservare. Ippocrate, Galeno, la teoria degli umori, i salassi. Nessuna comprensione dei meccanismi. La cura era sostanzialmente placebo con tassi occasionali di guarigione naturale.
Medicina 2.0 (1850 → oggi): teoria dei germi. Pasteur, Koch, Lister. Poi antibiotici (Fleming, 1928), vaccini (Salk, 1955), chirurgia asettica. Il paradigma: identifica il patogeno, colpiscilo. Ha vinto contro tubercolosi, vaiolo, polio. Ha triplicato la vita media.
Ma la Medicina 2.0 ha una debolezza strutturale: è reattiva. Aspetta che tu ti ammali per intervenire. Funziona benissimo contro le malattie acute (batteri, traumi, appendiciti).
Fatica contro le malattie croniche (cardiovascolari, oncologiche, metaboliche, neurodegenerative) che oggi generano l’85% dei decessi nel mondo sviluppato. Aspetta il tuo infarto, ti mette uno stent, ti manda a casa con la statina. Aspetta il tuo tumore al colon in stadio III, ti opera, ti dà chemio. È eroismo terapeutico, ma è eroismo su un cavallo perso.
Quello che sta emergendo oggi, la Medicina 3.0, non è un’evoluzione lineare. È un cambio di regime. La domanda che si pone non è più “come si cura questa malattia?” ma “come sposto in avanti la comparsa di tutte le malattie croniche insieme?”. Perché se le rallenti tutte contemporaneamente, non stai vivendo di più: stai vivendo meglio più a lungo. Stai comprimendo il gap tra lifespan (quanto vivi) e healthspan (quanto vivi in salute).
E qui ritorniamo al numero di apertura. Se sei italiano, quel gap oggi è di 26 anni (Istat). Globalmente, secondo uno studio pubblicato su JAMA Network Open nel dicembre 2024, il gap medio mondiale è di 9,6 anni, con le donne che soffrono un differenziale di 2,4 anni superiore agli uomini. L’Italia, paradossalmente proprio grazie alla sua longevità record, mostra uno dei gap peggiori del pianeta.
Il messaggio, per chi ragiona in NPV, è semplice. La Medicina 2.0 ci ha regalato anni di vita a valore attuale negativo. Anni che consumano capitale (sanitario, familiare, personale) senza produrre più flussi di cassa netti emotivi, cognitivi, produttivi. Il tuo NPV personale non si massimizza allungando la vita: si massimizza allungando l’healthspan.
Ed è qui che entra in gioco quello che sto per raccontarti, perché per la prima volta nella storia dell’Homo sapiens abbiamo gli strumenti tecnici per farlo.
Prima di entrare nel merito degli interventi, un dato che dovrebbe colpirti come colpisce me. La ragione strutturale per cui questo momento è diverso non è la biologia. È la curva dei costi.
Guarda il compute. Dal 1960 al 2025, il costo di un’unità di calcolo è crollato di un fattore 1,5 × 10¹² (1500 miliardi di volte). Il sequenziamento del genoma umano: dal 2003 (Human Genome Project, ~2,7 miliardi di dollari) al 2024 (Illumina NovaSeq X, ~200 $), il fattore di riduzione è di circa 180.000×. Sono le curve di apprendimento più ripide mai osservate nella storia industriale, ferrovie e semiconduttori compresi.
Quando il costo di misurare la biologia crolla di sei ordini di grandezza, quello che ieri era un’ipotesi diventa un esperimento, quello che era un esperimento diventa un servizio consumer, quello che era un servizio consumer finisce per diventare infrastruttura.
Ma c’è un’asimmetria feroce: mentre il costo di misurare la biologia collassa, il costo della sanità esplode. E questa è la seconda curva che devi vedere.
Nel 1925, 1.000 dollari negli Stati Uniti compravano l’equivalente di 33 anni di assistenza sanitaria pro capite. Nel 1975, ne compravano 2. Nel 2025, ne comprano 25 giorni. La sanità è, in termini reali, il bene di lusso definitivo: il suo prezzo è cresciuto più velocemente dell’oro, dell’arte, degli immobili di Manhattan, di qualsiasi asset alternativo tu voglia citare.
Se tratti la salute come un asset, questa curva ha un’implicazione operativa netta: il valore attuale della prevenzione è esploso. Ogni dollaro speso oggi in healthspan (cioè in interventi che spostano indietro la comparsa di malattie croniche) deprime esponenzialmente il valore che dovrai spendere domani in cure. È l’esatta analogia dell’avoided cost nell’analisi energetica, ma applicata al biologico.
Le Nazioni cominciano ad accorgersene. Il 10 giugno 2026, il governo di Dubai ha promulgato la Legge n. 17 sulla Dubai Longevity Authority, con Sheikh Hamdan bin Mohammed Al Maktoum come presidente. L’obiettivo dichiarato: costruire un’economia della longevità da 27 miliardi di dollari entro il 2030 solo nell’emirato. È un ambiente in cui protocolli sperimentali, terapie geniche, riprogrammazione cellulare possono essere autorizzati con tempistiche che l’FDA americana o l’EMA europea non possono neppure sognare.
Ricorda cosa fece il Delaware con il diritto societario, cosa fece Malta con i giochi online, cosa hanno fatto le Bermuda con le riassicurazioni. Dubai sta facendo la stessa cosa con la longevità. Un arbitraggio regolatorio applicato al corpo umano. E il fatto che venga fatto in un emirato con 15 miliardi di dollari di deep pockets pubblici, non da uno startup accelerator della Silicon Valley, ti dice tutto sul conviction level dei prossimi cinque anni.
Passiamo alla parte operativa. Fingiamo per un momento di essere in una call di investment committee. Sul tavolo hai 100 idee di allocazione. Quali sono quelle che, indipendentemente da come evolve lo scenario macro, indipendentemente dai tuoi bias, indipendentemente dal tuo risk appetite, hanno un profilo rischio/rendimento tale che non prenderle è irrazionale?
In finanza le chiamano no-regret moves. In longevità hanno lo stesso nome. Sono quattro. Fitness, forza, sonno, alimentazione. Sono noiose. Sono gratuite. Sono state studiate su campioni di milioni di persone.
Comincio dalla più contro-intuitiva, quella che tutti sottovalutano.
Nel 2018, un gruppo di cardiologi della Cleveland Clinic ha pubblicato su JAMA Network Open uno studio destinato a diventare uno dei più citati della decade. Hanno analizzato 122.007 pazienti che avevano fatto un test da sforzo (treadmill stress test) tra il 1991 e il 2014, poi li hanno seguiti per una mediana di 8,4 anni. La domanda: quanto influenza il fitness cardiorespiratorio la mortalità per tutte le cause?
La risposta è disegnata qui sotto.
Un individuo con forma fisica cardiorespiratoria scarsa (bottom quintile) ha un rischio di morte per tutte le cause 5,04 volte superiore rispetto a un individuo elite (top quintile). Confronta questo numero con gli altri hazard ratio nello stesso dataset:
Fumo attivo: 1,41×
Diabete di tipo 2: 1,40×
Malattia coronarica documentata: 1,29×
Insufficienza renale terminale: 3,10×
Essere fuori forma è 3,5 volte più letale che fumare. Le implicazioni sono devastanti. Tutta la sanità pubblica occidentale ha speso 50 anni a demonizzare il fumo (giustamente), ha costruito politiche fiscali intere sull’accise dei tabacchi, ha imposto avvertenze grafiche sui pacchetti. Nel frattempo, la variabile con l’effetto più grande sulla tua sopravvivenza riceve zero attenzione istituzionale.
Il fitness cardiorespiratorio si costruisce con 4-5 ore settimanali di attività aerobica strutturata (Zona 2 lenta continua + un’oretta di VO2max intervallato).
C’è un altro esperimento, apparentemente banale, che dovrebbe far parte del tuo check-up annuale al pari del colesterolo. Si chiama dead hang test: appenderti a una sbarra a braccia distese e cronometrare quanto reggi.
Nel 2015, il PURE Study, pubblicato su Lancet, ha misurato la grip strength (che è correlata al dead hang) in 139.691 adulti in 17 paesi. Il risultato: ogni 5 kg di forza di presa persi è associato a un 16% di aumento di mortalità per tutte le cause, e questo effetto è superiore all’ipertensione sistolica come predittore.
Le soglie pratiche riportate dai laboratori di longevità:
Uomini elite (< 45 anni): dead hang > 2 minuti
Uomini medi: 60-90 secondi
Donne elite: > 1 minuto e 30 secondi
Prova ora. Se sotto i 60 anni non arrivi a un minuto, hai appena scoperto uno dei tuoi tracking error più significativi. Non ti serve un medico per fare la diagnosi. Ti servono due minuti al giorno.
Passo alla seconda leva, quella su cui banker e consulenti sono peggio degli adolescenti. Il sonno.
Uno studio del 2010 di Cappuccio ha stabilito una curva a U tra durata del sonno e mortalità, con minimo tra le 7 e le 8 ore. Chi dorme meno di 6 ore ha un +12% di mortalità a lungo termine. Chi dorme più di 9 ore ha un aumento simile, ma la causalità qui è più ambigua (spesso è la malattia latente a farti dormire di più).
Il CDC americano ha fissato la soglia sotto le 7 ore come clinicamente rilevante. L’American Heart Association ha inserito il sonno nella lista dei Life’s Essential 8, insieme a dieta, movimento, non fumare, peso, colesterolo, pressione, glicemia.
E qui una nota tecnica per chi lavora in trading floor: la deprivazione di sonno peggiora le performance cognitive più della cannabis. Uno studio dell’Università di Pennsylvania (Van Dongen et al., Sleep 2003) ha dimostrato che 14 giorni consecutivi con 6 ore di sonno producono un deficit cognitivo equivalente a due notti insonni. E il soggetto non se ne accorge. Continua a prendere decisioni convinto di essere riposato.. Se ti riconosci, il tuo tail risk professionale è più alto di quanto pensi.
Sul lato hardware, aziende come Eight Sleep (materassi con controllo termico e sensori di segnale cardiaco) hanno pubblicato dati interni: con una regolazione termica dinamica notturna, i loro utenti registrano fino al -44% di tempo per addormentarsi e +34% di sonno profondo. Il prezzo di un materasso Eight Sleep Pod 4 è di ~3.500 dollari. Se ci pensi come CapEx sanitario ammortizzato su 10 anni, sono 350 dollari annui per una probabilità stimata di guadagnare 15-20 minuti di sonno profondo in più al giorno. Fai il conto tu.
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Disclaimer: quanto segue (come tutti i punti in questo articolo) non è consulenza medica. Ogni intervento va discusso con un professionista qualificato.
Adesso entriamo nel territorio dove le cose diventano interessanti.
Comincio con un’analogia storica per capire il timing.
Nel 1900, sulla Fifth Avenue di New York, guardi le foto: cavalli e carrozze ovunque, forse un’automobile ogni due o tre isolati. Nel 1913, tredici anni dopo, la Fifth Avenue è un fiume di automobili. Un cavallo occasionale. Se avessi chiesto a un cittadino del 1900 chi avrebbe vinto tra cavallo e auto, tutti avrebbero risposto cavallo. Ci sono voluti 13 anni per dimostrare il contrario.
Nel 2011, chiamare un taxi giallo a Manhattan era l’unico modo. Nel 2020, il ride-hailing (Uber, Lyft) aveva superato in volume il taxi tradizionale. 9 anni.
La regolarità delle transizioni tecnologiche è che, una volta superata la soglia di adozione del 5-10%, il tempo per arrivare al 50% è quasi sempre inferiore a un decennio. In molte tecnologie della longevità che tra un momento cito, siamo esattamente lì oggi. Nel late-stage adoption gap. Sotto i radar dell’analisi mainstream ma sopra la soglia di irreversibilità.
Divido le cose che seguono in tre livelli di convinzione:
Adottato: già in commercio, milioni di utenti, evidenza clinica forte.
Emergente: in fase di rollout, evidenza clinica in accumulo, ancora nicchia.
Avanguardia: primi trial umani in corso o appena conclusi, orizzonte 3-7 anni.
Un tempo era esoterismo religioso, oggi è biologia dei mitocondri. Ecco cosa succede al tuo corpo, in ordine cronologico, quando smetti di mangiare.
0-12 ore: stato nutrito. Insulina alta, il corpo brucia glucosio.
~12 ore: finisce il glicogeno epatico. Il corpo passa a bruciare grassi.
~18 ore: cominci a produrre chetoni. Comincia l’autofagia: le tue cellule iniziano a riciclare le proprie proteine danneggiate. È il “servizio di pulizia” cellulare, e il fatto che sia stato scoperto (Nobel per la Medicina 2016 a Yoshinori Ohsumi) ha cambiato paradigmi.
~24 ore: autofagia al picco. Le cellule “mangiano” attivamente i propri organelli disfunzionali.
~48 ore: picco di ormone della crescita (fino a 5× i valori basali). Il muscolo comincia a essere risparmiato.
~72 ore: reset del sistema immunitario. Studi del laboratorio di Valter Longo alla USC hanno dimostrato che dopo 72 ore le cellule staminali ematopoietiche vengono riattivate. È come rebootare il sistema immunitario.
>96 ore: territorio clinico. Non fatelo da soli.
Il paradosso che nessuna food company vuole che tu sappia: dopo che il tuo corpo entra in chetosi, la fame scompare.
Traduzione operativa: praticare un digiuno di 18 ore al giorno (finestra alimentare 12-20) è gratis, non ha rischi in assenza di condizioni cliniche particolari, e ti dà accesso all’autofagia. Praticare due volte l’anno un digiuno prolungato di 72-120 ore con pause supervisionate ti dà accesso al reset immunitario.
La creatina monoidrato è, dal punto di vista della strength of evidence, il supplemento più studiato al mondo. Migliaia di trial. Effetti chiari: +8% di forza massimale, +14% di endurance in sforzi ripetuti, effetti di ritenzione idrica intracellulare che aiutano il volume muscolare.
Ma la parte interessante del 2024 è un’altra. Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha somministrato una dose singola di 20 grammi di creatina a soggetti privati del sonno e ha misurato le funzioni cognitive. Risultato: la performance cognitiva sotto deprivazione è stata significativamente migliorata. La creatina, in dosi alte, entra nel cervello e supplementa la fosfocreatina cerebrale, che è cruciale per la funzione neuronale sotto stress energetico.
Traduzione: prima di un intercontinentale, prima di una due diligence notturna, prima di un esame importante, 20 grammi di creatina fanno più della melatonina e degli energy drink. E si comprano in farmacia a 15 euro il barattolo da 500 grammi.
I nomi li conosci già. Ozempic (semaglutide, Novo Nordisk). Mounjaro (tirzepatide, Eli Lilly). Retatrutide (Lilly, fase III in completamento). Sono agonisti dei recettori GLP-1 (e in alcuni casi GIP + Glucagon), inizialmente sviluppati per il diabete di tipo 2 ma con effetti sull’obesità così potenti da aver dirottato la loro traiettoria commerciale.
I dati chiave:
-73% di rischio di sviluppare diabete di tipo 2 in pre-diabetici.
-20% di rischio di infarto e ictus in obesi senza diabete.
Perdita di peso media 15-22% del peso corporeo in 68 settimane.
Riduzioni marcate dell’infiammazione sistemica.
Al 2026, 1 americano adulto su 5 ha provato un GLP-1 almeno una volta. Il mercato globale è previsto superare i 150 miliardi di dollari annui entro il 2030.
Ma c’è un tema più profondo. I GLP-1 stanno riscrivendo il modello di pharma pricing del secolo. Per la prima volta abbiamo un farmaco life-long che i pazienti sono disposti a pagare out-of-pocket migliaia di dollari all’anno perché altera visibilmente la loro vita in 90 giorni. Rompe il modello classico “assicurazione paga, paziente non vede il prezzo”. È fintech applicata alla medicina, con conseguenze regolatorie e commerciali che stanno appena cominciando a manifestarsi.
Se sei mai stato in un forum di longevità americano, o in una palestra di Los Angeles, hai sentito i nomi. BPC-157. CJC-1295 / Ipamorelin. TB-500 (Thymosin beta-4). Sono piccole catene aminoacidiche che imitano segnali endogeni del corpo come riparazione tissutale, rilascio pulsatile di GH, angiogenesi.
Dico subito il caveat: al 2026, negli Stati Uniti e in Canada, la FDA e Health Canada hanno emesso avvisi contro l’uso di questi composti al di fuori di trial clinici. In Italia sono soggetti a prescrizione medica off-label. La letteratura peer-reviewed è ancora esigua rispetto ai farmaci approvati. Detto questo, i dati osservazionali su oltre 100 peptidi diversi mostrano tassi di eventi avversi gravi prossimi allo zero in uso a breve termine, e i risultati soggettivi (riduzione dolori articolari, recupero post-esercizio, rigenerazione tendini) sono massicciamente riportati.
Il quadro finanziario da tenere presente: il mercato peptidi è previsto passare dai ~40 miliardi del 2024 a ~80 miliardi entro il 2030. E le grandi pharma stanno acquisendo aggressivamente piccole biotech peptidiche.
Se i peptidi sono segnali, gli esosomi sono le buste postali che li portano da una cellula all’altra. Sono vescicole di 30-150 nanometri secrete da tutte le cellule del corpo, e trasportano miRNA, proteine, mRNA.
Le società di longevità più aggressive stanno commercializzando esosomi derivati da cellule staminali mesenchimali come “aggiornamenti software” del corpo. La ricerca peer-reviewed è promettente in ambiti come la riparazione miocardica post-infarto e il trattamento del hair loss, ma è ancora agli inizi. I costi commerciali (fuori sperimentazione) sono di 5.000-15.000 dollari a trattamento.
Nel 2006, Shinya Yamanaka (Nobel per la Medicina 2012) ha dimostrato che quattro fattori di trascrizione (Oct4, Sox2, Klf4, c-Myc, noti come “fattori OSKM”) possono riportare una cellula somatica adulta allo stato di cellula staminale pluripotente. In pratica, azzerano l’orologio biologico di quella singola cellula.
Il problema: se usi tutti e quattro i fattori troppo a lungo, la cellula perde la sua identità e diventa cancerosa. Per anni sembrava un vicolo cieco terapeutico.
Nel 2020, il laboratorio di David Sinclair a Harvard ha pubblicato un lavoro epocale: usando solo tre dei quattro fattori (OSK, escludendo c-Myc) e in modo pulsato (accesi solo per periodi brevi), sono riusciti a ripristinare la vista in topi anziani affetti da glaucoma. Non un miglioramento marginale: le cellule ganglionari retiniche, considerate impossibili da rigenerare, sono state ringiovanite senza perdita di identità. L’orologio è stato spostato indietro, ma la cellula è rimasta un neurone della retina.
Da allora è stata una corsa. Life Biosciences (spin-off di Harvard co-fondato da Sinclair) e Altos Labs (finanziata da Jeff Bezos e Yuri Milner per ~3 miliardi di dollari nel 2022) stanno spingendo verso trial umani.
Il momento della verità è arrivato il 9 giugno 2026, quando Life Biosciences ha iniziato il primo trial umano di terapia genica OSK per il glaucoma neuronale.
C’è una probabilità non trascurabile, tra il 15% e il 30%, che nel 2030 esista una terapia genica commerciale in grado di riprogrammare selettivamente organi degenerati.
Ultima frontiera. Le Brain-Computer Interfaces. Non è longevità in senso stretto, ma è l’estensione più radicale della persona.
Al 2026, le prestazioni state-of-the-art degli impianti BCI (Blackrock Neurotech, Neuralink, Synchron) hanno raggiunto numeri sbalorditivi:
90 caratteri al minuto di battitura tramite pensiero, con 94% di accuratezza.
62 parole al minuto di linguaggio decodificato direttamente dalla corteccia motoria.
La bandwidth effettiva è oggi di 1,4-3,7 bit per secondo, contro i ~40 bps del parlato umano.
Il caso emblematico: Galen Buckwalter, tetraplegico dal 1980, 69 anni, ha inciso il marzo scorso l’album “Wirehead” con la sua band Siggy, componendo musica interamente con il pensiero grazie a un impianto Blackrock installato al Caltech (laboratorio di Richard Andersen).
Il messaggio: la separazione tra cervello e macchina è, nel 2026, misurata in centimetri di elettrodo. Il divario tra “sperimentale” e “consumer” è di 8-12 anni. Se sei intorno alla cinquantina oggi, hai una probabilità non nulla di vivere abbastanza per vedere una versione consumer non-invasiva di questa tecnologia.
Fino ad ora ho parlato di biologia. Adesso parlo di quello che rende tutto il resto scalabile: l’intelligenza artificiale.
Il mercato del wellness nella definizione ampia di McKinsey (fitness, alimentazione, sonno, salute mentale, mindful ageing, appearance) vale oggi oltre 2 trilioni di dollari e cresce a doppia cifra annua (McKinsey Future of Wellness 2025). Global Wellness Institute, con una definizione più ampia che include spa e turismo del benessere, arriva a 6,8 trilioni. In entrambi i casi, sono numeri che rivaleggiano con il mercato automobilistico globale.
Ancora più importante: l’84% dei consumatori considera il wellness una priorità top, il 56% gli dà più priorità di un anno fa, ma solo il 13% dichiara di riuscire a raggiungere i propri obiettivi di salute. Questo gap è esattamente dove l’AI generativa può aiutare.
Guarda dove ci porta l’onda dell’AI. Nel 2020-2022 abbiamo avuto la rivoluzione del testo (GPT-3, poi ChatGPT). Nel 2022-2023 le immagini (DALL-E, Midjourney, Stable Diffusion). Nel 2024-2025 il video (Sora, Veo, Runway). Nel 2024, con il Nobel per la Chimica assegnato a Demis Hassabis e John Jumper di Google DeepMind per AlphaFold 2, abbiamo cominciato ufficialmente la quarta ondata: le molecole.
AlphaFold 2 e AlphaFold 3 hanno risolto un problema che la biologia si è portata dietro per 50 anni: predire la struttura tridimensionale di una proteina a partire dalla sua sequenza aminoacidica. Prima di AlphaFold, ci volevano mesi di lavoro cristallografico e milioni di dollari per determinare una singola struttura. Oggi ci vogliono minuti su un server. Ci sono oltre 200 milioni di strutture proteiche disponibili gratuitamente nel database AlphaFold, coprendo praticamente ogni proteina conosciuta.
In altre parole, il collo di bottiglia dello sviluppo di nuovi farmaci è crollato di due o tre ordini di grandezza. Aziende come Isomorphic Labs (spin-off di DeepMind), Recursion, Insilico Medicine stanno portando in clinica molecole progettate da AI. Il primo farmaco interamente disegnato da AI per la fibrosi polmonare idiopatica è oggi in Fase 2.
Ping An Good Doctor, controllata dal conglomerato assicurativo Ping An, ha costruito negli ultimi tre anni la più grande piattaforma AI-native di consulti medici al mondo. Sette prodotti AI-native oggi in produzione:
Medico di Famiglia AI (Family Doctor AI).
Gestore Malattie Croniche AI (Chronic Disease Manager AI).
Assistente Diagnostico AI.
Radiologia AI (screening imaging).
Pharmacist AI (verifica interazioni).
Mental Health AI.
Elderly Care AI.
Sotto il cofano, cinque modelli verticali (Ping An Medical Master® in-house) combinati con DeepSeek e Qwen open-source per la parte generalista. Il dataset di training: circa 1,5 miliardi di record di consulenza medica accumulati in 10 anni di attività della piattaforma. L’accuratezza diagnostica dichiarata è ~90%, misurata contro gold standard di specialisti umani.
È il proof of concept che un’assicurazione può integrare verticalmente diagnostica AI + telemedicina + rete farmaceutica + advisor sanitario personale in un’unica esperienza mobile. In Italia, l’equivalente non esiste. Chi arriverà per primo al modello Ping An in Europa avrà un vantaggio competitivo di lungo termine.
Nel giugno 2026, Tether ha annunciato la sua piattaforma QVAC Health. Il posizionamento è radicalmente diverso dal modello Ping An: privacy-first, on-device AI, peer-to-peer, offline-capable, end-to-end cifrato.
La filosofia, nelle parole di Paolo Ardoino (CEO di Tether): “L’AI come servizio che possiedi, non un cloud che affitti”. Concretamente: il tuo AI medico personale gira sul tuo iPhone (o su un dispositivo dedicato), le tue metriche biologiche non escono mai dal tuo device, e la comunicazione col tuo medico avviene attraverso un canale cifrato peer-to-peer senza un server centrale.
Perché è rilevante? Perché il modello Ping An, per quanto potente, ha un difetto strutturale basato su un server centralizzato. In un mondo in cui il tuo genoma, le tue metriche continue di glicemia, il tuo profilo di micro-espressioni vocali diventano il collateral più intimo che possiedi, dare tutto questo a un server centralizzato è pericoloso.
Se ci pensi, è la stessa tensione che abbiamo già visto tra AWS e sovranità digitale. Tra Google e privacy dei minori. Tra TikTok e sicurezza nazionale.
Un’ultima nota sul tema AI, per chi è tecnico. I wearable di nuova generazione (Whoop 5, Oura 4, Apple Watch Ultra 3, Garmin Fenix 8) stanno raccogliendo dati continui su oltre 40 metriche fisiologiche: variabilità cardiaca (HRV), temperatura basale, saturazione ossigeno, movimenti oculari REM, frequenza respiratoria, glicemia (via CGM tipo Abbott Libre 3 o Dexcom G7).
Da solo, ognuno di questi dati è rumoroso e poco azionabile. Combinati, e digeriti da un modello AI addestrato su milioni di trace analoghe, diventano un segnale predittivo strutturale di quello che il tuo corpo sta per fare nelle prossime 72 ore. Aziende come Whoop hanno già pubblicato dati interni che mostrano una capacità predittiva del 78% sull’insorgenza di sintomi influenzali 48 ore prima della loro manifestazione clinica.
Tradotto: entro il 2028, il tuo AI health advisor personale ti dirà “non prenotare quella cena di giovedì, dormirai male perché il tuo HRV è sceso di 20 punti negli ultimi 3 giorni e stai incubando qualcosa”, e avrà ragione tre volte su quattro. Cambierà il modo in cui pianifichi la settimana, il modo in cui gestisci il jet lag, il modo in cui decidi di fare un intervento chirurgico elettivo.
E la parte veramente disturbante è che questa tecnologia non è futura. È già qui. Whoop e Oura vendono milioni di unità. La distanza tra dove siamo oggi e dove saremo nel 2030 non è salto quantico: è raffinamento del modello e ubiquità del sensore. Ci stiamo arrivando ora.
Privacy e uso responsabile locale (tipo QVAC) saranno ancora più critici in questo scenario.
Se sei arrivato fin qui, ti devo qualcosa in cambio. Non un’altra checklist. Non un’altra tabella. Una domanda.
“Se potessi vivere per sempre, lo faresti?”
Fermati. Non rispondere subito. Perché la risposta immediata, “certo che sì”, è quasi sempre sbagliata. E la risposta ponderata, “in fondo no, perché mi manca il gusto della vita se sapessi che non finisce”, è quasi sempre falsa. È il fumo mentale con cui ci convinciamo che va bene morire perché non abbiamo scelta.
Ma nella misura in cui questa scelta comincia a esistere davvero (non tra due settimane, ma tra alcuni anni; non per tutti, ma per chi ha le risorse; non per sempre, ma per un altro paio di decadi in salute) la domanda diventa tecnica. E in quanto tecnica, ammette una risposta reale. E la risposta è personale.
Non ho una checklist da consegnarti. Ho una convinzione: che ognuno di noi, davanti a quella domanda, deve trovare la propria risposta, in silenzio, senza retorica e poi tradurla in comportamento da domani mattina.
Massimo Mazza
Il nostro spettacolo “Anni Settanta. Terrore e Diritti” torna nei teatri con nuove date in tutta Italia
Sul palco, Mario Calabresi, Benedetta Tobagi e Sara Poma, con un contributo speciale di Marco Damilano, raccontano quel decennio attraverso immagini, letture, musica e, soprattutto, storie. Le storie di chi quegli anni li ha vissuti, studiati e raccontati.
Perché gli Anni Settanta continuano a parlare anche del presente: di come nasce la violenza politica, di come si conquistano i diritti e di come un Paese cambia.
In questo Volume ci interroghiamo sul significato della parola miracolo oggi, in un tempo in cui viene usata per descrivere farmaci, algoritmi, intelligenze artificiali e promesse di cambiamenti immediati.
Tra fede, tecnologia, fotografia, letteratura e immaginazione proviamo a capire dove continuiamo a cercare l’inspiegabile e come il miracolo possa ancora assumere la forma della speranza, dello stupore, dell’empatia e della ribellione a ciò che sembra inevitabile.
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