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Lo Stretto di Hormuz non è stato una crisi. È stato una conferma. Quando le tensioni nel Golfo Persico hanno bloccato una fondamentale arteria del transito petrolifero mondiale, i mercati hanno reagito come se fosse un evento imprevisto. Invece, non lo era.
Al contrario, era il tipo di evento che un sistema come quello che abbiamo costruito negli ultimi trent’anni rendeva non solo possibile, e probabile, ma perfino inevitabile.
Eravamo seduti sopra una struttura che aveva trasformato i propri punti di forza in punti di rottura, ed era solo una questione di tempo prima che le contraddizioni esplodessero. Così è stato.
Edward Fishman, ex funzionario del Dipartimento di Stato americano, ha pubblicato nel febbraio 2025 un libro intitolato Chokepoints.
Le traduzioni italiane della parola – “punti di strozzatura”, “colli di bottiglia” – non rendono la violenza implicita nel termine originale. Un chokepoint, infatti, è il punto preciso in cui una presa si serra intorno alla gola.
Fishman usa questa metafora per descrivere l’architettura del potere globale nel Ventunesimo secolo. Non più eserciti che occupano territori, ma controllo sui nodi attraverso cui passa tutto il resto: denaro, energia, chip, informazioni. Chi controlla i nodi, controlla il sistema. Chi perde accesso ai nodi, soffoca.
Il libro è arrivato nelle librerie proprio mentre il mondo stava già vivendo le conseguenze di quello che veniva descritto da Fishman. Questo non è merito della chiaroveggenza dell’autore. È la misura di quanto in ritardo siamo stati tutti nel leggere quello che stava accadendo.
La globalizzazione ha raccontato se stessa come sistema “antifragile”, per parafrasare il titolo di un celebre libro del matematico Nassim Nicholas Taleb. L’idea era semplice: più i Paesi commerciano tra loro, più diventano interdipendenti; più sono interdipendenti, meno interesse hanno a farsi la guerra. Il commercio come sostituto del conflitto. La catena di approvvigionamento come trattato di pace.
Per un certo periodo ha funzionato, o almeno ha funzionato abbastanza da sembrare vero. Il crollo del muro di Berlino, l’ingresso della Cina nel WTO nel 2001, l’espansione dei container shipping, la finanziarizzazione globale – tutto sembrava convergere verso un mondo in cui la guerra era diventata troppo costosa per chiunque avesse qualcosa da perdere. Sembrava davvero che la Storia stesse convergendo verso un equilibrio stabile.
Quello che nessuno aveva calcolato – o che qualcuno aveva calcolato e aveva scelto di ignorare – è che ogni rete sufficientemente complessa sviluppa dei nodi critici. E i nodi critici sono vulnerabilità. Più la rete è efficiente, più è concentrata; più è concentrata, più è fragile nei punti di concentrazione. La globalizzazione, ottimizzando i flussi, ha creato i propri chokepoint. Non come effetto collaterale, bensì come conseguenza strutturale.
Lo Stretto di Hormuz è il caso più visibile perché è fisico, misurabile, fotografabile.
Circa un quinto del petrolio mondiale transita attraverso un corridoio largo nel punto più stretto meno di quaranta chilometri, fiancheggiato dall’Iran da un lato e da Oman ed Emirati dall’altro.
Lo stesso vale per il Canale di Suez, per lo Stretto di Malacca, per il Canale di Panama. Quando nel 2021 la Ever Given si è incagliata nel Canale di Suez bloccando il traffico navale per sei giorni, il mondo ha scoperto di aver costruito un’economia globale che dipendeva dalla capacità di manovra di una singola nave.
Ma i chokepoint fisici sono solo la parte visibile. Sotto la superficie ce ne sono altri, invisibili e per questo più pericolosi.
Il dollaro non è solo una valuta. È un’infrastruttura. Quando nel 1971 Nixon sganciò il dollaro dall’oro, sembrò il tramonto di un’epoca: la fine degli accordi di Bretton Woods, la morte del sistema monetario internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale.
In realtà, fu l’inizio di qualcosa di più potente. Il dollaro divenne la valuta di riserva globale non per decreto ma per inerzia, per convenienza e assenza di alternative credibili. Il commercio internazionale era denominato in dollari. Il petrolio si comprava in dollari. Le riserve delle banche centrali si accumulavano in dollari.
Questo creò una dipendenza simmetrica: il mondo dipendeva dal dollaro, ma anche il dollaro dipendeva dal mondo per mantenere il proprio status.
Il problema è sorto quando qualcuno ha intuito che la dipendenza era asimmetrica: che gli Stati Uniti potevano usare il controllo sul dollaro come arma senza subire, almeno nel breve termine, costi proporzionali.
Il prototipo è Cuba. L’embargo inizia nel 1960 e introduce per la prima volta il principio della extraterritorialità: non solo “non commerciamo con Cuba“, ma “chiunque commerci con Cuba non può commerciare con noi“. Le regole americane applicate a soggetti non americani. Un principio che sembrava un’anomalia caraibica e che è diventato la norma della guerra economica contemporanea.
Cuba oggi è la fotografia di cosa succede quando una strozzatura dura sessantacinque anni. L’isola vive la crisi più profonda dalla caduta dell’impero sovietico: blackout che durano venti ore al giorno, una diaspora senza precedenti: oltre il dieci per cento della popolazione ha lasciato il Paese negli ultimi tre anni. Non è solo l’embargo. È il collasso simultaneo di tutte le stampelle esterne su cui il regime aveva costruito la propria sopravvivenza: il Venezuela non ha più petrolio da esportare a prezzi politici, la Russia è altrove, la Cina ha smesso di fare beneficenza geopolitica. Le sanzioni non hanno abbattuto il regime, è ancora lì dopo sessantacinque anni, ma hanno costruito una trappola: un sistema che non riesce a riformarsi perché qualsiasi apertura viene percepita come resa, e non riesce a sopravvivere senza riforme perché le risorse si sono esaurite.
Quello che Obama ha messo a punto tra il 2010 e il 2012 contro l’Iran è qualcosa di qualitativamente diverso dall’embargo cubano: non sanzioni commerciali, ma sanzioni finanziarie che tagliavano Teheran fuori da SWIFT, Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, il sistema nervoso dei pagamenti internazionali. L’Iran non poteva più ricevere pagamenti e non poteva più effettuare pagamenti. In altre parole: non poteva più partecipare all’economia globale denominata in dollari.
Fu un esperimento. E funzionò abbastanza da convincere chi lo aveva progettato di avere in mano uno strumento straordinario. Stuart Levey, il sottosegretario al Tesoro che aveva concepito questa architettura, capì per primo cosa significava: che il controllo americano sul sistema finanziario globale poteva essere convertito in pressione geopolitica con una precisione sconosciuta agli strumenti militari tradizionali. Non servivano portaerei. Servivano avvocati e regolatori finanziari.
Ma la weaponization del dollaro ha due facce. L’altra sono le swap lines, gli accordi attraverso cui la Federal Reserve fornisce dollari alle banche centrali straniere a condizioni preferenziali, senza le condizionalità del FMI. La lista di chi beneficia delle swap lines e di chi al contrario è tagliato fuori segue una logica geopolitica precisa: dentro la rete del dollaro entrano BCE, Banca d’Inghilterra, Banca del Giappone, Corea del Sud, Brasile, Messico. Fuori restano Russia, Iran, Venezuela, Cina.
Nel 2025 il Tesoro ha esteso una swap line da venti miliardi all’Argentina di Milei, senza passare per la Fed, poche settimane prima delle elezioni di metà mandato che Milei ha vinto.
Nel 2026, con Hormuz chiuso, numerosi Paesi del Golfo – UAE, Qatar, Bahrain – hanno chiesto swap lines a Washington. L’ironia è che gli Emirati hanno riserve valutarie superiori a duecentocinquanta miliardi e asset sovrani oltre i due trilioni. Non hanno bisogno di liquidità. Hanno una swap line in yuan con la People’s Bank of China dal 2012; l’Arabia Saudita ne ha una dal 2023. Entrambi hanno aderito a mBridge, la piattaforma cinese per regolare transazioni aggirando il dollaro.
Chiedere a Washington mentre hai già Pechino non è una richiesta di soccorso: piuttosto è una mossa su una scacchiera a due tavoli. È il Washington Consensus reloaded: non più condizionalità esplicite, ma accesso alla rete come premio fedeltà. E come tutti i premi fedeltà, il suo valore reale si misura nel momento in cui viene revocato.
Le sanzioni a Mosca sono state la più grande operazione di guerra economica nella Storia. In poche settimane, la Russia è stata tagliata fuori da SWIFT, le riserve valutarie della Banca Centrale – circa trecento miliardi di dollari – sono state congelate, le principali banche russe escluse dal sistema finanziario internazionale.
L’obiettivo dichiarato era far crollare l’economia russa in tempi brevi, costringendo Putin a fermare l’invasione dell’Ucraina. Non è andata così.
E il modo per cui non è andata così è istruttivo quanto il modo con cui le sanzioni sono state costruite.
La Russia aveva avuto otto anni di preavviso – dal 2014 – per cercare alternative, ridurre la dipendenza dal circuito del dollaro, stipulare accordi bilaterali con India, Turchia, Emirati, Arabia Saudita, tutti Paesi che avevano ragioni proprie per non volersi trovare dalla parte sbagliata di una futura crisi con Washington. Le sanzioni hanno danneggiato la Russia, hanno ridotto l’accesso di Mosca alle tecnologie occidentali, impoverito la classe media. Ma non l’hanno fermata. E hanno accelerato la costruzione di un sistema finanziario parallelo, parziale ma funzionante, fuori dall’orbita del dollaro.
CIPS – Cross-Border Interbank Payment System, il sistema cinese di pagamenti interbancari internazionali – ha aumentato i volumi. Ma sarebbe sbagliato leggere questo come l’inizio della fine del dollaro. La valuta statunitense rappresenta ancora circa il 58 per cento delle riserve valutarie mondiali. Lo yuan non è convertibile. L’euro sconta la frammentazione politica del vecchio continente. Lo yen è la valuta di un’economia stagnante.
Larry Summers, l’ex Segretario al Tesoro dell’amministrazione Clinton, ha sintetizzato il problema con la consueta brutalità: in un mondo in cui l’Europa è un museo, la Cina è una fortezza chiusa e il Giappone è in declino demografico, il dollaro non ha un successore credibile. È un privilegio che si autoriproduce per assenza di alternative. La sua erosione, se avverrà, sarà lenta, non lineare, e riconoscibile solo col senno di poi.
C’è un indicatore che racconta questa storia meglio di qualsiasi dato macroeconomico: il prezzo dell’oro. L’oro è storicamente considerato un bene rifugio, un asset il cui valore cresce nelle fasi di incertezza.
Ma il rally degli ultimi anni non è spiegabile solo con la volatilità geopolitica o con l’inflazione. C’è un elemento più strutturale.
Le banche centrali di Cina, India, Russia, Polonia, Ungheria, Turchia hanno comprato oro in quantità record negli ultimi tre anni. Non perché pensino che l’economia globale stia per collassare. Ma perché stanno diversificando le proprie riserve fuori dal dollaro. L’oro non può essere congelato con una sanzione. Non transita attraverso SWIFT. Non dipende da nessun sistema di clearing controllato da Washington. È il chokepoint-free asset per eccellenza.
Il messaggio implicito è chiaro: un numero crescente di banche centrali ha preso atto che detenere riserve in dollari significa esporsi a un rischio politico che prima sembrava teorico. Le sanzioni alla Russia hanno reso quel rischio concreto, visibile, misurabile. Se può capitare a Mosca, può capitare a chiunque si trovi dalla parte sbagliata di una disputa con Washington.
Non è un movimento anti-americano, è una risposta razionale a un cambiamento nelle regole del gioco avviato dagli stessi Stati Uniti.
Per capire il trilemma di Fishman conviene partire da uno precedente.
Dani Rodrik, economista di Harvard, aveva formulato negli anni Zero il “paradosso della globalizzazione”: nessun Paese può avere simultaneamente iperglobalizzazione, sovranità nazionale e democrazia. Può solo scegliere due dei tre vertici, ma non tutti e tre.
Se vuole integrazione economica profonda e democrazia, deve cedere sovranità: è il modello dell’Unione europea. Se vuole sovranità e integrazione, deve limitare la democrazia: è il modello cinese. Se vuole democrazia e sovranità piena, deve rinunciare all’iperglobalizzazione: questa è un’opzione che nessun Paese occidentale ha scelto esplicitamente, ma che molti stanno scegliendo di fatto.
Rodrik parlava della tensione tra mercati globali e politica locale. Il suo trilemma era essenzialmente democratico: chi governa un’economia integrata globalmente? Chi decide le regole? La crisi finanziaria del 2008 aveva reso visibile questa tensione in modo inequivocabile: i costi della globalizzazione si erano distribuiti in modo asimmetrico, mentre i benefici si concentravano, e i meccanismi democratici nazionali non avevano gli strumenti per correggere l’asimmetria.
Il trilemma di Fishman è la versione geopolitica del trilemma di Rodrik, un’evoluzione dello stesso problema su un piano superiore. Dove Rodrik vedeva una tensione tra mercati, Stati e democrazia, Fishman vede una tensione tra interdipendenza economica, sicurezza nazionale e competizione tra grandi potenze. I due trilemmi si stratificano: Rodrik descriveva le crepe interne al sistema occidentale; Fishman descrive le crepe nel sistema globale.
Nessun Paese può simultaneamente mantenere una profonda interdipendenza economica, salvaguardare la propria sicurezza economica e competere geopoliticamente. Solo due di questi tre elementi possono coesistere. La globalizzazione ha massimizzato l’interdipendenza, ma questo ha preteso che si abbassassero le difese della sicurezza economica e si limitasse la competizione geopolitica.
Quando la competizione è tornata, il sistema ha cominciato a produrre le proprie contraddizioni. Perciò, non ci troviamo davanti a una crisi esogena. Al contrario, stiamo affrontando una crisi endogena: il sistema, cioè, ha generato le condizioni della propria instabilità.
La globalizzazione ha creato i chokepoint, i chokepoint hanno creato le vulnerabilità, le vulnerabilità hanno ispirato la tentazione di usarle come armi, l’uso delle armi ha creato la corsa alle contromisure, la corsa alle contromisure sta erodendo il sistema stesso.
È una struttura dialettica: il sistema contiene la negazione di se stesso. Basta guardare i dati.
Il Novecento è finito con una promessa: che il Ventunesimo potesse essere il primo secolo della storia umana senza una guerra mondiale, senza un conflitto ideologico totale. Il commercio avrebbe sostituito la guerra. L’interdipendenza avrebbe reso il conflitto irrazionale.
Quella promessa non è stata mantenuta. E il modo in cui non è stata mantenuta non è casuale, segue una logica interna al sistema che l’aveva prodotta.
La weaponization del dollaro è un capitolo di questa storia. Non il capitolo finale, e non il più importante in termini di sofferenza umana. Ma forse il più rivelatore dal punto di vista sistemico, perché mostra come lo strumento principale della pace commerciale – il dollaro in quanto lingua franca dell’economia globale – sia stato trasformato in un’arma. E un’arma, una volta costruita, finisce per essere usata.
Lo Stretto di Hormuz è un altro capitolo. La crisi dei chip un altro ancora. La guerra dei dazi è l’ennesimo capitolo della medesima storia. Il blocco del Canale di Suez provocato dalla Ever Given è stato un momento grottesco, quasi involontariamente didattico: una singola nave incagliata per sei giorni che blocca il commercio mondiale ha mostrato in modo lampante quanto sia fragile la struttura su cui si regge l’economia globale.
Fishman parla di “età della guerra economica” come di una fase nuova della Storia e senza dubbio lo è nelle forme: le sanzioni finanziarie come arma economica di distruzione di massa sono un’invenzione recente. Ma la logica sottostante è antica quanto il potere: chi controlla i nodi della rete, controlla la rete. Chi controlla la rete controlla chi dipende dalla rete.
La differenza è che la rete è diventata globale e capillare come mai era stata in passato. Di conseguenza gli effetti dell’uso “bellico” dei chokepoint sono più vasti, più dirompenti e difficili da contenere.
Vale la pena fare un passo indietro. Astrarsi per un momento da Trump, dai dazi, dalle guerre di acronimi e dagli ultimatum sui social network. Astrarsi dalla cronaca, che è rumorosa e tende a oscurare la struttura. Quello che stiamo cercando di capire non è chi ha torto o ragione nell’ultima disputa commerciale. È la forma del mondo in cui viviamo, le sue contraddizioni più profonde, che esistevano prima degli attuali protagonisti e continueranno a esistere dopo di loro. I nomi cambiano. La geometria dei chokepoint resta.
La de-dollarizzazione è la domanda che domina i convegni di geopolitica economica da tre anni, ma le risposte concrete restano elusive. Il dollaro domina ancora, per inerzia e mancanza di alternative. Un mondo con più valute di riserva concorrenti e sistemi di pagamento paralleli non è necessariamente più giusto o più sicuro: è più complicato da navigare e con meno strumenti condivisi per gestire le crisi.
I chokepoints fisici rimangono dove sono. La geografia non si rinegozia. I chokepoint tecnologici – chip, terre rare, reti di comunicazione – sono il nuovo campo di battaglia, e la loro natura li rende più difficili da gestire perché cambiano più rapidamente.
Il chokepoint tecnologico per eccellenza ha un nome preciso: Taiwan. TSMC, la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, produce da sola oltre il 90 per cento dei chip più avanzati del mondo, quelli su cui si regge l’intelligenza artificiale, i sistemi d’arma di nuova generazione, la prossima generazione di tutto. Non esiste nella storia economica moderna una concentrazione comparabile di capacità produttiva critica in un territorio così esposto.
Lo Stretto di Formosa è il chokepoint del futuro: non ancora attivato, ma già presente in ogni calcolo strategico di Washington, Pechino e Taipei. Se Hormuz è la gola del presente, Taiwan è quella che stiamo costruendo per i tempi a venire.
In questo contesto, la politica commerciale dell’amministrazione Trump va letta non come causa ma come fattore di accelerazione. Chi governa sapendo che il bosco è secco e decide di accendere un fiammifero non è l’autore della siccità: è il responsabile dell’incendio. La fragilità delle strutture era già lì. Trump non l’ha creata. L’ha solo mostrata con una noncuranza che ha dell’incredibile, convinto forse che un sistema così interconnesso non potesse davvero bruciare. Il problema è che i boschi secchi bruciano sempre.
Quello che Chokepoints di Fishman offre è un framework per leggere questa complessità senza ridurla. Non stiamo vivendo una serie di crisi separate – la crisi iraniana, la crisi ucraina, la crisi dei chip, la crisi dei dazi, la crisi del Mar Rosso – ma un unico processo di riconfigurazione dell’ordine globale, guidato dalla logica dei nodi critici e dalla tentazione di controllarli.
Il secolo che sembrava nascere sotto gli auspici di una convergenza globale si sta rivelando il secolo in cui quella convergenza produce le proprie contraddizioni. Non è la fine della globalizzazione, è il suo ripensamento profondo, il momento in cui il sistema fa i conti con quello che ha costruito.
Lo stretto di Hormuz è soltanto il luogo in cui quella crisi ha scelto di rendersi visibile, questa volta.
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