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Black Box Script · Aug 5, 2026

Cronache dal sottosuolo dei fuffa guru

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Chora Media · Black Box Script

Benvenuti nel nuovo numero di Black Box Script, il nostro spazio di scrittura collettiva nato per andare oltre il ritmo quotidiano di Black Box e Morning Finance, con analisi e approfondimenti originali.

Questo è l’ultimo numero prima della pausa estiva, ci ritroverete qui a settembre. Per tutto il mese di agosto su Black Box potrete finalmente ascoltare i panel registrati live a The Last Question. Ma soprattutto - se non l’avete già fatto - potete ascoltare l’episodio speciale I fuffa guru di Dubai. Questa newsletter oggi parla proprio di questo.

Gli episodi daily di Morning Finance ricominceranno lunedì 25 agosto, con Black Box ci risentiamo dal 31 agosto.

Buona estate!

Fëdor Dostoevskij lo aveva già capito nell’Ottocento. L’uomo del sottosuolo non è la vittima di un sistema. È qualcuno che rifiuta il mondo così com’è e, nello stesso tempo, desidera disperatamente che quel mondo si accorga di lui. Vuole essere diverso da tutti, ma soffre di essere solo. Quando dice che “due più due fa quattro” come se fosse una bestemmia, non sta rifiutando l’aritmetica. Sta rifiutando l’idea che l’uomo possa essere ridotto a un’equazione, che la società possa essere organizzata secondo una razionalità perfetta. È il rifiuto di quello che Dostoevskij chiama il “Palazzo di cristallo”: il sogno positivista di un mondo ordinato, prevedibile, dove ogni desiderio trova la propria collocazione e ogni conflitto può essere eliminato.

In quella stanza non c’è ancora il mercato dell’attenzione, non ci sono i social network, non c’è il capitalismo delle piattaforme. Ma c’è già qualcosa che il capitalismo imparerà a sfruttare molto tempo dopo: un bisogno di riconoscimento che non riesce più a trasformarsi in appartenenza. Quel bisogno è il vero sottosuolo ed è un giacimento ancora intatto.

Il postfordismo arriva quasi un secolo dopo. Nasce dalla crisi del modello industriale fondato sulla grande fabbrica e sul lavoro operaio. La scuola post-operaista italiana ha raccontato quel passaggio come la risposta del capitale al grande ciclo di lotte cominciato con l’autunno caldo. La produzione esce dagli stabilimenti, si disperde nel territorio, invade la vita quotidiana. L’estrazione di valore non coincide più con il tempo trascorso alla catena di montaggio: attraversa il linguaggio, le relazioni, la conoscenza, la creatività, gli affetti.

La fabbrica perde centralità. Diventa sempre più difficile distinguere il tempo di lavoro dal tempo di vita. Se tutto produce valore, allora tutta la vita viene progressivamente messa al lavoro.

Cambiano anche le forme della rappresentanza. Il sindacato continua a esistere, ma parla sempre meno a un lavoro che si è frantumato in una miriade di posizioni individuali. Emerge un nuovo soggetto: è il lavoro autonomo di seconda generazione, ma qualcuno preferisce parlare di individui chiamati a valorizzare continuamente se stessi. Michel Foucault gli dà un nome destinato a diventare celebre: entrepreneur de lui-même, l’imprenditore di se stesso.

Non è più sufficiente lavorare. Occorre investire continuamente sul proprio capitale umano, trasformare competenze, passioni, relazioni e perfino il tempo libero in occasioni di valorizzazione. Non sei più soltanto una forza lavoro. Diventi un’impresa.

Il sottosuolo, però, non scompare. Viene colonizzato.

Quel bisogno di riconoscimento che in Dostoevskij si consumava come una ferita privata diventa progressivamente la materia prima di un nuovo modello economico, qualcosa da mettere a valore.

Il fuffa guru arriva per ultimo, e non porta niente di nuovo: è solo la radicalizzazione di questo fenomeno. Affonda le radici nello stesso giacimento, infetta la stessa ferita che non si rimargina e la ribattezza chiamandola “destino”. Non sei orfano del welfare state, sei un eroe che ha scelto la libertà. Non sei costretto a valorizzarti ogni giorno perché nessuno ti protegge più; al contrario: sei nato per farlo, è quello il tuo brand, la tua autenticità.

Il “giacimento”, oggi, non è più individuale: è di massa, ed è questo il salto che il guru sa sfruttare meglio di chiunque altro prima di lui. Non parla più a un uomo del sottosuolo, parla a milioni di soggetti simili, e li trova già pronti, già disposti a rifiutare la fatica lenta: studiare, apprendere un mestiere, accumulare competenza in anni che nessuno filma. In cambio smercia la promessa di un’emersione immediata, pirotecnica, spettacolare, senza intermediari. Non la collettività della fabbrica, del sindacato, della scuola: quella la disprezzano tutti, ormai, come il “Palazzo di cristallo”. Ma nemmeno la solitudine vera del sottosuolo: quella fa paura e non vende. Vendono, invece, milioni di stanze illuminate tutte uguali, connesse da una piattaforma, ipnotizzate insieme davanti alla stessa diretta Twitch, alla stessa foto scattata a Dubai: una collettività fittizia di sottosuoli paralleli, che si guardano l’un l’altro senza mai incontrarsi, ciascuno convinto di essere l’eccezione che sta per emergere.

Il disagio, qui, non è più un residuo da neutralizzare, è materia prima. Il guru non promette di guarirlo: lo tiene acceso, lo alimenta, lo trasforma in engagement, perché un pubblico sereno non guarda due ore di diretta a mezzanotte. L’assuefazione ai social non è un effetto collaterale del sistema, è un’arma. È l’arma. Lo scroll infinito, la notifica, il like sono la tecnologia che tiene aperta la ferita esattamente quel tanto che serve a farla sanguinare in modo produttivo.

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E tutto questo accade in un vuoto politico che non ha precedenti: un vuoto che non è solo politico: è assenza di un linguaggio politico che sappia ancora dire qualcosa a quelle stanze illuminate, a quei milioni di sottosuoli paralleli. Il vuoto lo riempie chi somiglia di più al guru: il politico diventa influencer di se stesso, vende la propria autenticità con lo stesso funnel, promette la stessa emersione immediata senza fatica, senza mediazione, senza il tempo articolato della rappresentanza. E il guru, specularmente, comincia a somigliare al politico, non chiede più solo di comprare un corso, chiede consenso, costruisce una base, mobilita il rancore di massa esattamente come farebbe un partito che non esiste più.

Non è più chiaro chi abbia mediato per primo il desiderio di chi: se la politica ha imparato dal guru come si cattura un pubblico ipnotizzato, o se il guru ha soltanto occupato per primo uno spazio che la politica aveva lasciato vuoto e non tornerà più a riempire con gli stessi strumenti di prima.

La sofferenza che il guru estrae, a questo punto, non è più solo capitale privato: è capitale politico. Il rancore del sottosuolo, tenuto acceso dallo scroll, diventa il combustibile di cui la politica del vuoto ha bisogno per esistere senza più promettere niente di strutturale: non lo Stato che protegge, non il sindacato che media, ma il capo che ti somiglia, che ha fallito come te, che si è fatto da solo come dici a te stesso di poter fare anche tu. Dostoevskij aveva scritto di un uomo solo contro il “Palazzo di cristallo”. Il ventunesimo secolo ha trovato il modo di eleggere il sottosuolo.

Noi, a Black Box, abbiamo raccontato tutto questo con l’ironia che i fuffa guru di Dubai sembrano meritarsi. Ma la realtà è molto più triste dell’ironia che le abbiamo dedicato. I fuffa guru non sono l’anomalia, sono la punta di un iceberg, il sintomo più vistoso di un’epoca che ha smarrito gran parte dei propri riferimenti culturali e sociali. Persino la televisione, con tutti i suoi difetti, ha fatto meno danni. I danni veri di un nuovo medium si misurano nell’arco di un trentennio, e di questa deriva noi abbiamo visto finora solo l’inizio. I nativi digitali non si accorgono nemmeno di stare regalando il proprio futuro a un nichilismo strano, che si accartoccia su se stesso mentre promette espansione.

Il nostro reportage è stato una specie di viaggio al termine della notte. Ma sarebbe comodo pensare di scriverlo da fuori, come osservatori esterni a un fenomeno che riguarda solo gli altri: i creduloni, i disperati, quelli ipnotizzati dalla diretta Twitch. Non è così. Ci siamo dentro con tutte le scarpe, e tutto fa parte dello stesso gioco: il trading a leva spacciato per libertà, la finta democratizzazione della finanza che è solo un accesso più veloce al rischio, la fede quasi religiosa nel rialzo infinito delle criptovalute, la proliferazione stessa dei podcast, compreso questo. Siamo tutti sulla stessa barca. Collettivamente, stavolta.

E non si offendano le persone citate nella nostra puntata di Black Box. In realtà non parliamo di loro e non vogliamo giudicare nessuno. Parliamo di tutti noi e di cosa rischiamo di diventare.

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Tra fede, tecnologia, fotografia, letteratura e immaginazione proviamo a capire dove continuiamo a cercare l’inspiegabile e come il miracolo possa ancora assumere la forma della speranza, dello stupore, dell’empatia e della ribellione a ciò che sembra inevitabile.⁠

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