EDITORIALE
Voglio subito esporre la mia convinzione: credo che vi sia la possibilità di comprendere l’uso della forza, in alcune circostanze. Tuttavia, comprendere non significa giustificare.
Mi spingo oltre: posso anche accettare che qualcuno rivendichi il diritto alla vendetta, anche se - a mio parere - la vendetta fa male a chi la fa, oltre che alla vittima. Detto questo, in uno Stato di diritto e per la tranquillità di tutti noi, chi usa la forza e chi ricorre alla vendetta è chiamato a rispondere delle proprie azioni.
Le volte che - anche in modo non violento - ho cercato vendetta o rivalsa, mi sono accorto che il prezzo più alto lo pagavo innanzi tutto io. La rabbia, il risentimento e la spinta a fare del male sono pessimi consiglieri.
Da teorico della comunicazione gentile so bene che non siamo chiamati a essere santi, nella condizione umana. E so quanto pesi, quanto offenda nel profondo e quanto destabilizzi il subire azioni malvagie. E non c’è niente di più malvagio di chi ci toglie qualcosa a cui teniamo, ricorrendo alla forza, alla sopraffazione e alla manipolazione psicologica.
La vicenda del gioielliere Mario Roggero, che ha ucciso due banditi e ne ha ferito un terzo nell’aprile del 2021, a Grinzane Cavour (Cuneo), richiama proprio questi punti: l’uso della forza, il diritto alla rivalsa, la difficoltà di una comunicazione al di fuori della rabbia.
Roggero è stato condannato, in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione. Anni prima aveva patteggiato la pena di due mesi per aver minacciato con la pistola l’allora fidanzato della figlia. Il video dell’uccisione dei due banditi - girato il giorno della rapina, 28 aprile 2021 - non lascia spazio a dubbi: il gioielliere ha agito con la freddezza di un killer e con la decisa volontà di ammazzare.
La sua è stata un’esecuzione, non una forma di legittima difesa. E non è stato neppure un uso della forza in qualche modo comprensibile.
Ogni richiesta di grazia suona come ridicola, se non fosse un caso tragico. Siamo di fronte a un killer con cui avrei paura a relazionarmi, da parte mia. Certo, anche gli assassini cambiano, possono diventare altro, ma non mi pare il caso di Mario Roggero.
Quello che tuttavia interessa in questo caso - e per questo ne parlo - è l’uso strumentale di una vicenda chiara di omicidio volontario, compiuto da una figura criminale assai pericolosa.
Siamo di fronte a un caso emblematico, che vedremo riproporsi sempre di più da qui alle prossime elezioni politiche, nel 2027. E che proseguirà, perché questo uso strumentale delle paure è funzionale a un disegno politico ed economico ben preciso.
La paura, la minaccia alla sicurezza, le incertezze sul futuro, il clima internazionale di guerra e violenza ci destabilizzano. Quando siamo destabilizzati cerchiamo punti di riferimento, rinunciamo al pensiero critico e ci lasciamo guidare dalle emozioni.
Tutte cose molto umane e molto comprensibili.
Il problema è che c’è chi alimenta i problemi di sicurezza, di incertezza, di violenza. Anziché impegnarsi per risolvere, ad esempio, il problema della criminalità comune, si agitano i fantasmi, si drammatizzano le situazioni, e si polarizzano le posizioni.
È, questa, l’opera degli stessi imprenditori della paura che fanno affari con la “sicurezza privata”, con il gioco d’azzardo e con le mafie. Non sono lì per aiutarci. Sono lì per assecondare i loro traffici e fare il gioco delle élite di Potere, a cui preme comprimere gli spazi del libero pensiero.
Abbiamo tutti gli strumenti per affrontare e risolvere molte delle situazioni criminali. Piccole e grandi. Penso alle scienze sociali, alle tecnologie digitali, alla professionalità della polizia e alle indagini condotte con metodo.
Il modo migliore per evitare di risolvere le situazioni criminali, invece, è alimentare le paure, per controllarci. Un altro modo è quello di inasprire le pene per far credere che si lavora per la sicurezza, mentre invece la si sta sabotando.
Insomma, chi strumentalizza il caso del gioielliere killer è un’astuta volpe a guardia del pollaio. È una volpe al servizio di élite economiche e politiche che hanno l’obiettivo di distrarci dalle loro azioni criminali: le stesse da cui poi discendono le violenze quotidiane e la piccola preoccupante criminalità che tutti noi subiamo.
Maurizio F. Corte
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