EDITORIALE
Gli imprenditori della paura e i barbari della violenza sono tornati. E io ero proprio lì ad aspettarli. Perché c’è sempre un pattern dietro gli atti violenti.
La foto di copertina è l’emblema di quel pattern: in palazzi e hotel e suite di lusso vivono coloro che non si sporcano le mani con la violenza. Sono quelli, tuttavia, che dalla violenza, dalla paura, dall’insicurezza traggono profitto.
Dietro ogni fenomeno sociale che preoccupa c’è sempre lo stesso elemento: gli affari. E il denaro, ovvio. Gli affari sono alla base di razzismo, discriminazione, criminalità, dipendenza dal gioco d’azzardo, evasione fiscale.
Mi sono allora chiesto chi c’è dietro la violenza di quella banda di criminali che si fa chiamare antagonisti. È la banda che ha messo a ferro e fuoco Bologna, usando come pretesto la morte del piccolo imprenditore Abderrahim Fakir, 42 anni, tra le mani di due poliziotti che lo avevano immobilizzato.
Viviamo nella società della sorveglianza: come mai nessuno è riuscito a fermare gli antagonisti prima degli di violenza? A cosa servono i servizi segreti? A chi giovano quelle violenze, che puntavano a squalificare la manifestazione pacifica promossa dalla famiglia di Fakir e dal sindaco di Bologna?
Altro esempio: la criminalità giovanile. Non è con la galera, né riducendo le garanzie giudiziarie per i minori, che si gestisce il problema. Come per la sicurezza, occorre mettere in campo una serie di risorse finanziarie, una serie di azioni concrete (servizi, progetti, operatori) e un lavoro di inclusione.
Lo si fa accanto al far rispettare le leggi. L’intervento sociale e quello di polizia non sono antitetici, e possono lavorare in modo sinergico.
I media, invece, cosa fanno? Danno una visione parziale degli eventi, senza tematizzare l’unica costante linea rossa che li collega: quella degli affari e dei guadagni politici.
I cittadini sentono più pericolo dalle bande giovanili che dalle mafie. Eppure, sappiamo che le mafie hanno il controllo della violenza e dell’insicurezza, oltre che il controllo della droga, e l’ingerenza in corruzione e appalti milionari.
Vi è una stretta connessione tra grande criminalità e piccola criminalità: la droga costa e per certi lavori sporchi, utili anche a fini politici, il terreno del crimine giovanile è assai utile per le mafie.
Criminalizzare i giovani devianti, anziché recuperarli, è allora il modo migliore per favorire la grande criminalità organizzata. E per non garantirci, come cittadini, la sicurezza.
In questa rappresentazione del crimine, della insicurezza e della violenza, i media hanno un ruolo fondamentale. Per questo è importante comprendere le logiche dei media. E sapere come gestirne l’influenza sui nostri pensieri, la nostra cultura e la società.
Maurizio F. Corte
Tutto quello che noi sappiamo del crimine, della sicurezza e della giustizia proviene per quasi l’80% dai media. Sono i media a farci credere che la criminalità giovanile danneggia più delle mafie; e che gli evasori fiscali non sono criminali come i rapinatori da gioielleria. È sempre stato così? O tutto dipende dai social? Comincia qui il viaggio sull’inganno dei media quando parlano di crimine, sicurezza e giustizia.
Una piscina. Una casa con le finestre che guardano dentro. Un matrimonio che funziona, almeno in superficie. E il desiderio che una donna — avvocata stimata, madre, moglie — non riesce più a tenere a bada. Deseo è un film thriller messicano che parte da un inganno, per poi raccontarci come si difendono le persone agiate nello schiacciare ogni sorta di minaccia alla loro reputazione.
C’è chi non ne può più dell’informazione true crime che da mesi si concentra sul delitto di Garlasco, con l’omicidio di Chiara Poggi, il 13 agosto del 2007. Chi si vuole invece informare e aggiornare in modo consapevole su un caso unico nella cronaca giudiziaria italiana - che tocca tutti i nostri diritti di cittadini - non può che ascoltare il lavoro dei giornalisti di Dark Side Italia. Con Luca Zanella in testa.
Un tempo le notizie entravano nelle case attraverso la radio, la televisione e i giornali. C’era un inizio e una fine del processo di informazione. Oggi è un flusso continuo di news. Oggi saltiamo di qua e di là: cinque righe lette sullo smartphone, poi un paio di video, poi un podcast. La fretta e il carico enorme delle informazioni ci condizionano. Come fermarci e, in soli pochi minuti, evitare di rinunciare al pensiero critico.
Centro Studi Interculturali (Università di Verona)
Il centro si occupa di ricerca e alta formazione sulla comunicazione e la mediazione interculturale dei conflittiMaster in Comunicazione europea, Media e Giornalismo interculturale
Corso di formazione universitaria online sulla multimedialità, il giornalismo e le relazioni con l’Unione EuropeaProsMedia ETS. Media education, Società e Mediazione Interculturale
Associazione culturale che si occupa di ricerca e formazione sui media, la comunicazione e l’Intelligenza Artificiale nella nostra societàLa leggenda tragica del Pozzo dell’Amore
La storia d’amore tra Isabella e Corrado, nella Verona di inizio Cinquecento, è l’occasione per riflettere sui nostri errori quando comunichiamo
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