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Paolo Benanti · Jun 14, 2026

Il potere che non vedi: come la tecnica è sempre stata dominio

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Da Kratos agli algoritmi: una genealogia del potere nell’era della computazione

C’è una domanda che raramente ci poniamo di fronte a uno smartphone, a un motore di ricerca, a un sistema di raccomandazione: questa cosa, che cos’è davvero? Non nel senso tecnico – il modo in cui funziona, i transistor, i modelli, i pesi neurali. Ma nell’unico senso che conta: che forma di potere incarna? Gilles Deleuze, in un breve saggio del 1990 di lucidità quasi profetica, ci ricordava che “è facile far corrispondere a ciascuna società dei tipi di macchine, non perché le macchine siano determinanti, ma perché esprimono le forme sociali in grado di dar loro vita e di servirsene”. Le macchine semplici delle società di sovranità, le macchine energetiche delle società disciplinari, le macchine informatiche delle società del controllo. Ogni macchina non è un utensile neutro: è la cristallizzazione di un ordine sociale, il precipitato materiale di una forma di potere.

Questa intuizione deleuziana non è nostalgia per epoche premoderne, né critica luddista della tecnologia. È diagnosi. E come ogni diagnosi vera, costringe a guardare ciò che la vita quotidiana, con la sua abitudine di rendere invisibile il familiare, tende a occultare. David Foster Wallace racconta di due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più anziano che fa loro un cenno: “Salve ragazzi, com’è l’acqua?”. I due giovani pesci continuano a nuotare e alla fine uno guarda l’altro e domanda: “Che diavolo è l’acqua?”. Anche noi siamo immersi in un ambiente tecnologico così pervasivo che fatichiamo a coglierlo come forma di potere. È questo il compito che queste righe si propongono: portare a visibilità la struttura di potere che le tecnologie portano inscritta nella propria costituzione.

Il punto di partenza è controintuitivo. Non si tratta soltanto di descrivere come qualcuno stia usando la tecnologia per dominare qualcun altro, sebbene questo accada e vada detto. Si tratta di mostrare come la tecnologia sia, nella sua stessa essenza, una forma di potere prima ancora che qualcuno la usi. Per capirlo, bisogna risalire alla radice: a ciò che significa essere umani, al rapporto che la nostra specie ha, da sempre, con gli artefatti che produce.

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