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Immersioni · Mar 22, 2026

Scrittura, arte, dolore

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BalenalaB · Immersioni

Ciao, sono Chiara Gandolfi: verbal designer e voice actress. Con l’iscrizione a Immersioni hai vinto anche Misticanza di cose di lavoro che è questa newsletter mensile qui in cui dico quello che sto facendo. È la sorella anarchica di Immersioni, la secchioncella che parla dell’universo. Non si toccano mai come in Ladyhawke, ma sono il mio giorno e la mia notte.

Scrivo di me da anni. Ho quaderni da tutte le parti con pezzi di terapia, note, flussi di coscienza. E poi ci sono le piccole cose della giornata da osservare e raccogliere, su cui riflettere. Sono frammenti di conversazioni, frasi che sento per caso, una rivelazione improvvisa. Porto avanti questa pratica da più di mille giorni ormai e un po’ mi ha cambiata. Prova anche tu.

Martedì 17 febbraio
A volte la cosa migliore che puoi fare con il disagio è semplicemente concedergli un minuto.

Lunedì 23 febbraio
Ho finito di vedere la serie Nobody wants this. A volte il cattivo nella tua storia è solo qualcuno che ha commesso un grande errore.

Mercoledì 25 febbraio
La ragazza di Marnes Bleues quando mi ha visto scrivere sul quaderno mi ha detto: «La cosa importante è iniziare più spesso di quanto rinunciamo.»

Giovedì 26 febbraio
Ho conosciuto Benedetto alla presentazione della collezione in Atelier da Max e parlavamo dei momenti no. «Solo perché è una giornata di sole non significa che devi stare fuori a godertela.» Forse è come la musica: a volte vuoi ascoltarla a tutto volume, altre volte vuoi solo un sottofondo.

Domenica 1 marzo
Ogni volta che vado al Rosa Bonheur a ballare succede qualcosa di gentile. Un ragazzo al banco mi fa passare davanti. Le persone che sono sedute al tavolo mi fanno spazio. Eugenio mi protegge da un molestatore facendo barriera con il suo corpo. Sembra quasi magico. Penso che dipenda in parte dalla mia preparazione alla magia. Faccio delle giravolte e dei saltelli per strada, guardo le persone negli occhi, presto attenzione.

Mercoledì 4 marzo
Ridurre una persona al suo errore è una protezione. Ma poi? Arriva un momento in cui posso respirare, rimetterla al suo posto nella mia storia più grande. Se non lo faccio è per il mio ego?

Martedì 10 marzo
Posso entrare in un caffè dicendomi che troverò degli amici e li trovo davvero. Posso trovarmi nel mezzo di una conversazione tesa e dirmi che forse c’è una spiegazione ragionevole alla reazione dell’altra persona. Posso trovarmi in un silenzio imposto e decidere che c’è qualcosa di più grande del mio orgoglio.

Ho scritto questo editoriale per Inferno e magari volevi leggerlo.

Cos’è questa fissazione antica che ci fa credere che l’artista, per creare, debba essere ferito o a pezzi? Che il genio nasca dal dolore? È un mito seducente, perché ci fa pensare che la bellezza prenda forma dal buio, che la disperazione sia una forma di fertilità. Van Gogh, Artaud, Sylvia Plath, Virginia Woolf, Modigliani, Frida Kahlo, Kurt Cobain: la lista degli artisti tormentati è così lunga da sembrare quasi una prova, come se per creare bisognasse pagare un prezzo di sangue. Il dolore, in questa narrativa, è la fonte. Il resto, tecnica, disciplina, fatica, solo il contorno. L’artista viene romanticizzato nella sua ferita: più soffre, più è autentico; più si distrugge, più tocca la verità e così il dolore diventa un valore estetico.

Nel Novecento questo mito trova la sua apoteosi: la malattia mentale diventa la misura della profondità artistica. Artaud rinchiuso a Rodez; Van Gogh e il suo orecchio come reliquia; Nietzsche che, nella pazzia, sigilla la sua grandezza. Persino la scienza, per un periodo, si è lasciata sedurre con gli studi sulla correlazione tra bipolarità e creatività, tra disturbo dell’umore e talento. Il dolore come miccia, l’instabilità come condizione necessaria: un’equazione tanto poetica quanto tossica.

Poi arrivano gli anni Cinquanta e Sessanta e la Beat Generation trasforma la sofferenza in carburante. Le droghe diventano strumenti di “espansione della coscienza”, l’eccesso un modo per bucare la realtà. Kerouac scrive On the Road in tre settimane di febbre e benzedrina. Per Ginsberg, Burroughs, Cassady la distruzione diventa un metodo, l’arte una combustione. Il corpo come rottame poetico. Ma quella fiamma, come tutte le fiamme, all’inizio illumina poi brucia. Tutto.

Eppure qualcosa, in tutto questo, resta vero: il dolore muove. Quando qualcosa si rompe dentro o fuori, l’essere umano reagisce costruendo forme. La creatività, allora, non è figlia della sofferenza: è il suo strumento di sopravvivenza. Come scriveva Nietzsche in La nascita della tragedia, l’arte non nasce dalla quiete, ma dal conflitto tra Apollo e Dioniso, tra forma e caos. Il dolore è la crepa, ma la creazione è il gesto che la sutura.

L’arte è una garanzia di sanità mentale.

Così diceva Louise Bourgeois, che non ha mai nascosto quanto la sua infanzia fosse un labirinto di traumi: la madre malata, il padre infedele, la vergogna, l’abbandono. Tutta la sua opera è un corpo che tenta di guarire. Le sue sculture, i ragni giganteschi, le celle di ferro e tessuto, le figure contorte, sono mappe di un trauma convertito in architettura.

Il dolore, per lei, lungi dall’essere musa è materiale di lavoro. Ogni opera è un tentativo di capirlo, di contenerlo, di trasformarlo in qualcosa di tangibile. Nei suoi diari scrive:

“Il mio lavoro è una forma di autobiografia, una forma di terapia. È il modo in cui tengo a bada la paura.”

Bourgeois crea per non soccombere alla sofferenza. È un atto profondamente lucido, disciplinato, quasi scientifico. Trasforma l’angoscia in un dispositivo estetico, in una grammatica di nodi, cuciture, fili, gabbie. Ogni oggetto è una frase del suo inconscio che diventa visibile. È qui che la creatività mostra la sua natura più profonda: non il frutto del dolore, ma il suo antidoto.

Venti anni dopo, un’altra donna trasforma il dolore in metodo: Sophie Calle, con Douleur Exquise. È il 1984. Aspetta un uomo che non arriverà perché si è innamorato di un’altra. La delusione, come un chiodo, le resta piantata dentro. Invece di soccombere, la fotografa, la misura, la trascrive.

Per 92 giorni, Calle registra il conto alla rovescia fino all’appuntamento mancato: lettere, hotel, aeroporti, biglietti. Poi, nella seconda parte del progetto, chiede a sconosciuti di raccontarle “il momento in cui hanno sofferto di più”. Ogni volta che riceve la storia di dolore di qualcuno, ri-racconta la sua. E a ogni ripetizione, il suo dolore perde potere (nel libro che raccoglie il progetto, le parole del suo racconto sempre diverso, mano a mano, si fanno più chiare nelle pagine fino a svanire). Il rituale sostituisce la ferita. La narrazione cura. Douleur Exquise è una macchina di trasformazione.

Come diceva Roland Barthes in La chambre claire, la fotografia è sempre “una ferita che si apre al presente”: Calle la usa per anestetizzare il passato. In lei, la creatività diventa un dispositivo di guarigione simbolica: prendere il dolore, scomporlo, dargli un ritmo, condividere la sua materia.

Il dolore costringe a pensare e il pensiero, quando è costretto a trovare una via d’uscita, inventa. Il filosofo Gaston Bachelard diceva che “ogni ostacolo è una possibilità di immaginazione”. Persino Winnicott, lo psicoanalista dell’oggetto transizionale, vedeva nella creatività una funzione vitale: la capacità di “fare esperienza del mondo come reale”, cioè di sopportarlo.

La creatività, per me, è sempre stata un atto di ordine dentro il disordine, che al dolore può dare un posto dove stare (senza fare più male). Ecco allora il rovesciamento: la creatività non fiorisce grazie al dolore, ma contro di esso. Nasce come risposta all’urgenza che il trauma apre. Così ogni opera diventa una forma di resistenza: un movimento di superamento della sofferenza stessa.

  • Sulle orme di Sophie Calle, ho comprato una Polaroid e ho un progetto artistico sulla perdita e su ciò che resta. Conosci una galleria d’arte o un posto un po’ strambo che voglia esporre una cosa feroce e malinconica?

  • È uscita la data del mini Storione, workshop sulla scrittura autobiografica a San Benedetto del Tronto: 20 giugno, dalle 18.30 alle 21.30. Sarà carino, beviamo anche. Ci ospita Arianna di Spazio Onda (che con BalenalaB, ci sta proprio a pennellino). Ad aprile apriamo le iscrizioni.

  • Non so come, mi sono ritrovata con una longboard tra le braccia. Siamo fatti per cadere, perché allora non imparare a cadere bene?

  • Sabato 28 marzo c’è Storione a Bologna: finiamo alle 18h. Se ti va di passare ci prendiamo un aperitivo tutti insieme da Capire fino a che non ci cacciano.

  • Vuoi lavorare con me alla tua identità verbale e alla tua comunicazione? È un ottimo momento. Scrivimi (info etc. oppure rispondi a questa mail) :)

È tutto da parte mia. Ma se tu vuoi scrivermi qualcosa, un ciao, un quantunque, insegnarmi a fare un ollie, mandarmi una storia di coppia per il podcast, una cartolina dalla tua città, sono qui. Puoi anche pagarmi un caffè. Se no, ci troviamo sul fondale nella prossima Immersione.

Prenditi cura di te,

Chiara

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