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Immersioni · Apr 12, 2026

Niente di vero

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BalenalaB · Immersioni

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“Mi dispiace ma non posso non essere onesto…”

Qualche giorno fa ho ricevuto un messaggio che iniziava così da parte di una persona che mi ha mentito per 4 mesi. Nella sua forma composta, sembrava voler fare ordine, restituendo una versione chiara e definitiva di ciò che era accaduto tra di noi. Il contenuto ve lo risparmio, perché è poco interessante e perché in realtà ciò che mi ha colpito è il gesto, l’esigenza di dire una cosa che a me non serviva, ma serviva a rassicurare chi la stava scrivendo. A volte diciamo la verità per confermare il nostro mondo, per sistemare le responsabilità e far tacere la coscienza e non perché abbiamo veramente a cuore l’altra persona. Questo tipo di verità si afferma per stabilire una posizione, per legittimare un racconto, per proteggere una certa immagine di sé. Dire la verità non vuol dire necessariamente essere buoni.

Qualche giorno prima avevo partecipato a una conferenza in cui una filosofa, Barbara Cassin, a un certo punto, ha detto che ciò che accade, il fatto è una fabbricazione. Factum e fictum condividono la stessa radice, come a dire che ciò che chiamiamo fatto non è mai semplicemente ciò che è accaduto, ma è sempre già il risultato di un lavoro, di una costruzione, di una serie di scelte che rendono quell’accaduto dicibile, visibile, condivisibile dentro una forma.

Questa idea mette in discussione una convinzione molto radicata, quella per cui esisterebbe una verità stabile, unica, a cui si può accedere con sufficiente onestà e precisione, mentre l’esperienza quotidiana mostra qualcosa di molto più mobile, fatta di versioni, di interpretazioni, di racconti che prendono forma a partire da uno sguardo situato, da una prospettiva che seleziona, organizza, dà rilievo ad alcuni elementi e ne lascia altri in ombra.

In questo senso il mentire smette di coincidere soltanto con la falsità evidente, con la bugia dichiarata e si avvicina a una zona più sottile e più pervasiva, quella in cui costruiamo i racconti che abitiamo, quella in cui, anche quando siamo convinti di dire le cose “così come sono”, stiamo già facendo un lavoro di montaggio, di scelta, di orientamento, che dà a ciò che diciamo una direzione precisa.

Tempo fa avevo letto di un esperimento che metteva bene in evidenza questa complessità: Cathal Morrow decide di vivere un anno senza mentire, seguendo alla lettera l’imperativo di Kant, e quindi impegnandosi a dire sempre la verità in ogni situazione, partendo dal presupposto che la verità sia un principio assoluto che si può applicare senza mediazioni, senza eccezioni, senza domande.

Può sembrare una scelta quasi esemplare nella sua radicalità, perché restituisce alla parola una trasparenza perduta, e invece, con il passare del tempo, emergono effetti molto diversi da quelli attesi, perché dire tutto quello che si pensa produce una forma di attrito continuo, le relazioni si irrigidiscono, le conversazioni diventano più dure, il linguaggio perde quelle sfumature che rendono possibile stare insieme senza ferirsi costantemente.

È a questo punto che emerge una distinzione che riguarda il rapporto tra sincerità e verità, perché dire ciò che si pensa appartiene spesso a una reazione immediata, a un’emozione che prende forma e cerca una via di uscita, mentre la verità richiede un altro tipo di movimento, più lento, più esigente, che passa attraverso una domanda su di sé, sulle proprie intenzioni, sugli effetti che le parole producono.

L’esperimento cambia mood proprio quando entra questa consapevolezza, quando ogni frase inizia a essere preceduta da una pausa, da un momento in cui chi parla si chiede da dove nasce ciò che sta per dire, a cosa serve, quale relazione costruisce, e in quel passaggio la verità smette di coincidere con l’idea di dire tutto e si avvicina a qualcosa che potremmo chiamare dire qualcosa di più giusto, dove il termine “giusto” introduce una dimensione etica che riguarda non solo l’aderenza ai fatti ma la qualità del legame che quella parola contribuisce a creare.

Questa idea di una verità che si misura anche nella relazione apre un campo molto più complesso della semplice opposizione tra vero e falso, perché porta l’attenzione su ciò che il linguaggio fa mentre parla del mondo, sul modo in cui le parole partecipano alla costruzione della realtà che abitiamo, e questo diventa ancora più evidente se si allarga lo sguardo al contesto contemporaneo, dove la questione delle fake news viene spesso affrontata come un problema di contenuti falsi da eliminare, senza considerare fino in fondo la dinamica che rende alcune informazioni più forti di altre.

Mentre mio padre e mia madre, entrambi ebrei, erano rifugiati in zona libera nel Sud della Francia durante la guerra, e mio padre ascoltava Radio Londra, i tedeschi bussarono alla porta e dissero a mia madre: “Lei, lo sappiamo, va a messa, ma suo marito, lui, è ebreo, veniamo a prenderlo.” Mia madre rispose loro su due piedi: “Io, sposare un ebreo, mai!” E i tedeschi se ne andarono. E noi potemmo fuggire. Questa menzogna di mia madre, una delle prime di cui sono stata testimone, ha salvato tutti noi, me e i miei. Ha installato in me la convinzione secondo cui, contrariamente a ciò che sostiene Kant nella sua celebre polemica contro Constant, la menzogna è non solo autorizzata, ma talvolta persino richiesta. […] Ancora prima di appassionarmi alla sofistica e alla dimensione performativa del linguaggio, ho sempre avuto una difficoltà con l’idea di verità […] e una propensione dichiarata per la menzogna e l’inganno. Come se la felicità fosse legata alla nostra capacità di ingannare l’avversità.

Il racconto che Barbara Cassin fa della propria storia introduce una situazione in cui il mentire non si limita a deformare il reale ma diventa la condizione stessa che permette alla vita di continuare. Questo episodio, che Cassin chiama in qualche modo un mensonge fondateur (bugia fondatrice), mostra come esistano situazioni in cui il linguaggio non si limita a descrivere il mondo ma interviene su di esso in modo decisivo, producendo effetti concreti, immediati, irreversibili. Non solo, mette in crisi una posizione come quella kantiana, secondo cui mentire resta sempre moralmente inaccettabile, e apre invece alla possibilità di pensare il linguaggio come uno spazio in cui si gioca una tensione continua tra giustezza, contesto e responsabilità, perché quella frase, pur essendo falsa sul piano dei fatti, si inscrive in una relazione con la realtà che la rende necessaria, quasi inevitabile e soprattutto capace di trasformare il corso degli eventi.

Come osserva Gérald Bronner, nel mondo digitale ciò che si diffonde non è necessariamente ciò che è fondato, ma ciò che appare plausibile, ciò che attiva una risposta immediata e in questo senso il verosimile prende il sopravvento sul vero, costruendo una percezione collettiva che può essere molto distante dai fatti ma estremamente efficace nel suo funzionamento.

Questo non riguarda solo le grandi narrazioni pubbliche, riguarda anche il modo in cui ciascuno di noi costruisce il proprio racconto, perché mentire non significa soltanto inventare qualcosa che non è accaduto, ma anche fingersi qualcuno che non si è, abitare una versione di sé che funziona, che permette di stare dentro una situazione con una certa coerenza, anche quando questa versione richiede una semplificazione, una selezione, una messa in forma che lascia fuori delle parti.

Marcel Proust racconta di Madame Verdurin che, a forza di ripetere una finzione, arriva a viverla come una verità, e questo passaggio è particolarmente interessante perché mostra come la finzione possa produrre effetti reali, modificare il modo di sentire, di reagire, di stare nel mondo, fino a rendere secondaria la distinzione tra ciò che è accaduto e ciò che viene vissuto come tale.

Questa zona di sovrapposizione tra finzione e realtà diventa ancora più evidente se pensiamo al film di Emmanuel Carrère, Ouistreham, dove una scrittrice si immerge nella vita di lavoratrici precarie assumendo un’identità che non le appartiene, con l’intenzione di comprendere dall’interno una realtà invisibile. Così, si intrecciano due movimenti: da una parte il desiderio di verità che spinge a sentire nel proprio corpo ciò che l’altro vive, dall’altra la frattura relazionale che questa immersione produce, perché si fonda su una finzione che coinvolge altre persone non consapevoli.

Il film non offre una soluzione e forse proprio per questo riesce a restituire la complessità della questione, perché mostra come la verità possa passare attraverso una finzione e allo stesso tempo lasciare una traccia che riguarda il modo in cui ci si è messi in relazione. Barbara Cassin proponeva un’altra parola per avvicinarsi a questa complessità, ha parlato di “più vero”, come di qualcosa che tiene conto del contesto, dell’intenzione, degli effetti, e in questo senso la verità diventa qualcosa che si costruisce nel tempo, che si verifica nel confronto, che richiede attenzione e responsabilità.

Questo spostamento cambia anche il modo in cui si guarda al linguaggio, perché ogni parola porta con sé una direzione, ogni frase costruisce uno spazio, ogni racconto apre o restringe delle possibilità. Quando qualcuno utilizza un’espressione per attenuare la portata di un evento, per orientare la percezione, per rendere più accettabile ciò che accade, il linguaggio agisce, produce effetti, ridisegna il campo in cui quell’evento viene pensato e questo vale anche nelle relazioni più intime, dove le parole possono accompagnare, proteggere, organizzare, oppure servire a dare una forma sostenibile a ciò che si è fatto.

Trump, per esempio, usa una forma di retorica, un modo di dire le cose che, anche con mezzi piuttosto limitati, ha comunque una grande presa sul linguaggio. È un performer populista che convince perché quando parla dà l’impressione di dire ciò che la gente pensa. Con questa retorica, ha trovato un modo per aderire a una certa idea, a un immaginario molto americano. In una conferenza prima del 9 marzo scorso, utilizza proprio questo linguaggio della potenza: lo usa allo stesso tempo per celebrare la forza del suo esercito, il più potente del mondo, ma anche per giustificare in modo piuttosto stupefacente una nuova guerra, definendola “un’escursione”.

Abbiamo avuto il miglior primo anno che qualsiasi presidente abbia mai avuto. Con il vostro sostegno e il lavoro di tutti, stiamo rendendo l’America di nuovo grande, e lo stiamo facendo più velocemente di quanto immaginassimo. Il Paese è migliore, più forte, sta andando davvero bene, a un livello che nessuno si aspettava. Abbiamo fatto un’escursione, perché pensavamo fosse necessario per liberarci di certe persone. Ed è solo un’escursione temporanea. Guardate quanto è forte il nostro esercito.

Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America

Gérald Bronner parla di una possibile frattura dello spazio epistemico comune, quel terreno condiviso che permette alle persone di discutere, interpretare, decidere insieme. Quando questo terreno si indebolisce, ciascuno resta dentro la propria versione, dentro il proprio racconto e il confronto perde consistenza e si frammenta.

Dentro questa complessità, la verità si allontana sempre di più dall’idea di oggetto da possedere e si avvicina a quella di pratica, una pratica che richiede tempo, ascolto, capacità di stare dentro le domande senza affrettare le risposte, e forse anche una disponibilità a lasciare che alcune cose restino in una zona di incertezza, in cui il senso non è ancora completamente definito.

La verità assume una dimensione che riguarda la convivenza, la possibilità di costruire uno spazio in cui le parole possano avere un senso condiviso, in cui il disaccordo resti possibile senza che venga meno la base su cui si fonda.

Anche il confronto con le manipolazioni contemporanee, con i discorsi che orientano le percezioni collettive e costruiscono realtà parallele, non si risolve nel tentativo di ristabilire una verità unica e stabile, ma nella capacità di esercitare un giudizio capace di muoversi dentro l’incertezza, di riconoscere la pluralità dei punti di vista senza rinunciare alla responsabilità di prendere posizione, perché è proprio in questo spazio, fragile e instabile, che si gioca la possibilità di resistere alle forme più sottili e pervasive del falso.

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