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Immersioni · May 31, 2026

Fidarsi dello slancio

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La scelta.

C’è qualcosa di strano nel modo in cui gli esseri umani prendono le decisioni importanti. Le prendono quando le cose non vanno, quando lo spazio che occupano, un lavoro, una relazione, una versione di sé, non è più abitabile. Quando continuare come prima diventa doloroso o addirittura impossibile. Quando fa male restare.

Eppure passiamo anni a costruire strumenti per decidere meglio. Liste, framework, coach, podcast interi dedicati all’arte della scelta consapevole come se il problema fosse la tecnica. Come se le persone che cambiano vita lo facessero da una posizione di chiarezza. Eppure le grandi scelte nascono nelle crepe. E in quelle crepe, se si è fortunati, entra la luce.*

Sembra che scegliamo meglio proprio quando non abbiamo più la forza di calcolare le opzioni. Quando la parte di noi che teneva tutto sotto controllo si è stancata tanto da cedere il passo a un tipo diverso di intelligenza, che funziona sotto la soglia del pensiero e del verbale e che aspetta, con una pazienza infinita, che finiamo di fare le nostre belle liste. Alla fine, ci facciamo guidare dalle budella.

Quando devo prendere una decisione importante, c’è sempre un momento in cui capisco che l’ho già presa. Stavo ancora raccogliendo argomenti, ancora ascoltando consigli fingendo di essere indecisa e intanto qualcosa in me aveva già imboccato una strada. Il pensiero arriva dopo, a illuminare quello che il corpo ha già scelto al buio.

Per molto tempo l’ho vissuto come un difetto. Le persone serie stavano ferme davanti ai bivi, pesavano ogni dettaglio, ci dormivano sopra, costruivano tabelle con i pro e i contro. Io, la maggior parte delle volte, avevo già deciso mentre compilavo la prima riga. C’è una narrazione culturale molto potente che associa la lentezza alla saggezza e la velocità alla superficialità e per anni ci ho provato a sperimentarmi intelligente in quel modo, forzandomi alla sedimentazione a mio malincuore.

Il corpo raccoglie e integra informazioni in parallelo al pensiero conscio, su canali che la mente non intercetta in tempo reale, su frequenze più basse, più antiche, che hanno a che fare con la sopravvivenza molto prima che con la ragione. Quello che chiamiamo slancio, quella sensazione fisica che arriva prima delle parole, è cognizione distribuita su tutto il sistema nervoso: un’elaborazione sofisticata che accade in parallelo, su un piano che il pensiero discorsivo non vede. Spinoza lo descriveva come un aumento della potenza di esistere, la gioia, nel suo senso più fisico e meno romantico, come segnale che qualcosa in noi sta crescendo, andando verso la sua forma. Bergson, duecento anni dopo, avrebbe detto la stessa cosa con parole diverse: la gioia annuncia che “la vita ha guadagnato terreno, che ha riportato una vittoria”. È il corpo che registra un allineamento prima che la mente abbia trovato le parole per descriverlo. E quella sensazione porta informazione tanto quanto un argomento ben costruito, a volte di più, perché sa cose che la mente conscia non ha ancora elaborato.

Quasi sempre, quando ho ignorato quello slancio, l’ho fatto per sembrare ragionevole agli occhi di qualcuno. Anche solo ai miei occhi.

Mi ricordo quelle volte molto bene. La sensazione di essere già “partita” dentro mentre continuavo a raccogliere prove, ad ascoltare chi vedeva le cose diversamente, a costruire una versione della scelta abbastanza giustificata da poterla pronunciare ad alta voce senza vergogna. Il corpo aspetta, con pazienza, aspetta che io finisca di pensare.

Il costo dell’esitazione

Kafka non riusciva a decidersi su Felice Bauer.

Ha tenuto per anni un diario in cui annotava, con una lucidità che fa quasi male a leggere, la propria incapacità di scegliere. Felice Bauer era una donna di Berlino con cui si fidanzò due volte e ruppe due volte, in un ciclo che durava da anni e che lui descriveva come una trappola da cui non riusciva a uscire. Scriveva che il matrimonio gli sembrava impossibile, troppo rumore, troppa vita in comune, troppa interruzione della concentrazione che la scrittura richiedeva. E insieme scriveva che il celibato lo stava distruggendo, che vivere solo significava invecchiare senza radici, senza calore, senza qualcuno che lo conoscesse davvero. Andava avanti così da anni, oscillando tra le due posizioni, convinto ogni volta di essere sul punto di capire cosa voleva. La scrittura, che aveva protetto a ogni costo come il bene più prezioso, fu distrutta ugualmente dall’isolamento in cui era rimasto. Aveva rinunciato a tutto per non perdere niente e aveva perso tutto lo stesso.

Il non-scegliere ha delle conseguenze, consuma energia, lascia tracce. Chi aspetta il momento perfetto di solito aspetta in un modo che cambia che fa cambiare chi aspetta.

Il gut feeling

L’intestino contiene circa duecento milioni di neuroni, una cifra che i gastroenterologi hanno cominciato a prendere sul serio solo negli ultimi decenni, dopo anni in cui la medicina trattava l’apparato digerente come un sistema puramente meccanico. Quel sistema, invece, elabora informazioni, regola risposte, e comunica con il cervello cranico in modo continuo e bidirezionale attraverso il nervo vago, un canale che trasporta segnali in entrambe le direzioni, ma per l’80% dal basso verso l’alto. Quando qualcosa ti stringe lo stomaco di fronte a una decisione, o al contrario ti apre una sensazione fisica di spazio, stai ricevendo l’output di un sistema che processa segnali con una velocità e una quantità di variabili che il pensiero verbale non raggiunge.

L’embodied cognition, la branca delle neuroscienze cognitive che studia come il corpo partecipa al pensiero, ha ribaltato negli ultimi vent’anni l’idea che la mente sia una cosa separata dal corpo che la ospita. Le decisioni non vengono elaborate solo nella corteccia prefrontale. Passano per il sistema nervoso autonomo, per le viscere, per la postura, per i muscoli. Fidarsi dello slancio, in questo senso, è allargare il perimetro di quello che consideriamo razionale, includere i canali che elaborano più in fretta, con più variabili, senza il peso del bisogno di giustificarsi.

Zweig sapeva

Stefan Zweig, in un romanzo breve e devastante, descrive una donna aristocratica che a quarantadue anni, dopo anni di vita «senza scopo e inutile», dopo la morte del marito e la partenza dei figli, segue uno sconosciuto incontrato al casinò. La storia ha tutta l’aria di un errore madornale. Va storta, nel senso convenzionale: lui torna al gioco, non parte, lei non lo salva. Eppure lei non si pente di niente e il modo in cui Zweig lo racconta non lascia dubbi su perché: quelle ventiquattro ore le hanno restituito la sensazione di essere viva, di aver toccato qualcosa di reale invece di scivolare indefinitamente sulla superficie levigata della propria esistenza ben amministrata.

Zweig la descrive come spinta da «una forza magica che porta le persone a buttarsi nell’acqua prima di aver avuto il tempo di riflettere sulla temerarietà insensata della loro impresa». È la descrizione di come funziona lo slancio: porta verso qualcosa che senti come tuo, anche se non sai ancora perché, anche se fa paura, anche se il risultato delude le aspettative razionali. Ha dentro il futuro. E la cosa interessante è che anche quando va storta nel senso degli eventi, va dritta nel senso della persona. La donna di Zweig esce da quelle ventiquattro ore più intera di quanto sia entrata.

Lo slancio che viene dalla pressione, dalla voglia di scappare, dall’urgenza di dimostrare qualcosa, dalla paura mascherata da coraggio, ha una qualità diversa. Si sente nel corpo, se ci si abitua ad ascoltarlo: c’è rumore, c’è stretta, c’è un’accelerazione che assomiglia all’ansia più che all’eccitazione. La differenza non è sempre ovvia nell’immediato.

Tenuta per vent'anni lontana da tutte le potenze demoniache dell'esistenza, non avrei mai compreso il modo grandioso e fantastico con cui talvolta la natura concentra in pochi rapidi respiri tutto ciò che racchiude in sé di calore e di gelo.

Stefan Zweig, Ventiquattr'ore nella vita di una donna

La parte che ho impiegato più tempo ad accettare è che saltare prima di sapere dove si atterrerà è l’unico modo in cui certe cose si fanno. A un certo punto le analisi finiscono, le certezze non arrivano e si salta comunque. La certezza, se arriva, arriva dopo, quando guardi indietro e capisci che quella era l’unica cosa che potevi fare, dato chi eri in quel momento, data la persona che eri diventata in quel preciso accumulo di esperienze e rotture e slanci precedenti.

Kierkegaard aveva capito qualcosa che la teoria della decisione razionale continua a ignorare: che certe scelte non possono essere valutate da fuori perché chi le prende viene trasformato dal prenderle.

Chi salta prima e pensa dopo usa il pensiero per capire, una volta in aria, la direzione. Per leggere il territorio sotto. Per aggiustare la traiettoria mentre cade. Il pensiero è allora così inteso come uno strumento di orientamento. E questa è una differenza sostanziale, perché il controllo è retrospettivo per definizione, mentre l’orientamento è sempre nel presente.

Quello che mi è rimasto di tutti i salti, anche quelli andati storti, forse soprattutto quelli, è la sensazione di essere atterrata in un posto che era già mio, anche se non lo sapevo ancora. Nei posti sbagliati ho imparato cose che non avrei trovato da nessun’altra parte, cose che non sarebbero state accessibili attraverso il ragionamento perché richiedevano di essere vissute per essere capite. Anche quelli facevano parte della mappa. Anche quelli erano informazione: hanno dato forma a qualcosa che prima era informe.

*ispirata alla bellissima frase di Leonard Cohen “There is a crack in everything
That’s how the light gets in.”


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