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Alla ricerca del Sole · Jul 17, 2026

La deterrenza rovesciata

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Associazione Aurora · Alla ricerca del Sole

Di Vincenzo Pellegrino

La minaccia radiofonica

Nella notte tra il 13 e il 14 luglio 2026 gli Stati Uniti hanno condotto la terza ondata consecutiva di attacchi contro l’Iran, dopo che il presidente Trump aveva formalmente notificato al Congresso la ripresa della guerra contro Teheran e rivendicato per Washington il ruolo di custode dello Stretto di Hormuz, con tanto di aliquota del venti per cento su tutte le merci in transito. Eppure il fatto che consegna queste giornate alla storia della deterrenza non è l’ennesima raffica di missili su radar e motovedette dei pasdaran. È una frase pronunciata alla radio. Intervistato da Hugh Hewitt, il presidente americano ha avvertito che gli Stati Uniti colpiranno «probabilmente» e «presto» Pickaxe Mountain, il complesso di gallerie scavato nella montagna a trecento chilometri a sud di Teheran, accanto a Natanz, che le intelligence occidentali considerano il cuore superstite e più segreto del programma nucleare iraniano, e ha invitato gli iraniani «a prepararsi». Nel dettaglio che quasi tutti i commenti hanno sfiorato senza afferrarlo sta però la vera notizia: secondo gli esperti citati dalle stesse agenzie che hanno riportato la minaccia, quel sito è fuori dalla portata delle più potenti bombe convenzionali anti-bunker dell’arsenale americano.

La grammatica della minaccia e la CNAD

Quando la prima potenza nucleare del pianeta promette pubblicamente la distruzione di un obiettivo che le sue armi convenzionali non possono raggiungere, l’opzione nucleare entra nel discorso strategico, che venga nominata oppure no. Non si tratta di attribuire al presidente un’intenzione che non ha dichiarato, e questo articolo non lo farà: si tratta di leggere la grammatica della minaccia secondo le regole che la teoria della deterrenza ha fissato da ottant’anni, per le quali una promessa di distruzione è credibile solo se esiste un mezzo capace di adempierla. Questa configurazione ha già un nome. Nel dossier La bomba di Abramo, pubblicato nel febbraio del 2026, ho proposto di chiamarla CNAD, Conventional Nuclear Assured Destruction: la minaccia di distruzione nucleare rivolta non a un pari dotato di arsenale atomico, come nella MAD della Guerra Fredda, ma a un avversario convenzionale o non nucleare, con una soglia di attivazione soggettiva, dichiarata da chi minaccia e non verificabile da chi è minacciato. In concreto: uno Stato dotato di armi atomiche dichiara, o lascia intendere, che risponderà con quelle armi a offensive condotte con mezzi convenzionali da un avversario privo di qualsiasi capacità di ritorsione in specie. Poiché manca la reciprocità che nella MAD costringeva entrambe le parti alla prudenza, l’intero peso della definizione, che cosa costituisca la minaccia intollerabile, e quando la soglia sia superata, ricade su una sola parte, che è anche l’unica armata. La deterrenza smette di essere un equilibrio e diventa un editto. La categoria era stata formalizzata per descrivere la postura israeliana e la logica ultima della Dottrina Sansone.

Le conseguenze del passaggio

La soglia nucleare, che la MAD aveva reso il limite più sorvegliato del sistema internazionale, diventa un parametro discrezionale dell’amministrazione ordinaria della coercizione. Il regime di non proliferazione, il cui certificato di morte come architettura politica credibile era già stato scritto, passa dallo stato di rovina allo stato di dimostrazione: non è più soltanto violato, è esibito come inservibile. E la lezione che ogni cancelleria del pianeta sta trascrivendo in queste ore è quella scritta dalla sequenza Iraq, Libia, Corea del Nord, Iran: chi non ha la bomba è vulnerabile, chi ce l’ha non viene toccato. Con un’aggiunta che il luglio 2026 incide a chiare lettere: nemmeno firmare protegge.

L’anatomia della crisi

La guerra, riesplosa dopo il collasso del memorandum d’intesa che lo stesso Trump ha liquidato come «un test che gli iraniani hanno fallito», procede su tre piani: il Comando Centrale americano ha rivendicato 140 obiettivi colpiti dopo l’attacco iraniano a una nave commerciale nello Stretto, i pasdaran hanno risposto bersagliando le petroliere a Hormuz, e una fonte di alto livello della sicurezza di Teheran ha promesso alla CNN una «risposta devastante» qualora la minaccia su Pickaxe Mountain venisse eseguita. Tutto questo avviene in un Iran decapitato e ricomposto nel giro di dieci giorni: l’operazione «Ruggito del Leone» del 28 febbraio 2026, l’offensiva congiunta americano-israeliana di scala superiore ai raid del giugno 2025, ha ucciso nel suo primo giorno la Guida Suprema Ali Khamenei, e l’8 marzo l’Assemblea degli Esperti ha eletto al suo posto il figlio Mojtaba, in una successione ereditaria che non ha precedenti nella Repubblica Islamica. Israele aveva già avvertito che qualsiasi nuova Guida sarebbe stata considerata un obiettivo, e Trump ha commentato la nomina dicendo che il nuovo leader «non durerà a lungo» senza la sua approvazione: parole che trattano perfino la persona del vertice avversario come un obiettivo revocabile a discrezione. Il dossier, chiuso mesi prima, aveva presentato sotto quello stesso nome, con quella stessa collocazione temporale e con quello stesso esito per la Guida Suprema, uno scenario dichiarato come proiezione analitica. La convergenza tra proiezione ed evento non prova alcuna preveggenza; prova che le logiche strutturali descritte allora erano già operative, e che bastava seguirle fino in fondo.

Il nodo tecnico: Pickaxe Mountain

Nel giugno 2025 gli impianti di Fordow e Natanz furono colpiti con le bombe penetranti GBU-57, gli ordigni convenzionali più potenti mai impiegati in combattimento, senza che i danni alle sezioni più profonde potessero essere pienamente verificati. Pickaxe Mountain, per concorde valutazione degli analisti, giace più in basso e sotto roccia più dura, oltre il limite fisico di quella classe di armi. Esiste, nella storia degli arsenali, una sola categoria di ordigni progettata espressamente per bersagli di quella profondità: il penetratore nucleare. Il B61-11 americano, entrato in servizio nel 1997, è accreditato dalle fonti aperte della capacità, se configurato sulla decina di chilotoni e fatto detonare pochi metri sotto la superficie, di schiacciare con la sola onda d’urto un bunker sepolto sotto un centinaio di metri di roccia. Non gli è mai stato costruito un equivalente convenzionale, né un successore: la variante B61-13 annunciata nel 2023 non ne replica la penetrazione. Che l’opzione nucleare sia implicata dalla minaccia resta un’inferenza analitica, non un fatto,: la deterrenza è precisamente il regno in cui le inferenze contano quanto i fatti, perché è sulle inferenze dell’avversario che essa lavora.

La matrice israeliana

Sopra un arsenale mai dichiarato, che la Federation of American Scientists stima intorno alle novanta testate, Israele ha costruito sei decenni di deterrenza su una formula, «non saremo i primi a introdurre armi nucleari in Medio Oriente», che non afferma e non nega, e che ha consegnato all’ambiguità il rango di istituzione strategica. Come mostra la logica della CNAD, un testo non deve essere vero per essere pericoloso: deve essere creduto, e una promessa di distruzione sopra un bersaglio convenzionalmente irraggiungibile è costruita, che lo si voglia o no, per essere creduta tale. L’ambiguità non attenua il messaggio. È il messaggio. Thomas Schelling aveva dato a questo meccanismo il suo nome più esatto: la minaccia che lascia qualcosa al caso, quella che non promette un’azione ma un rischio, e che proprio per questo non può essere né smentita né verificata.

Dalla MAD alla CNAD

La MAD della Guerra Fredda era una logica simmetrica: due arsenali capaci di sopravvivere al primo colpo e di restituirlo si neutralizzavano a vicenda, e la stabilità nasceva proprio dal fatto che l’uso era reciprocamente suicida. È la condizione che Robert Jervis ha battezzato rivoluzione nucleare, quella in cui fra pari atomici la vittoria perde significato e lo status quo gode di un vantaggio strutturale; e Lawrence Freedman ha ricostruito quanto quella stabilità sia stata, più che un dato naturale, una costruzione dottrinale faticosa e mai definitiva. Dentro quella costruzione, Glenn Snyder aveva fissato una seconda distinzione destinata a durare: la deterrenza per negazione, che scoraggia l’avversario rendendogli materialmente irrealizzabile l’obiettivo, e la deterrenza per punizione, che lo scoraggia promettendo un costo insopportabile e sproporzionato a qualsiasi guadagno. La CNAD si colloca fuori dal perimetro della rivoluzione nucleare, perché l’avversario non può restituire il colpo; si iscrive, dentro la tassonomia di Snyder, nella punizione allo stato puro, countervalue, diretta alle città, senza alcuna componente di negazione; e ne rovescia l’impianto, secondo la logica della Dottrina Sansone per cui non importa che l’avversario non abbia la bomba: ne discendono, già valide per il caso israeliano, una dottrina controproducente rispetto al proprio fine, perché il suo uso reale scatenerebbe ciò che pretende di scongiurare, e la trasformazione di ogni conflitto convenzionale in un gioco a somma zero privo di rampe di discesa. La credibilità della CNAD non poggia sul calcolo razionale rivedibile, ma su una struttura cognitiva chiusa, ed è questa chiusura, non la malvagità degli attori, il fattore di rischio più alto.

La variante americana: compellence nucleare

La variante americana che si dispiega sull’Iran conserva questa architettura e ne muta la funzione, ed è qui l’avanzamento concettuale che la cronaca impone alla categoria. Il passaggio va scomposto con precisione, perché investe quattro dimensioni insieme. La funzione: la CNAD israeliana è difensiva ed escatologica, arma dell’ultimo giorno pensata per il momento in cui lo Stato ebraico si trovasse, come Sansone tra le colonne, sconfitto e abbandonato; quella americana è offensiva nell’impiego politico, perché accompagna una campagna in corso e ne moltiplica la pressione. La finalità: là si trattava di garantire la sopravvivenza dello Stato che minaccia, qui di imporre una condizione permanente allo Stato minacciato, la sua non nuclearità: si evoca lo strumento nucleare per impedire a un altro Stato di dotarsi dello strumento nucleare. La soglia: nel caso israeliano coincideva almeno nominalmente con la percezione di una minaccia esistenziale; qui scende fino al fallimento di un memorandum. Non la sopravvivenza: la compliance. La logica, infine, è quella che Thomas Schelling distingueva già nel 1966 dalla deterrenza propriamente detta e chiamava compellence: non dissuadere l’avversario dal compiere un’azione, ma costringerlo, sotto minaccia, a fare ciò che altrimenti non farebbe o a subire ciò che altrimenti non subirebbe. La CNAD coercitiva è compellence nucleare esercitata su uno Stato non nucleare: una combinazione che la letteratura classica della deterrenza aveva trattato come marginale perché la giudicava incredibile, e che il luglio 2026 espone invece come postura operante. Dentro questa logica, le due categorie di Snyder si fondono: l’atto minacciato su Pickaxe Mountain è materialmente un’operazione di negazione, la rimozione fisica di una capacità, ma l’unico strumento accreditato di poterla eseguire ha natura punitiva e indiscriminata. Negazione perseguita con i mezzi della punizione: una fusione che dissolve in partenza ogni criterio di proporzionalità. Nessuna dottrina della Guerra Fredda, nemmeno nelle sue elaborazioni più spregiudicate, aveva collocato la soglia così in basso. Un chiarimento è qui obbligatorio: descrivere una logica strutturale non significa affermare che a Washington esista una dottrina deliberata, con questo nome e questa consapevolezza. Si afferma che gli atti e le parole, letti insieme, riproducono quell’architettura; se la riproducano per disegno o per inerzia è questione che eccede le prove disponibili, e che non ne attenua di un grammo gli effetti.

Effetti sistemici e proliferazione

La sequenza empirica nota si arricchisce di una clausola definitiva: l’Iran ha negoziato, ha firmato un memorandum, e viene bombardato con la minaccia esplicita di colpire il suo ultimo sito protetto e con l’avvertimento che perfino la permanenza del suo nuovo vertice dipende da un gradimento esterno. Chiunque, a Riyad, ad Ankara, a Seul, stia soppesando la propria postura strategica dispone ora di una dimostrazione completa: dentro l’élite iraniana decimata, le frange più oltranziste già credono che solo l’atomica possa ripristinare una qualche deterrenza. Il vecchio dibattito fra Kenneth Waltz, per il quale una proliferazione lenta poteva perfino stabilizzare il sistema, e Scott Sagan, che gli opponeva la fragilità organizzativa degli Stati e dei loro apparati, si decide così sul terreno peggiore: gli incentivi del modello della sicurezza operano a pieno regime proprio mentre si generalizzano le condizioni che Sagan temeva, arsenali giovani, dottrine immature, catene di comando sotto attacco. La formulazione originaria mostrava che in un sistema dove le regole valgono solo per chi non ha la forza di ignorarle, la bomba non è semplicemente un’arma, ma il titolo di ammissione al club dei Paesi che le regole non devono rispettarle. La CNAD coercitiva trasforma quel titolo in urgenza: se la minaccia atomica può essere proiettata su chiunque non la possieda, non possederla diventa la definizione stessa della vulnerabilità, in un mondo che i censimenti della Federation of American Scientists fotografano, all’inizio del 2026, con circa dodicimiladuecento testate distribuite fra nove Stati, e che il SIPRI Yearbook 2025 descriveva già come l’inizio di una nuova corsa agli armamenti nel momento di massima debolezza dei regimi di controllo.

Mosca e Pechino davanti alla CNAD

Restano i due convitati che nessuna analisi sistemica può omettere, perché la CNAD non è una grammatica brevettabile. La Russia non ne contesterà il principio: ne contesterà il monopolio. La minaccia nucleare proiettata su un avversario incapace di rispondere in specie è quella che Mosca esercita sull’Ucraina dal 2022, e la dottrina dichiarativa aggiornata nel novembre 2024 ha ampliato gli scenari d’uso fino a comprendere aggressioni convenzionali e avversari non nucleari sostenuti da potenze nucleari, un allargamento che i Nuclear Notebook della Federation of American Scientists registrano nei testi ufficiali, avvertendo che non è noto quanto si rifletta nei piani militari reali. Per il Cremlino, dunque, il luglio 2026 non è un precedente da denunciare ma una licenza da incassare. La Cina occupa la posizione speculare: unica potenza del Trattato di Non Proliferazione a mantenere dal 1964 un impegno dichiarato di non primo uso, può presentarsi al Sud globale come custode del tabù che Washington starebbe erodendo, e trasformare la contestazione in capitale diplomatico. Ma il suo arsenale cresce verso le seicento testate più rapidamente di ogni altro, e Taiwan è l’avversario non nucleare per eccellenza: il giorno in cui Pechino giudicasse esistenziale la riunificazione, l’adozione tacita della CNAD sarebbe la sua tentazione più destabilizzante.

La minaccia davanti al diritto

C’è infine un piano che l’analisi strategica tratta spesso come decorativo e che qui è costitutivo. L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite vieta non soltanto l’uso della forza ma, testualmente, la sua minaccia: la lettera della norma copre esattamente ciò che è accaduto alla radio il 13 luglio. La legittima difesa dell’articolo 51 presuppone un attacco armato o, nella lettura più estensiva, consolidata fin dalla formula del caso Caroline, una necessità istantanea e schiacciante che non lasci scelta di mezzi né tempo di deliberazione: condizioni che un sito in ricostruzione sotto una montagna non integra per definizione. E i principi di proporzionalità e distinzione del diritto umanitario, gli stessi che la fusione di negazione e punizione dissolve sul piano strategico, sono strutturalmente incompatibili con un ordigno concepito per schiacciare cento metri di roccia. Il punto decisivo lo fissò però la Corte Internazionale di Giustizia nel parere consultivo dell’8 luglio 1996: minaccia e uso stanno e cadono insieme, perché se l’uso prospettato di un’arma sarebbe illecito, minacciarlo lo è già; e minaccia e uso dell’arma nucleare sarebbero generalmente contrari al diritto dei conflitti armati, con la sola zona d’incertezza, lasciata aperta da un celebre non liquet, del caso estremo in cui sia in gioco la sopravvivenza stessa dello Stato. Quella geografia illumina l’intera analisi: la zona d’incertezza coincide con lo scenario di Sansone, lo Stato sull’orlo dell’annientamento, e non copre in alcun modo la variante coercitiva, dove in gioco non è la sopravvivenza di chi minaccia ma l’obbedienza di chi è minacciato. Ciò che il saggio formula come tesi strategica, la distanza che si accorcia tra il possedere e il brandire, il diritto l’aveva già scritto come norma: brandire è, giuridicamente, la prima forma dell’usare.

I limiti dell’analisi

Non si può affermare che a Washington esista una decisione, e nemmeno una deliberazione, sull’impiego di un ordigno nucleare; le fonti disponibili non lo sostengono, e chi lo scrivesse come fatto travalicherebbe le prove. Possiamo invece constatare, perché è documentato, che è stata pronunciata una minaccia la cui esecuzione con mezzi convenzionali è giudicata impossibile dagli esperti, che l’avversario l’ha registrata promettendo una risposta devastante, e che nessuno, nella catena delle dichiarazioni, ha sentito il bisogno di circoscriverla. Nella grammatica della deterrenza questo è già un evento compiuto, perché la deterrenza è fatta di parole che operano: il tabù nucleare, quella proibizione normativa non scritta che Nina Tannenwald ha ricostruito come costruzione storica e non come dato di natura, e che per ottant’anni ha separato il possesso dal gesto, viveva anche della cura con cui le potenze evitavano di lasciare l’ambiguità sospesa sopra chi non poteva rispondere. Quella cura, nel luglio 2026, non è stata esercitata.

Conclusione

Il dossier si chiudeva davanti all’immagine di Sansone tra le colonne del tempio di Dagon, chiedendo se l’umanità, che sa costruire la bomba da ottant’anni e lo saprà per sempre, sia capace di scegliere di non usarla, e su quale fondamento. L’estate 2026 riformula la domanda in termini più stretti e più scomodi. Non chiede più soltanto se la bomba verrà usata: chiede quanto a lungo reggeranno la distinzione tra possederla e brandirla, e la finzione che brandirla non sia già, in qualche misura, usarla. La distanza tra le colonne e chi può farle crollare, che la Guerra Fredda misurava in dottrine, protocolli e linee rosse, si misura ormai in un’intervista radiofonica. Questa volta non è Sansone, cieco e incatenato nel tempio dei suoi nemici: è chi il tempio lo domina e minaccia di farlo crollare sugli altri.

Comitato scientifico Centro Studi Aurora:

  • Dott. Vincenzo Pellegrino (Direttore)

  • Dott. Lorenzo Angelaccio

  • Dott. Andrea Giumetti

  • Dott.ssa Maria Antonova

  • Dott. Federico Gozzi

  • Dott.ssa Chiara Civa

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