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Pillole di Sostenibilità · Feb 20, 2026

Il "diavolo" ha finalmente fatto un coperchio?

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Sembrerebbe proprio così: la tanto vituperata Cina pare aver raggiunto il picco delle proprie emissioni di gas serra. E’ una notizia non da poco, seppure vada presa con le dovute attenzioni.

Pensi che, in fondo, sia inutile sforzarti a ridurre il tuo carbon footprint, perché tanto nel mondo le cose non sembrino cambiare per nulla? Sei dell’opinione che da italiano hai ben poca responsabilità nell’aumento delle emissioni climalteranti, tanto la Cina inquina ogni anno molto di più di tutti gli altri? Questa Pillola è fatta apposta per te.

Da qualche mese, sulle riviste di settore, si moltiplicano gli articoli a volte un po’ sensazionalisti, sui progressi cinesi in tema di decarbonizzazione.

Sembrerebbe proprio così: la tanto vituperata Cina - “il più grande emettitore mondiale” - pare aver raggiunto il picco delle proprie emissioni di CO2. E’ una notizia non da poco, seppure vada presa con le dovute attenzioni.

Oggi, torno sul tema delle emissioni globali di gas serra, prendendo come spunto una notizia importante, che forse ha risvegliato entusiasmi inopportuni, ma che offre un ragionamento sul futuro industriale europeo.


Il contesto è sempre fondamentale

Ti ricordo, innanzi tutto, che il contributo climatico - anche quello personale - va valutato analizzando i tassi di variazione annuale, ma anche e soprattutto considerando l’accumulo nel tempo.

Il nostro pianeta, infatti, smaltisce molto lentamente i gas serra che immettiamo in atmosfera. La natura non si è evoluta, in miliardi di anni, per rispondere a variazioni così rapide come quelle imposte dai nostri stili di vita. In meno di due secoli, abbiamo alterato la composizione chimica dell’atmosfera a una velocità senza precedenti nella storia recente della Terra, almeno da quando i continenti hanno assunto la configurazione attuale.

Il tasso di aumento della temperatura indotto dall’uomo vs variazioni naturali avvenute in passato

I gas serra emessi dalle attività umane rappresentano quello che tecnicamente si chiama una forzante climatica, ovvero un fattore che altera l'equilibrio energetico del pianeta, causando una variazione di temperatura.

Esistono forzanti naturali - per esempio, gli aerosol e i gas emessi dalle eruzioni vulcaniche o i moti precessionali dell’asse terrestre - e antropogeniche, come la CO2 prodotta dalla combustione di gas, petrolio e carbone estratti dal sottosuolo o quelli prodotti da processi industriali (CFC/HFC/HCFC, N2O, SF6…).

Alcuni fenomeni del sistema climatico, come l’aumento del vapore acqueo emesso da suoli e oceani con l’aumento delle temperature o il rilascio di metano dal permafrost in scioglimento, agiscono come feedback positivi, amplificando l’effetto delle forzanti iniziali e generando spesso aumenti non lineari della temperatura.

Le variazioni di CO2 registrate dai proxy paleoclimatici della criosfera planetaria

La gran parte dei gas serra può permanere in atmosfera per secoli, anche millenni. Anche smettendo di emettere oggi, la temperatura terrestre continuerebbe ad aumentare per decenni, prima di stabilizzarsi e iniziare a ridursi, nel migliore dei casi, per la fine del secolo.

Secondo le più recenti valutazioni, circa il 29% vengono assorbiti dagli oceani - con inevitabili e sempre più evidenti effetti di feedback climatico e impoverimento della biodiversità - il 21% dagli ecosistemi terrestri (foreste e terreno). L’altra metà, invece, viene accumulata in atmosfera.

All’aumentare della temperatura, cresce la probabilità di innesco dei fenomeni di feedback positivi al punto da poter raggiungere un limite ecosistemico tale da destabilizzare il clima compromettendone la stabilità. Il superamento di 4-5°C di aumento rispetto ai livelli preindustriali potrebbe generare un “runaway climate change”, una reazione a catena che potrebbe portare a un evento di estinzione di massa catastrofico.

I modelli dell’AR6 dell’IPCC, che mostrano anche scenari di crescita incontrollata delle temperature (C7, C8)

Ecco perché è importante tenere d’occhio anche il livello di accumulo, non solamente i trend annuali. Il che, tra l’altro, dipinge una situazione molto diversa da quella proposta dalla propaganda dell’Oil&Gas.

Sentir dire “ma tanto cosa cambia, siamo spacciati comunque”, o “il contributo dell’Europa è solo una piccola percentuale”, o ancora “la responsabile principale è la Cina” dimostra solo un bias cognitivo e ben poca consapevolezza della nostra responsabilità come europei.

Come avrai capito, ogni singolo contributo alla riduzione delle emissioni di gas serra è fondamentale per limitare gli impatti del cambiamento climatico - dalle perdite di vite umane all’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi meteorologici estremi, fino alla riduzione della biodiversità e ai danni economici su scala globale.

Inoltre, è di fondamentale importanza evitare che l’aumento della temperatura media globale superi soglie in grado di attivare pericolosi meccanismi di retroazione (feedback) e destabilizzare gli equilibri climatici del pianeta. La comunità scientifica, sulla base delle valutazioni dell’IPCC, ha individuato in +2 °C rispetto ai livelli preindustriali il limite massimo di sicurezza - impostato secondo tolleranze dovute all’ancora limitata conoscenza delle complesse reazioni ecosistemiche in condizioni estreme - mentre le attuali politiche globali conducono a un riscaldamento stimato intorno ai +2,8 °C entro la fine del secolo (fonte: UNEP Gap Report 2025).

Il grafico qui sotto mostra come - seppure su base annuale la Cina sia attualmente il maggior emettitore - se si valuta il contributo complessivo all’aumento delle temperature, risulta che USA e EU siano i maggiori responsabili.

Il conteggio delle emissioni di CO2 cumulative su base storica

Non va, infine, dimenticato che una parte consistente delle emissioni attribuite alla Cina è, di fatto, una nostra responsabilità indiretta. Si tratta dell’impatto ambientale generato da migliaia di imprese agricole, minerarie e manifatturiere, alle quali la tanto esaltata globalizzazione - promossa con entusiasmo dalla quasi totalità delle forze politiche europee e americane negli anni ‘90 - ha delegato la produzione.

Quelle stesse forze che oggi - lamentando che “la Cina produce tutto” - issano proprio il ripristino della sovranità industriale a vessillo della loro propaganda, dimenticando di essere le prime artefici della sua perdita.


Ho divagato!

Torniamo, quindi, alla notizia di apertura. Non è fantastico pensare che - nonostante il carico aggiunto delle forti esportazioni del sistema industriale cinese - le loro emissioni abbiano raggiunto il picco e forse persino iniziato a ridursi?

Un buon segnale è che il fenomeno è stato registrato dal maggio 2024 e si è protratto fino ad oggi, per cui non si dovrebbe trattare di un appiattimento dovuto a congiunture temporanee.

La Cina non è un Paese in cui le informazioni sulle politiche interne circolano facilmente e in trasparenza. Molti dati vengono raccolti dall’esterno, rilevati via satellite, analizzati sulla base degli import/export energetici, e sulla base delle comunicazioni governative, seppure vengano verificati da istituti indipendenti.

Quello che è sicuro, è che la Cina abbia subito una forte accelerazione nella produzione di generatori a fonti rinnovabili - principalmente solare fotovoltaico ed eolico - in gran parte destinate al mercato interno.

È innegabile che questo abbia contribuito a rallentare la crescita delle emissioni nazionali. Oggi, la Cina vanta una potenza eolica installata quattro volte superiore a quella degli Stati Uniti e superiore a quella cumulativa dei 18 paesi successivi (USA inclusi).

La crescita esponenziale è ormai inarrestabile: in Cina si installano più di 100 pannelli fotovoltaici ogni secondo; nei primi sei mesi del 2025 si sono installati più impianti solari di tutto il resto del mondo messo insieme. Nel solo mese di maggio, la capacità cinese è cresciuta più di quanto l’intera Europa abbia installato in un anno.

Le principali aziende cinesi del fotovoltaico generano ogni anno più energia delle intere riserve di petrolio e gas in mano alle grandi aziende petrolifere. In meno di un anno, hanno installato più della potenza complessiva connessa degli USA fino a oggi.

Allo stesso tempo, è noto che il governo abbia investito massicciamente nella costruzione di nuovi centri urbani - come quelli di Dantu, Pudong e Xiognan - rimasti a lungo disabitati. Città capaci di accogliere un milione di abitanti si sono ritrovate, dopo oltre 15 anni, a ospitare solamente una frazione della popolazione prevista.

Tianducheng, sede persino di una replica della Tour Eiffel e dell’Arc de Triomphe di Parigi, realizzata nel 2007, oggi è popolata da sole 30,000 persone.

Uno dei settori che ha registrato le riduzioni più importanti (circa il 7%) è proprio quello della produzione di cemento. Siamo sicuri, quindi, che ciò sia per l’adozione di fonti rinnovabili per l’alimentazione degli altoforni e magari per la conversione dei processi industriali?

Se il 40% delle emissioni del settore è legato ai consumi energetici, il 60% della CO2 prodotta delle attività cementifere, infatti, deriva proprio dalle emissioni del processo chimico - principalmente dalla calcificazione del calcare - che può essere reso meno impattante con l’uso di materiali alternativi.

Tuttavia, non risultano né particolari turnover tecnologici nell’elettrificazione degli altoforni, né l’adozione di tecniche sostenibili - ancora sperimentali - su larga scala.

I contributi dei singoli settori industriali sull’appiattimento delle emissioni cinesi

Tra l’altro, il settore energetico cinese ha ridotto le sue emissioni solo dell’1.5% nel 2025, con un calo dell’1.7% del carbone, ma un aumento del 6% del gas.

Sono scese del 3% le emissioni dei trasporti e della siderurgia, mentre sono aumentate quelle del ricorso al carbone e petrolio (+15%) e dell’industria chimica (+10%).

Può essere ragionevole ritenere che l’appiattimento del contributo emissivo climalterante sia il risultato di una combinazione di più fattori: tra questi, un rallentamento della crescita di alcuni settori produttivi, oltre al significativo contributo dell’espansione delle rinnovabili nel Paese.

Pertanto, non mi unisco ancora al coro di plausi rilanciato dalla stampa generalista internazionale, ma resto scettico sulle intenzioni di Xi di gestire un Paese ancora largamente ancorato a standard ambientali ben più deboli di quelli europei, soprattutto alla luce della sfiduciante decisione - nel 2020 - del ritardo cinese di 10 anni nel percorso verso i target di Net Zero.

Al momento, la Cina appare in ritardo persino rispetto alla propria scadenza del 2060, per quanto questi indicatori possano far sperare nell’inizio di una possibile inversione di tendenza.

I target pianificati dallo stesso Xi sono ben fuori l’obiettivo dell’Accordo di Parigi

Ma una buona notizia, ogni tanto?

Ce ne sono, eccome: l’export cinese nel campo delle rinnovabili, dal 2024, ha superato quello fossile USA di oltre il 50% (fonti: DoE, EIA, Ember). E’ grazie a loro, inoltre, che le auto elettriche sono riuscite a superare nelle vendite quelle termiche in tante regioni del mondo, Europa compresa.

UE, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno una scarsa produzione di tecnologie solari fotovoltaiche (al massimo assemblano moduli cinesi in pannelli proprietari), di batterie e di componentistica per auto elettriche e impianti eolici: anche Vesta e Gamesa, grandi produttori europei nell’eolico, acquistano pale e torri dalla Cina.

Al di là del pericolo che una supply chain delocalizzata rappresenti per la nostra economia, il mercato europeo è riuscito a procedere nel percorso di decarbonizzazione grazie alla Cina, nonostante il danno operato da politiche ancorate alla dipendenza da fossili.

Il beneficio della produzione cinese è riscontrabile in tanti Paesi che hanno seguito politiche simili, come gli USA, l’Australia e gli stati pertroliferi del Medio Oriente. La convenienza economica e la facile scalabilità delle tecnologie low-carbon sta penetrando anche mercati storicamente poco permeabili alle tematiche ambientali, come il Texas e l’Arabia Saudita.

Le tecnologie low-carbon cinesi hanno aiutato tanti Paesi a decarbonizzarsi

Inoltre, la Cina sta dando l’esempio di come una politica di sviluppo integrato favorisca l’adozione di tecnologie efficienti in tutti i settori produttivi. Il suo processo di elettrificazione procede ben più spedito di quello europeo e statunitense, consolidando strutturalmente una posizione dominante e contribuendo alla crescita economica disaccoppiata da quella delle emissioni di gas serra.

L’elettrificazione in EU e USA ha rallentato negli ultimi 10 anni, mentre la Cina proseguiva spedita

Se i politici italiani lamentano il “monopolio” cinese nelle rinnovabili, riconoscono implicitamente che la Cina dimostri i benefici di aver operato investimenti mirati in competitività. Nel 2025, i settori dell’energia pulita hanno contribuito a più di un terzo della crescita del PIL cinese, pari a circa l’1.7% su un totale del 5% (fonte: Carbon Brief).

L’Italia fu tra i leader mondiali nelle installazioni fotovoltaiche tra il 2011 e il 2014. Nel 2011 installò circa 9 GW di nuova capacità, superando USA e Cina. L’assenza di sostegno politico successivo portò al fallimento di molte aziende italiane produttrici di moduli e pannelli.

Non pensi sia arrivato il momento di unire le forze con gli altri Paesi Membri e contribuire a far tornare l’Europa un importante motore per la decarbonizzazione mondiale?

Grazie per aver letto Pillole di Sostenibilità. Questo post è pubblico, condividilo per aiutare il progetto a crescere!

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