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Macchine pensanti · Apr 24, 2026

Insieme ma soli

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Armando Bisogno · Macchine pensanti

Nel 2011 Sherry Turkle - psicologa clinica e docente all’MIT - ha pubblicato Alone Together (tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Insieme da soli), una analisi di dati che, ricavati con metodo etnografico e analizzati con sensibilità psicoanalitica, raccontano gli effetti della tecnologia sugli esseri umani. Turkle costruisce il libro su due grandi indagini parallele: la prima sui robot sociali del 2011 (Tamagotchi, Furby, AIBO, Paro, le creature digitali progettate per ricevere cura e restituirla) e la seconda sulla vita in Rete e sulla connettività permanente. La prospettiva che emerge dalle sue pagine è chiaramente indicata dal sottotitolo del libro, che è al contempo una domanda e una denuncia: perché ci aspettiamo sempre di più dalla tecnologia e sempre di meno gli uni dagli altri?

Rispetto al primo tema affrontato nel libro (i robot sociali) Turkle concentra la sua attenzione su quello che definisce Robot Moment, cioè il momento in cui siamo emotivamente e filosoficamente pronti ad accogliere i robot come compagni o confidenti. L’aspetto forse più interessante della riflessione di Turkle su questo tema è legato all’anno in cui è stata pubblicata: mentre oggi la nostra interazione con l’IA ha tutti i profili di un rapporto interpersonale, nel 2011 le interfacce e i software erano molto più rudimentali e rendevano perciò molto evidente il fatto che si stesse parlando con una macchina. Nonostante però tale piena consapevolezza (non ‘mascherata’ come è oggi dall’aspetto simil-umano delle risposte della IA), dalle interviste di Turkle emerge la grande disponibilità dei soggetti a parlare di infedeltà di coppia, di amici poco affidabili o di figli difficili; cioè, molto spesso, di delusioni umane. La conclusione alla quale arriva Turkle è netta: quando immaginiamo i robot come possibili compagni, quando cioè li riteniamo, nonostante la loro natura per noi evidentemente ‘meccanica’, come soggetti degni di una relazione di confidenza, stiamo raccontando la nostra stanchezza delle relazioni umane e, di conseguenza, la nostra disponibilità ad accettare la performance della cura al posto della cura intesa come presa in carico interpersonale.

Il secondo tema del libro riguarda la vita in rete e la connettività permanente. Anche qui, la data di pubblicazione è rilevante: nel 2011 il mondo dei social network era già un fenomeno di massa ma le piattaforme non avevano, sulla nostra narrazione personale e comunitaria, lo stesso impatto che oggi esercitano anche grazie allo sviluppo dei device mobili. Nonostante questa differenza, i comportamenti che Turkle descrive nelle sue interviste sono già pienamente riconducibili a logiche che oggi conosciamo benissimo: l’idea che inviare un messaggio a tutta la famiglia è più semplice via mail che con tante telefonate; l’abitudine a parlare con qualcuno in videochiamata su Skype (!) mentre intanto si risponde via mail a qualcun altro; la preferenza, da parte dei manger, per il messaggio scritto rispetto alla telefonata e per la telefonata rispetto all'incontro in persona, perché ognuno di questi passaggi richiede un livello crescente di ‘presenza emotiva’ che viene percepito come un costo. Il pattern che emerge da queste storie è, secondo Turkle, costante: la tecnologia permette connessione ma produce isolamento perché ci consente di controllare quanto di noi stessi siamo disposti a mettere in gioco in ogni interazione; non vivo cioè più il ‘costo’ (cioè la fatica e l’impegno connessi a raggiungere e incontrare qualcuno o il tempo speso a telefono, per esempio) e al contempo posso più facilmente selezionare cosa e quanto dire di me. Turkle chiama questo meccanismo Goldilocks effect: grazie agli strumenti digitali possiamo tenere gli altri né troppo vicini né troppo lontani, esattamente alla distanza giusta, distanza che tende ad aumentare nel tempo mentre, parallelamente, diminuisce la nostra capacità di tollerare la complessità e l'imprevedibilità delle relazioni reali. Una distanza ‘giusta’ non perché la ‘contrattiamo’ continuamente con il mondo esterno, in un sano compromesso dinamico tra relazione e privacy ma perché ci permette di sottrarci, quasi di nasconderci. La tecnologia (scrive Turkle in un altro volume del 2015, Reclaiming Conversation. The Power of Talk in a Digital Age) ci scherma e ci evita la fatica della Sentimental Education; non insegna a leggere le emozioni altrui, a tollerare il silenzio, a stare in una conversazione che prende direzioni impreviste. Non produce dunque rapporti nel senso forte del termine e ci rende, come recita il titolo del libro, alone together: connessi senza sosta ma sempre più soli.

Il libro si chiude con una riflessione che nel 2011 sembrava forse eccessivamente severa e che oggi suona invece come una diagnosi: «We have invented inspiring and enhancing technologies, and yet we have allowed them to diminish us». Come si manifesta questa diminuzione? Nell'aver accettato che la risposta automatizzata delle macchine ci proteggesse dai rischi della relazione umana e che la grande estensione delle connessioni sostituisse l'intensità della condivisione. Da un lato abbiamo accolto le tecnologie conversazionali come comfort zone: luoghi nei quali intrattenere relazioni che non costano la fatica della mediazione interpersonale, che non espongono, che non deludono. Dall'altro abbiamo usato gli strumenti dell'iperconnessione come filtri di selezione, come canali frazionati attraverso i quali scegliere cosa mostrare di noi, senza mai rischiare quell'incontro pieno con l'altro che è, per definizione, una scommessa senza garanzie.

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