Un mese fa ho parlato di Text with Jesus, una delle tante app che permettono di chattare con Gesù, con Maria o con i profeti. Ma il rapporto tra IA e religione è molto più complesso, come testimoniano le riflessioni che da anni porta avanti Beth Singler, Assistant Professor di Digital Religions all’Università di Zurigo, che ha curato nel 2024 un Cambridge Companion sul rapporto tra religione e IA e, nel 2025, ha pubblicato una Introduction allo stesso tema per Routledge. In questo articolo e nel prossimo cerco di seguire il ragionamento che Singler fa nella sua Introduction, muovendosi in un campo di studi che negli ultimi anni si è popolato di fenomeni molto diversi tra loro: non solo app devozionali, chatbot spirituali e comunità religiose online ma anche movimenti tecnologici che reinterpretano in chiave quasi religiosa il futuro dell’intelligenza artificiale.
Vade retro
Oggi parlo della prima parte della Introduction, che Singler dedica a due fenomeni di rejection: al rigetto che le religioni manifestano nei confronti della IA e, all’opposto, al rifiuto che alcune comunità di utilizzatori di IA manifestano nei confronti dell’ambito religioso.
Nei primi due case studies proposti, Singler analizza dati raccolti attraverso i metodi di etnoantropologia digitale, cioè osservando e classificando conversazioni e contenuti social prodotti da utenti fortemente connotati per la loro fede. In questo spazio digitale emergono narrazioni molto nette su cosa sia l’IA e quale ruolo abbia nella storia del mondo. In ambito cristiano, ad esempio, l’intelligenza artificiale viene spesso descritta come una tecnologia ‘contro natura’ perché finalizzata a replicare indebitamente ciò che Dio ha creato e donato all’uomo in modo esclusivo: l’intelligenza. In questa prospettiva, l’IA non viene descritta semplicemente come uno strumento tecnologico ma rappresenta l’ennesima manifestazione di un conflitto cosmico tra bene e male: nei contenuti social raccolti da Singler, lo sviluppo di sistemi intelligenti viene infatti collocato lungo la stessa linea narrativa che include altri fenomeni percepiti come segnali di decadenza morale o spirituale, cioè le trasformazioni nelle identità di genere, i cambiamenti nei modelli familiari, la perdita di autorità delle istituzioni religiose. Tutti questi elementi vengono letti come indizi di un disegno più ampio, nel quale l’IA rappresenterebbe l’ultima e più pericolosa tappa di una ribellione dell’uomo contro l’ordine stabilito da Dio. Con toni meno apocalittici, anche alcuni utenti dichiaratamente musulmani esprimono una preoccupazione simile. In questi contesti l’argomento ricorrente non è tanto l’azione del male quanto la superbia umana: l’idea che la creazione di sistemi intelligenti rappresenti un gesto di tracotanza, una sfida lanciata dall’uomo contro il primato creativo di Allah. L’IA appare dunque come un limite oltre il quale la tecnica smette di essere uno strumento e diventa un tentativo di competere con il divino.
Una strana illusione
Nella seconda parte del primo capitolo, Singler analizza invece il movimento opposto: il rifiuto della religione manifestato dai membri delle “AI-focused ideological comunities”. Lo sfondo di questa rejection risiede, secondo Singler, nel più generale approccio razionalista di chi crede profondamente nel progresso della ricerca e nelle sue applicazioni tecnologiche: le religioni sono un insieme di credenze delle quali non è possibile dare ragione e dunque, a confronto del sapere scientifico, sono poco più che favole. Singler illustra questa posizione rifacendosi a uno dei ‘miti fondativi’ della relazione tra religione e tecnologia. Reason è un racconto di Isaac Asimov pubblicato sulla rivista Astounding Science Fiction e poi raccolto in Io, Robot (1950). Nel racconto, l’avanzatissimo robot QT-1 (Cutie) si rifiuta di credere di essere stato costruito da esseri umani. Sa di esistere “perché pensa” ed è consapevole di quanto la sua potenza fisica e intellettuale superi quella dei due ingegneri. Dunque, poiché “un essere non può creare un altro essere superiore a lui” ci deve essere un'altra spiegazione rispetto alle sue origini. Cutie la individua con un semplice ragionamento. Quale è il centro delle attività della stazione spaziale, quello al quale sono dedicate tutte le attenzioni? Il Convertitore di Energia. Dunque, è lui secondo Cutie il Padrone che, dopo aver creato gli uomini ed essersi accorto che non erano adatti, ha dato vita ai robot, suoi ministri perfetti. Forte di questa nuova teoria teologica, poco per volta Cutie prende il controllo della stazione: gli altri robot gli obbediscono riconoscendogli il ruolo di Profeta del Padrone mentre i due ingegneri tentano senza successo di convincerlo della follia della sua idea.
La rabbia dei due ingegneri dinanzi a “questo maniaco di metallo (…) figlio di un mucchio di ferro” che, invece di cedere all'evidenza razionale della risposta che gli viene fornita dai suoi creatori, arriva a costruire da zero un culto che lo convince e che a suo modo sa difendere razionalmente, rappresenta perfettamente, per Singler, il sentiment antireligioso dei tecnoentusiasti, tra i quali gli AI-addicted, che disprezzano l’ottusità con la quale, a loro parere, gli esseri umani si convincono, con argomentazioni razionali infondate, che le favole religiose siano vere. È in fondo ciò che Freud scriveva già nel 1927 nelle pagine conclusive di L’avvenire di una illusione: con il progredire del sapere scientifico e con la maturazione culturale dell’umanità, ciò che oggi spieghiamo ricorrendo a Dio potrà essere compreso attraverso la conoscenza razionale del mondo; la religione non verrà quindi smentita da una confutazione definitiva ma lentamente resa superflua dal lavoro della scienza.
Come spesso accade quando una tecnologia cambia in modo profondo la nostra percezione del mondo, vale la pena provare ad andare un passo oltre l’apparenza di ciò che vediamo e leggiamo attorno per capire cosa certi fenomeni stanno raccontando davvero di noi.
In apparenza, la reazione religiosa all’intelligenza artificiale è un semplice rifiuto della tecnologia: una difesa identitaria che respinge l’idea stessa che una macchina possa imitare qualcosa di così profondamente umano come l’intelligenza. Ma, a guardarla meglio, questa narrazione contiene anche una implicita esaltazione delle straordinarie capacità ‘creative’ dell’uomo: se l’IA è davvero una minaccia per l’ordine del creato, se richiede addirittura una “spiritual warfare” fatta da “spiritual warriors”, allora significa che l’ingegno umano è riuscito a costruire qualcosa di straordinariamente potente, una entità capace di competere, almeno simbolicamente, con ciò che fino a ieri sembrava appartenere solo alla sfera del divino.
Sul versante opposto, le comunità AI-addicted sembrano in apparenza voler liquidare la religione come una superstizione destinata a scomparire per il progressivo affermarsi della razionalità scientifica. Eppure anche qui, sotto la superficie polemica, emerge un dato più profondo. Il robot di Asimov prende i comandi della stazione proprio perché crede in qualcosa: nella sua interpretazione del mondo, nel culto del Convertitore di Energia, nella missione che ne deriva. Nonostante tutta la sua costruzione teologica sia completamente sbagliata — il Convertitore non è un dio e lui non è il suo profeta — la stazione continua a funzionare perfettamente perché i robot, guidati dalla fede di Cutie, svolgono con disciplina il loro compito e riescono perfino a prevenire una tempesta di energia che avrebbe potuto distruggere l’impianto. Gli ingegneri hanno ragione dal punto di vista della spiegazione scientifica del mondo, ma è la credenza di Cutie — una credenza falsa ma coerente — a produrre l’azione più efficace.
Ed è forse questo il punto più sottile del discorso di Singler. Quando le comunità religiose vedono nell’IA una sfida al divino e quando i tecnoentusiasti liquidano la religione come un residuo irrazionale del passato, entrambi stanno raccontando la stessa cosa: il bisogno umano di costruire narrazioni che diano senso e orientamento alla nostra azione. Tecnofobici e tecnoentusiasti ci ricordano dunque che, anche nell’epoca dell’IA, continuiamo, come esseri umani, a oscillare tra la necessità di comprendere e gestire la nostra incredibile capacità inventiva e produttiva e la fragilità della nostra condizione esistenziale: tra la potenza delle tecnologie che siamo in grado di costruire e il bisogno, altrettanto profondo, di collocarle dentro una narrazione che dia senso a ciò che facciamo.
Tra due settimane parleremo di come secondo Singler decliniamo molto spesso e quasi senza accorgercene questo orizzonte di senso proprio in categorie religiose .
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