“Solvitur ambulando: si risolve camminando.” - Detto latino attribuito a Diogene
Domenica scorsa, senza una meta precisa e senza controllare l’orologio, sono uscito da solo per una camminata nelle colline vicino casa, con l’unica intenzione di seguire i sentieri che si presentavano, scegliendo di volta in volta la direzione in base a un impulso momentaneo piuttosto che a un percorso pianificato.
Dopo circa quaranta minuti, mi sono accorto di aver smesso di pensare in modo lineare e diretto, come accade normalmente durante una camminata con un obiettivo preciso da raggiungere.
I pensieri si erano fatti più fluidi, associativi, quasi vaganti, come i sentieri stessi che stavo percorrendo senza una destinazione dichiarata.
Una questione professionale che mi tormentava da giorni, e su cui avevo riflettuto invano durante numerose sessioni di lavoro concentrato alla scrivania, ha trovato improvvisamente, durante quella camminata priva di scopo, una soluzione che mi è apparsa con sorprendente chiarezza.
Questa esperienza, che molti camminatori riconoscono nella propria vita, tocca una tradizione filosofica e contemplativa antica quanto il pensiero umano stesso, riassunta efficacemente nel detto latino attribuito a Diogene il Cinico, “solvitur ambulando”, si risolve camminando.
Da Aristotele, che teneva lezione passeggiando con i propri discepoli, fino a Nietzsche, che considerava i propri pensieri più preziosi nati esclusivamente durante lunghe camminate solitarie, la tradizione filosofica occidentale ha riconosciuto da millenni un legame profondo tra il movimento del corpo, in particolare quello privo di una destinazione precisa e affrettata, e la qualità del pensiero che questo movimento facilita.
La ricerca contemporanea in neuroscienze cognitive sta finalmente offrendo una spiegazione scientifica precisa di questa intuizione filosofica antica.

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