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Appunti - di Stefano Feltri · Aug 8, 2026

Il caso Jason Arday

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Marzia Maccaferri · Appunti - di Stefano Feltri

La vicenda del più giovane professore nero nella storia dell’università di Cambridge non è soltanto una storia di curriculum gonfiati e accuse di plagio. È anche la storia di tutta l’accademia inglese che, mentre attraversa la peggiore crisi della sua storia recente, sembra avere sempre più difficoltà a distinguere innovazione intellettuale, rappresentanza e marketing

Marzia Maccaferri

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Quando nel 2023 Jason Arday arrivò a Cambridge come professore di sociologia dell’educazione, la sua nomina venne raccontata come una storia esemplare.

Aveva 37 anni ed era il più giovane professore nero mai nominato dall’università. Cresciuto in una famiglia ghanese a Clapham, nel sud di Londra, da bambino gli è stato diagnosticato l’autismo: Arday ha raccontato di non aver parlato fino all’età di undici anni e di non aver imparato a leggere e scrivere fino ai diciotto.

Cambridge stessa presentò il suo arrivo come il capitolo conclusivo di una straordinaria storia di riscatto. Il pro-vice-Chancellor Bhaskar Vira lo definì uno “studioso eccezionale” e collegò esplicitamente la sua nomina all’obiettivo di rendere l’università più inclusiva.

Tre anni dopo, di quella storia resta ben poco di intatto. Nelle ultime settimane sono emersi dubbi e contestazioni su parti della produzione scientifica di Arday, sulle qualifiche e affiliazioni riportate nel suo CV e su diversi episodi della sua biografia pubblica: attività sportive estreme, raccolte milionarie per beneficenza e altri episodi personali.

Arday ha riconosciuto alcuni errori e imprecisioni, ma respinge l’accusa di frode intenzionale. Le precedenti contestazioni di plagio relative al suo dottorato non erano state accolte dalla Liverpool John Moores University; Cambridge, tuttavia, ha aperto una nuova indagine.

Il 5 agosto Arday si è dimesso, sostenendo che anni di scrutinio pubblico avevano avuto un costo personale insostenibile, precisando nondimeno che le dimissioni non rappresentavano un’ammissione di colpevolezza.

La vicenda, però, non si è chiusa. Cambridge ha annunciato che continuerà a indagare sulle circostanze della sua nomina. I risultati dell’indagine confluiranno in una revisione delle procedure per il reclutamento.

Quasi cento accademici hanno reclamato un’inchiesta indipendente e trasparente, non soltanto su Arday ma sul comportamento dell’università stessa.

Ed è probabilmente questa la domanda più interessante: non tanto chi fosse davvero Jason Arday, ma perché Cambridge abbia avuto così tanto bisogno che Jason Arday fosse esattamente la persona che diceva di essere.

Cambridge, come Oxford e le cosiddette università dell’Ivy League, è stata per secoli una straordinaria macchina di riconoscimento sociale.

Il merito naturalmente contava, e conta anche oggi. Ma accanto al merito funzionavano codici meno espliciti: la scuola frequentata, l’accento, le lettere di presentazione, le reti sociali, la sicurezza nel parlare, una certa idea di appartenenza o desiderio di entrare a far parte di quel club.

L’università d’élite sa riconoscere chi ha o sembra avere le potenzialità per appartenervi.

La trasformazione sociale ed economica degli ultimi decenni non ha necessariamente distrutto questo meccanismo. Ne ha, piuttosto, cambiato i sigilli.

L’accento di Eton, il college giusto e l’habitus dell’upper middle class non possiedono più lo stesso valore simbolico incontestato.

Un’istituzione globale deve oggi dimostrare di essere diversa dalla Cambridge di Keynes e dei Cambridge Five, il gruppo di spie sovietiche reclutate nell’ateneo tra gli anni Trenta e Quaranta: deve essere internazionale, inclusiva, socialmente aperta, capace di riconoscere percorsi non convenzionali e biografie che un tempo sarebbero rimaste ai margini.

Sono conquiste reali. Ma il rischio è che la vecchia ossessione per l’apparenza sopravviva alla trasformazione dell’apparenza stessa.

Arday era, da questo punto di vista, perfetto. Nero, proveniente da un ambiente non privilegiato, neurodivergente, con una biografia di eccezionale riscatto sociale, relativamente giovane, studioso dei meccanismi di costruzione della razza, delle diseguaglianze e del loro impatto su inclusione e istruzione.

Non rappresentava soltanto ciò che Cambridge dichiarava di essere diventata: lo incarnava proprio.

Questo non implica che sia stato nominato perché nero, né che non possedesse un curriculum accademico. Aveva pubblicazioni peer-reviewed, dichiarava di aver avuto incarichi precedenti.

Significa però domandarsi quanto il valore simbolico della candidatura abbia progressivamente oscurato gli interrogativi che qualsiasi selezione accademica dovrebbe porre.

Oggi, ma solo oggi, gli stessi accademici di Cambridge chiedono un’indagine per sapere quale criterio sia stato utilizzato quando l’università ha annunciato la nomina di Arday puntando quasi esclusivamente sulla sua “giovane età, razza e potenziale di innovazione”.

Il punto, insomma, potrebbe non essere se Cambridge abbia abbandonato il suo vecchio metodo, ma se ne abbia semplicemente aggiornato (modernizzato?) alcuni superficiali parametri.

Ma esiste una seconda prospettiva, forse più grave: che questa vicenda riveli una crisi intellettuale più ampia dell’università e, ahimè, anche del dibattito intellettuale.

Negli ultimi quindici anni le università britanniche hanno cercato, e con buone ragioni, di allargare il proprio canone, internazionalizzare insegnamento e ricerca, prendere sul serio razza, genere, classe, eredità del proprio colonialismo e dare spazio a quelle tradizioni intellettuali rimaste fuori dalla costruzione della cultura accademica nazionale ed europea.

Una parte di questo processo viene riassunta, spesso troppo sbrigativamente, nell’espressione decolonising the curriculum.

Arday partecipava direttamente a quel dibattito. Nel 2020 pubblicò con Dina Zoe Belluigi e Dave Thomas un articolo sulla pedagogia inclusiva, sostenendo che l’università dovesse interrogarsi sui meccanismi attraverso i quali alcuni saperi entrano nel canone e altri ne rimangono esclusi.

È un processo intellettualmente importante e fondamentale per qualsiasi dibattito sul ruolo dell’educazione in un sistema che si ritiene democratico.

Decolonizzare un curriculum non significa sostituire Shakespeare con uno scrittore africano, Marx con Fanon o un uomo bianco con una donna nera fino a raggiungere il giusto equilibrio della tabella Excel, però.

Significa chiedersi come è stato costruito il sapere che consideriamo universale, quali rapporti di potere materiale e culturale hanno contribuito a stabilirne i confini e come tradizioni differenti possano essere messe in relazione senza rinunciare alla critica.

Il problema nasce quando un’operazione intellettuale viene tradotta nel linguaggio manageriale dell’università contemporanea.

Global. Diverse. Inclusive. Impactful. Decolonised. Transformative. Sono parole che ricorrono nei bandi per la ricerca, nelle strategie quinquennali, nei moduli di finanziamento, nelle pagine dei dipartimenti.

Ed è qui che la ricerca di innovazione può trasformarsi in una specie di ‘ndo cojo cojo accademico: non nel senso che chiunque può essere assunto, ma nel tentativo di trovare il candidato capace di occupare simultaneamente il maggior numero possibile di caselle attraverso cui l’università racconta a sé stessa la propria modernizzazione.

A quel punto il problema non è la decolonizzazione. È esattamente il contrario: la sostituzione della decolonizzazione e inclusività con il branding della decolonizzazione e dell’inclusività.

Ed è per questo che il caso Arday sta facendo un danno enorme. Insinua che discutere di razza, colonialismo o esclusione sociale significhi inevitabilmente abbassare gli standard.

È una conclusione logicamente assurda, ma politicamente potentissima, soprattutto in un paese come la Gran Bretagna di oggi che è attraversata da una guerra culturale diventata falsamente identitaria.

Una cattiva procedura di selezione può finire così per delegittimare decenni di ricerca seria e dibattito intellettuale profondo.

C’è poi un altro conflitto: quello intorno allo svantaggio educativo della white working class e al modo in cui esso viene interpretato politicamente.

Un rapporto dell’Education Committee della Camera dei Comuni ha rilevato come una parte degli studenti bianchi economicamente svantaggiati abbia minori probabilità di accedere all’università, avvertendo però di non tradurre automaticamente questo svantaggio in una questione razziale: classe, deindustrializzazione, territorio e povertà spiegano una parte fondamentale del fenomeno.

Più recentemente, un’analisi dell’University College London ha rilevato che circa il 40 per cento degli alunni classificati come white working-class è persistentemente assente da scuola.

Sono dati che segnalano una forma profonda di svantaggio educativo e sociale, ma è nel passaggio dai numeri alla loro interpretazione che il terreno diventa scivoloso. Pregiudizio e discriminazione non sono categorie sovrapponibili, e la condizione della white working class non può essere semplicemente ricodificata come una forma di discriminazione razziale contro i bianchi.

Eppure, nel dibattito politico e pubblico britannico, questa distinzione tende sempre più a sfumare, trasformando diseguaglianze di classe, territorio e accesso all’istruzione in una nuova competizione tra gruppi razziali.

È qui che la vicenda Arday diventa esplosiva. Perché offre un materiale perfetto per trasformare la politica dell’inclusione in una contabilità delle vittime.

Basta costruire due colonne: quanti professori neri e quanti bianchi; quante borse di studio destinate alle minoranze e quante ai ragazzi poveri delle ex aree industriali; quali risultati scolastici ottiene un gruppo rispetto a un altro.

Il rischio è che una questione politica e sociale complessa venga ridotta a una gara tra percentuali, nella quale l’avanzamento di un gruppo può essere raccontato soltanto come la perdita di un altro.

Il caso Arday rischia di riportare indietro di decenni un processo di integrazione, perché offre la storia perfetta a chi sostiene che ogni politica di inclusione sia soltanto un’imposizione (o cancellazione) culturale mascherata.

C’è poi qualcosa di ancora più grande di Cambridge.

L’università britannica è in una crisi strutturale che rende episodi come questo più probabili e, nello stesso tempo, più distruttivi.

Il modello costruito negli ultimi decenni è sempre più difficile da sostenere: tasse degli studenti britannici che non coprono i costi, dipendenza dalle rette molto più alte pagate dagli studenti internazionali, precarizzazione del lavoro accademico, competizione permanente per rankings e finanziamenti esterni, moltiplicazione di strutture amministrative e una concezione dello studente sempre più vicina a quella del consumatore.

I numeri non sono marginali.

Secondo l’Office for Students, il 35,8 per cento delle istituzioni inglesi ha registrato un deficit nel 2024-25 e, senza ulteriori misure correttive, la quota potrebbe salire al 42,7 per cento nel 2025-26.

Le nuove iscrizioni internazionali sono diminuite del 7,7 per cento rispetto all’anno precedente. In questo contesto, l’università inglese rischia davvero di diventare uno strano business a metà strada tra un’azienda turistica e una fabbrica di test per l’AI: da un lato si reclutano studenti internazionali per far quadrare i bilanci mentre dall’altro schiaccia docenti sempre più precari in una catena infinita di controlli e verifiche, fino all’ossessione di stabilire se quei lavori li abbia scritti uno studente o un software.

In mezzo rimane sempre meno spazio per la cosa apparentemente più antiquata: leggere lentamente, verificare, discutere, conoscere una disciplina, coltivare dissenso intellettuale.

Forse è anche qui che si spiega una parte del caso Arday. Un’università ossessionata da visibilità, rappresentazione, impatto e biografie facilmente vendibili non dovrebbe stupirsi se, alla fine, premia l’influencer perfetto prima di verificarlo.

Ma il caso Arday riflette una crisi intellettuale e culturale più ampia. Da un lato, una parte cospicua dell’opinione pubblica, non solo della sinistra colta, giustamente impegnata da anni nel fare i conti con il passato coloniale; dall’altro, un paese post-Brexit ancora incerto su cosa significhi “britannico” o “inglese” e preda di un crescente e falso panico morale. Le due domande si sono intrecciate fino a confondersi.

Anche l’università ha partecipato a questa ridefinizione. Per parlare di una disciplina di cui io mi occupo, Global history, Black British history, impero, migrazioni e studi postcoloniali hanno ampliato curricula a lungo ristretti.

Il problema nasce quando l’ampliamento diventa sostituzione: quando “globale”, “decoloniale” o “postcoloniale” diventano automaticamente sinonimo di progresso, mentre la storia europea, ad esempio, viene archiviata come superata. Come se le due cose fossero autoescludenti.

È un falso dualismo. Non esiste storia globale senza Europa, né storia europea senza impero, schiavitù, migrazioni, Africa e Asia. Decolonizzare davvero significa complicare la storia, non sostituirne una con un’altra.

Separare di nuovo questi mondi produce un orientalismo al contrario: cambia il giudizio morale, ma resta l’idea di sfere culturali chiuse e autosufficienti dove, come ha scritto Yascha Mounk, la categoria dell’identità diventa la lente dominante su tutto. Non conta più cosa una persona fa e dice, conosce o produce, ma cosa quella persona è chiamata a rappresentare.

Arday sembrava incarnare perfettamente la nuova idea di università globale che Cambridge voleva trasmettere.

La sua vicenda infelice non smentisce l’innovazione della global history o il valore della decolonizzazione dei curricula. Mostra il rischio di trasformarle in marketing.

Alla fine, però, rimane la persona Jason Arday. La sua formazione e la sua carriera devono aver comportato difficoltà considerevoli; essere un accademico nero in Gran Bretagna non significa certo muoversi in uno spazio improvvisamente liberato dal razzismo.

Ma tutto questo non rende meno legittime le domande su plagio, curriculum, ricerca e affermazioni pubbliche.

Lo scrutinio a cui Arday è stato sottoposto è stato sicuramente più feroce di quello riservato alla stragrande maggioranza degli accademici britannici, e una parte dei commenti sulla vicenda è inequivocabilmente razzista.

Proprio per questo Cambridge ha una responsabilità maggiore, non minore, nel verificare con attenzione la storia che stava trasformando in un simbolo pubblico.

La riflessione più banale è forse anche la più liberatoria: una persona nera può dire la verità o raccontare balle esattamente come un ricercatore bianco. Pensare il contrario è paternalismo. Un vecchio problema dell’università inglese!

Qui la domanda cambia. Non è più soltanto quanto di ciò che Jason Arday ha raccontato fosse vero, ma come sia stato possibile che Cambridge lo abbia raccontato al mondo prima di esserselo chiesto.

Se questa vicenda deve insegnare qualcosa, credo, è quanto l’università debba recuperare ciò che la sua accelerazione manageriale ha progressivamente consumato: il tempo intellettuale lento e zoppicante per distinguere rappresentazione e conoscenza, identità e argomentazione, presenza e qualità.

E tenere insieme classe, razza, genere e territorio senza (ri)trasformarli in caselle concorrenti.

Processi di dominio, esclusione e costruzione culturale sedimentati per secoli non si correggono sostituendo una rappresentazione con un’altra. E integrare e includere non significa cambiare i simboli lasciando intatti i meccanismi che producono segregazione culturale e materiale.

Il caso Arday forse ci dice proprio questo.

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