Quando le imprese hanno smesso di formare e lo Stato ha scelto di definanziare, il costo e il rischio dell’aggiornamento professionale hanno cominciato a ricadere sul singolo lavoratore, che deve come meglio riesce autoassicurarsi comprando credenziali – a proprie spese, a proprio rischio, e lungo tutta la vita lavorativa; oh il lifelong learning! La domanda che le telematiche intercettano non è desiderio di conoscenza, è una specie di domanda di assicurazione contro la precarietà. Chi non la stipulerebbe?
Christian Raimo
C’è un fenomeno di cui nessuno praticamente si occupa, una bolla che si sta molto gonfiando ma per cui nessuno sembra allarmato, una notizia preoccupante che sembra non esistere in Italia: la crescita esplosiva delle università telematiche private. Anzi, i pochi articoli che escono sono spesso acritici se non encomiastici.
Fra qualche anno l’università italiana come l’abbiamo conosciuta non esisterà più, ma questa viene presentata come un’evoluzione naturale, addirittura benefica.
Nell’anno accademico 2024/25 gli iscritti alle università telematiche private sono stati quasi 308mila: il quindici per cento di tutti gli studenti universitari italiani. Sei anni prima erano poco più di 119mila.
UniPegaso da sola ne ha 112mila, ossia il 36,3 per cento del mercato: è diventata in una manciata d’anni il secondo ateneo d’Italia per numero di iscritti, dietro alla Sapienza e davanti a tutto il resto.
Mercatorum fa parte dello stesso gruppo di UniPegaso, la Multiversity del fondo CVC: nel 2018/19 aveva poco meno di 3mila iscritti, oggi ne ha 63mila, una cittadina di medie dimensioni, cresciuta di più del 2mila per cento in sei anni.
Le telematiche in Italia nascono, come ricorda Tomaso Montanari in Libera università (2025), “letteralmente come funghi”: undici atenei, nove dei quali privati, autorizzati tra il 2004 e il 2006 grazie a una norma della finanziaria del secondo governo Berlusconi (l’articolo 26 comma 5 della legge 289 del 2002, attuato dal decreto ministeriale del 17 aprile 2003); un anno dopo siamo a quindici.
Non è un settore cresciuto dentro una regola, quanto piuttosto un settore nato da un’eccezione alla regola, e cresciuto esattamente nella misura in cui quell’eccezione è stata mantenuta, nutrita, e politicamente prima autorizzata e poi promossa.
Negli ultimi anni, mentre tutto il resto dell’economia italiana stagnava o entrava in crisi, i ricavi del settore delle telematiche private sono raddoppiati: da 524 milioni di euro nel 2020 a un miliardo e 22 milioni nel 2024.
L’utile complessivo è passato da 132 a 240 milioni, con un margine operativo medio intorno al 23 per cento, e un utile medio di 21,8 milioni, il doppio di quello di un’università statale.
Sono dati che si ricavano dai bilanci depositati e dal rapporto Anvur 2026: se parliamo di crescita dei volumi, di marginalità, di concentrazione, le telematiche italiane sono uno dei pochissimi modelli di business nati in Italia negli ultimi vent’anni che abbia davvero funzionato.
Domandiamoci: com’è stato possibile? E questa non è nemmeno la domanda principale. Di fronte a questo boom c’è un interrogativo più dirimente, che nessuno sembra porsi: che cosa vendono esattamente le università telematiche?
La risposta che si dà per scontata è che vendano istruzione: ogni studente che si iscrive si forma, acquistando un pezzo di conoscenza a prezzi stabiliti da chi eroga corsi.
Se fosse così semplice, però, non sapremmo spiegare bene perché un settore che vende istruzione destini all’acquisto di insegnanti strutturati una quota di fondi che nei tre atenei leader di mercato oscilla tra il 5,4 e il 10,3 per cento (12,4 la media di comparto), mentre chi vende lo stesso presunto prodotto nelle università statali e non statali ne destina tra il 40 e l’80.
La differenza tra università tradizionale e una telematica privata è una differenza di modello, di efficienza, di proposta? O è una differenza di prodotto?
Forse dobbiamo ammettere che quello che si vende nelle telematiche private non è conoscenza, ma una credenziale: un bene la cui esistenza, il cui valore e la cui spendibilità non sono prodotti da chi vende ma dallo Stato.

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