Questo credo sia stato uno dei maggiori errori strategici di Murgia e di chi l’ha seguita e di chi l’ha ispirata: concentrarsi su un aspetto probabilmente esteriore e che è razionalmente legittimo criticare (la forma linguistica) per affrontare un problema reale e importante: le categorie sociali. Dico che è stato un errore strategico perché, com’è prevedibile per una posizione che può essere razionalmente criticata, le proposte linguistiche portate avanti sono state oggetto di scontri e di (facili) attacchi da parte della destra
Filippo Riscica
Il 10 agosto di tre anni fa moriva Michela Murgia. Nei mesi scorsi, Appunti ha avviato un dibattito sulla sua eredità politica e culturale.
Qui gli altri contributi
La discussione che Stefano Feltri ha fatto partire su Michela Murgia e la sua eredità è preziosa perché permette di riflettere sul lascito culturale di una figura che è riuscita a dettare l’agenda di molta discussione pubblica mainstream.
Inoltre, è un’occasione per riflettere su cosa vogliamo e ci attendiamo da queste figure quando agiscono non all’interno dei circoli accademici o dei luoghi dell’attivismo, ma all’interno della sfera pubblica più ampia.
Qui voglio cercare di offrire alcuni spunti di riflessione critica non sulle rivendicazioni e le battaglie principali, ma su due aspetti di metodo che mi sembrano aver guidato, se non l’azione di Murgia, almeno la sua ricezione.
Però, sono consapevole di correre il rischio di essere frainteso. Quindi, dirò subito che nulla di quello che dirò nega i molti meriti di Michela Murgia.
Il più grande è quello di aver rotto la coltre di silenzio che era caduta sulle questioni di genere.
Nonostante le discriminazioni, le ineguaglianze, i torti sistematici e le violenze fossero sotto gli occhi di tutte e tutti, nel dibattito pubblico italiano erano messe ai margini, menzionate ma raramente tema centrale del dibattito pubblico e culturale popolare e mediatico.
Questa situazione era doppiamente paradossale: sia perché la pervasività e la rilevanza del problema erano chiare a chiunque avesse volto lo sguardo e prestato attenzione, sia perché la tradizione culturale italiana vanta una produzione femminista di alto livello.
Però, nonostante questo, il dibattito culturale che avveniva nei media mainstream –– perché di questo si parla –– faticava a considerarlo un tema centrale.
Merito innegabile di Murgia è stato aver forzato i suoi interlocutori a guardare lì dove non volevano guardare e lo ha fatto con una spiccata capacità dialettica.
A differenza dell’ospite tipico dei prodotti culturali mainstream, arroccato sulle sue posizioni di rappresentanza di un gruppo, Murgia ragionava in diretta e questo, per un modello di dibattito pubblico imperniato sull’esponente di parte, ha avuto un effetto deflagrante: sia perché aveva presa sul pubblico sia perché costringeva l’interlocutore, in molte occasioni, a smascherare la superficialità della riflessione che lo accompagnava.
Piuttosto, i punti che solleverò attaccano non il contenuto, ma il metodo e la cornice che Raimo ha identificato ed elogiato.
Credo che questo metodo e la cornice teorica all’interno della quale si inserisce debbano essere affrontati con uno sguardo più critico. Una critica, però, che non vuole delegittimare, ma cercare di spostare l’attenzione dagli aspetti più politici a quelli più intellettuali.
Nel pezzo con cui è iniziata questa discussione, Raimo ha identificato nel metodo il contributo principale e l’eredità più importante di Michela Murgia. Nei termini scelti da Raimo, Murgia “stava” nell’argomento.
Ammetto di non trovarmi a mio agio con questa terminologia così metaforica, che tradisce la lontananza della formazione filosofica di Raimo dalla mia. Credo, però, che si possa riformulare in termini meno metaforici e più precisi: Michela Murgia non aveva timore di discutere sul contenuto del dibattito.
La determinazione con cui portava avanti gli argomenti è particolarmente evidente, ancor più che nei saggi, nei vari dibattiti pubblici a cui ha partecipato.
Tuttavia, accanto a questa grande capacità di tenere la discussione ferma sul contenuto e non su slogan di posizione, non mi sembra ci fosse una altrettanto articolata riflessione su alcuni presupposti metodologici da cui partiva e che, sebbene motivassero molti aspetti della sua riflessione e siano molto popolari nella letteratura a cui attingeva, non erano necessari per giustificare e orientare le sue battaglie.
Mi riferisco alla posizione situata come metodo e al ruolo della lingua nella produzione della realtà sociale.
C’è poi un altro aspetto di metodo: uno dei problemi principali nell’affrontare criticamente Michela Murgia è che non ha lasciato testi in cui fornisse un quadro teorico coerente delle sue posizioni.
Non si tratta ovviamente di criticare la mancanza di un testo o di una produzione accademica: gli scopi culturali che si prefiggeva erano troppo diversi e non richiedevano uno sviluppo accademico rigoroso.
Piuttosto, si tratta di criticare la mancanza di un riferimento che permetta di mettere sullo stesso piano argomentativo autore e lettore.
Ci sono certamente dei punti fermi: era una femminista intersezionale, leggeva la Sardegna alla luce di posizioni postcoloniali, partiva da una prospettiva situata e sembrava sostenere che la lingua sia produttrice di realtà sociale.
Questi punti fermi, però, lasciano spazio a numerose sfumature: enunciarli vuol dire, per chi questi dibattiti li conosce un po’, semplicemente schiarirsi la gola prima di iniziare a parlare seriamente.
Inoltre, soprattutto i due aspetti menzionati –– la posizione situata come metodo e la lingua produttrice di realtà sociale –– richiedono un’articolazione chiara delle posizioni perché rischiano di essere particolarmente problematiche.
Non perché non possano essere razionalmente sostenute, ma perché, se trattati senza cautela, portano a posizioni di costruttivismo sociale ed epistemico secondo le quali non ci sono fatti indipendenti dalle pratiche epistemiche della comunità, conclusione che rende molto difficile stabilire norme di valutazione non completamente dipendenti dalle comunità.
La posizione che Murgia sembra aver accolto è quella dell’epistemologia situata. In breve, e semplificando molto, non esiste un punto di vista neutro, ma noi conosciamo il mondo a partire dalla situazione in cui ci troviamo.
Questa è una tesi molto generale che necessita di molti chiarimenti per essere veramente praticabile come metodo.
A una prima lettura può sembrare talmente ovvia da non poter essere contestata: tutti noi conosciamo cose a partire da esperienze molto limitate nel tempo e nello spazio.
Tuttavia, questo senso debole e accettabile da tutti di prospettiva situata è molto difficilmente quello che caratterizza il metodo di Murgia. Il problema è che, in assenza di un’articolazione chiara, è difficile capire esattamente quali fossero gli impegni presi con questo metodo.
Non è chiaro, insomma, se la prospettiva fosse modesta, di condivisione di evidenze a cui altri avrebbero più difficilmente accesso o se, invece, la sua fosse una posizione più radicale, in cui la prospettiva influenza anche l’oggettività e gli standard di valutazione emergono dalle pratiche della comunità.
In quest’ultimo caso, l’oggettività stessa potrebbe venire completamente ridotta a questa posizione situata e ciò che rimane possibile fare non è trovare una oggettività indipendente da queste posizioni, ma mettere in comunicazione, attraverso le pratiche collettive, questi soggetti situati.
Il problema così diventerebbe anche politico, perché una cosa è dire che, per esempio, le follie degli estremisti sono sbagliate tout court, un’altra è dire che lo sono quando ciò che è vero o falso è determinato e costituito dalle pratiche epistemiche di ogni comunità.
Nel primo caso abbiamo degli strumenti per dire chi ha ragione e chi ha torto indipendentemente dal gruppo a cui appartiene.
Nel secondo è molto difficile stabilire cosa voglia dire che hanno torto se ciò che determina i fatti o la verità è dato dalle pratiche della comunità.
Piuttosto, sembra che ci si trovi di fronte a una potenziale tensione: dover ammettere che, se si sostiene che non esistono fatti e norme che trascendono le regole di una comunità, diventa difficile combattere certe idee su basi razionali e rimane solamente lo scontro.
Ma c’è altro.
Se invece accettiamo che ci sono standard indipendenti dalle comunità e dal soggetto, insieme a fatti indipendenti da questi standard, assunzione che, sia chiaro, è di fatto quella di default in pressoché tutte le attività epistemiche normali, il metodo situato, per il modo in cui sembra che Murgia lo accolga, perde di mordente.
Se l’essere situato rende semplicemente più probabile che un soggetto (ma sarebbe più appropriato dire un gruppo) marginale abbia più facilmente accesso a fatti che i gruppi privilegiati non vedono, diventa poco chiaro perché la specifica posizione epistemica di Michela Murgia debba essere usata come punto di partenza metodologico.
Sia chiaro: non perché sia irrilevante o priva di valore. Tutt’altro. Ma perché lei imposta anche saggi ambiziosi come God Save the Queer non come testi argomentativi in senso stretto, ma piuttosto come cronache del proprio percorso di riflessione su temi per lei particolarmente salienti, in questo caso, come mettere insieme l’essere cattolica e l’essere una femminista intersezionale.
Questo non vuol dire che Murgia abbia esplicitamente sostenuto queste posizioni o che le abbia suggerite. Però, vuol dire che certi temi che ha affrontato e certe metodologie che ha assunto senza elaborare troppo la cornice all’interno della quale le adoperava non possono essere trattati con leggerezza.
Certamente, questo non vuol dire che nella letteratura non ci siano modi per superare questo ostacolo. Ci sono. Ma a quel punto non è più chiaro come certe tesi sulla produzione della realtà sociale possano essere sostenute con la forza con la quale Murgia sembrava sostenerle.
Si potrebbe ribattere che, come dice Raimo, una parte del metodo di Murgia era intanto entriamo, poi sistemiamo. Dunque, sarebbe ingiusto accusarla. E infatti non la accuso, ma sollevo un punto critico su cui riflettere.
Murgia ha occupato uno spazio pubblico che era vuoto e che nessuno aveva il coraggio di occupare. Però, entrare e poi sistemare presuppone che sia possibile, dopo essere entrati, ordinare la stanza.
Questa è un’assunzione cruciale, che mi sembra poco difendibile in una sfera pubblica in cui alcuni individui molto influenti riescono a dettare la salienza dei temi, ma molto meno a influenzare il modo in cui questi temi sono affrontati.
C’è poi il rapporto tra lingua e creazione della realtà sociale. Murgia e altre hanno portato avanti una battaglia, legittima e per molti aspetti corretta, sul linguaggio.
L’argomento in favore della tesi che nel discorso pubblico vi siano numerosi casi in cui la lingua si fa spia di un problema di genere, di discriminazioni, di categorizzazioni forzate, è molto forte e convincente.
Però, essere spia, che è quello che è certo, non vuol dire essere in ogni caso causa. Ossia, non vuol dire che ogni volta che c’è una formulazione linguistica che è associata a una discriminazione, la discriminazione sia legata all’esatta formulazione linguistica, sicché mutando la forma dell’espressione linguistica è possibile cambiare la realtà sociale o anche solo stimolarne il cambiamento.
Questa è un’assunzione teorica assolutamente legittima, ma ben lungi dall’essere incontestabile.
Un’altra alternativa è che a creare la realtà sociale intervengano in larga parte o primariamente le credenze degli individui che compongono i gruppi, credenze di cui la forma linguistica è mera espressione, veicolo, senza che però il mezzo determini il contenuto.
Questo credo sia stato uno dei maggiori errori strategici di Murgia e di chi l’ha seguita e di chi l’ha ispirata.
L’errore è consistito nel concentrarsi su un aspetto probabilmente esteriore e che è razionalmente legittimo criticare (la forma linguistica) per affrontare un problema reale e importante: le categorie sociali. Dico che è stato un errore strategico perché, com’è prevedibile per una posizione che può essere razionalmente criticata, le proposte linguistiche portate avanti sono state oggetto di scontri e di (facili) attacchi da parte della destra.
Murgia, è vero, ragionava sui problemi, e nel fare ciò ha portato aria fresca in un discorso pubblico in cui nessuno aveva il coraggio di pensare in diretta, ma ha scelto di farlo prediligendo un quadro teorico che aveva bisogno di significativi chiarimenti.
Di nuovo, si parla di quadro teorico e non di rivendicazioni politiche.
Il problema non è che Murgia abbia esplicitamente adottato una forma di costruttivismo epistemico o di relativismo comunitario. Il problema è diverso: attraverso le sue rivendicazioni si trovava costretta ad affrontare questioni epistemologiche e ontologiche complesse attraverso formule programmatiche molto generali, senza che vi fosse spazio per mettere in chiaro potenziali fraintendimenti.
Dire che ogni soggetto conosce da una posizione situata può significare molte cose. In senso moderato, può significare che la collocazione sociale influenza l’accesso all’evidenza, la salienza dei fenomeni e la distribuzione della credibilità.
Può però anche essere interpretato, in senso più forte, come la tesi che gli standard di giustificazione dipendano interamente dalle comunità o che non esista un criterio di oggettività indipendente dalle prospettive sociali.
Analogamente, sostenere che il linguaggio produce realtà può significare che le parole influenzano rappresentazioni, aspettative e istituzioni; ma può anche suggerire che i fatti sociali siano integralmente costituiti dalle pratiche linguistiche.
Non sostengo che Murgia abbia accolto queste letture radicali. Sostengo che non abbia elaborato distinzioni sufficienti per escluderle con chiarezza. E il mio sospetto, o la mia ipotesi, se preferite, è che parte delle critiche che le sono state rivolte, per lo meno quelle legittime e in buona fede, sarebbero potute essere evitate attraverso una spiegazione più chiara delle idee sulla posizione situata e sul ruolo del linguaggio.
Questa può essere considerata una pedanteria. Non lo è, soprattutto perché Murgia non ha mai rinnegato le idee democratiche che ispirano la Costituzione italiana, che sono quelle di una democrazia liberale.
In questo assetto, è importante che le ragioni che forniamo siano accettabili da altre persone egualmente democratiche. Non possiamo stabilire se una persona sia democratica in base alla sua accettazione o al suo rifiuto di determinate tesi, per esempio, sul rapporto tra le parole e la realtà.
Come ho detto prima, mi sembra che una delle caratteristiche del metodo Murgia fosse mantenersi su di un livello molto generale, non nel senso di principi che coprono molti fatti, ma nel senso di affermazioni convincenti, ma che richiederebbero moltissima elaborazione per essere veramente sostenute.
Non è un caso, credo, che la sua forma preferita di comunicazione sia stata la narrativa, che è una forma di comunicazione che, come ho sostenuto altre volte su Appunti, nonostante abbia una grande influenza nel dibattito mainstream italiano, ha delle problematicità non da poco come veicolo di un discorso democratico.
In definitiva, non credo che l’eredità di Murgia consista in un metodo che possiamo ereditare.
Piuttosto, l’eredità più importante è la sfida e il coraggio di trattare la sfera pubblica come un autentico campo di discussione e argomentazione e non come un album di figurine di posizioni pronte e confezionate.
Inoltre, questa eredità ci lascia anche un monito importante. Non è vero che il pubblico non ascolta chi fa ragionamenti complessi: il pubblico non ascolta chi fa ragionamenti inutili.
Murgia non aveva timore di portare avanti ragionamenti complessi anche in spazi mediatici che non erano abituati ad ospitarli e, anche per questo, il pubblico l’ha seguita.
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