Da qualche anno nella rete cinese si sta diffondendo un’estetica fatta di luoghi vuoti, parchi giochi scoloriti, palazzoni di qualche decennio fa e grattacieli semiabbandonati con vetri azzurri. La chiamano dreamcore, e racconta la Cina di provincia attorno all’anno Duemila come la ricorda chi allora era bambino. A differenza della versione occidentale, che punta allo straniamento e all’inquietudine degli spazi liminali, quella cinese va alla ricerca di un calore condiviso, di un’infanzia sospesa nel tempo. Questa sequenza ne ripercorre la grammatica visiva lungo una sola giornata, dall’alba al tramonto, in tre spazi svuotati di ogni presenza.
All’alba lo spazio è ancora azzurro, attraversato dai primi raggi obliqui. Resta soltanto una piccola palla rossa ai piedi dello scivolo, l’unico segno che qualcuno, un tempo, è stato qui.
Un cortile a mezzogiorno è la quintessenza dell’abitato cinese di provincia, fatto di cemento, mattonelle ingrigite e fili tesi carichi di panni immobili. Lo sgabello rosso accostato al tavolo da ping pong suggerisce una presenza che si è appena allontanata, mentre l’aria ferma trattiene ogni cosa al suo posto.
Quando il sole cala in fondo alla via commerciale, la luce calda diventa una luce che muore, non più una luce che consola. La bicicletta rossa abbandonata sull’asfalto viene investita dall’ultimo colore vivo di una scena che si spegne nel crepuscolo, mentre sullo sfondo una torre dai vetri azzurri si staglia fredda contro il cielo.

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