Ogni fine anno in Cina si ripete la stessa scena. Sui social, in particolare su Douyin, compaiono decine di video in cui operai edili si presentano in massa davanti agli uffici delle ispezioni del lavoro per reclamare salari mai ricevuti. La federazione nazionale dei sindacati e il ministero delle risorse umane pubblicano puntualmente appelli alla prevenzione del fenomeno, mentre politiche come l’anticipo pubblico dei salari arretrati, presentata di recente a Shenzhen come una novità, esistono in realtà nelle aree più ricche del delta dello Yangtze e del delta del fiume delle Perle fin dalla fine degli anni Novanta, con risultati tutt’altro che risolutivi. A Shenzhen, per esempio, nel solo 2025 il fondo di garanzia salariale ha anticipato oltre 72 milioni di yuan per quasi quattromila lavoratori, ma ne ha recuperati dalle imprese meno di un ventesimo. Dal 2018 le autorità cittadine hanno sospeso per otto anni consecutivi la riscossione delle quote dovute dai datori di lavoro al fondo, per “alleggerire il carico sulle aziende”, e il risultato è un deficit cumulato che supera i cento milioni di yuan. È il ritratto perfetto di un meccanismo che socializza le perdite prodotte dal mancato pagamento dei salari scaricandole sulla fiscalità generale, mentre esonera chi le ha generate. Fermarsi alla superficie delle proteste e dei comunicati istituzionali significa perdere di vista i meccanismi che rendono il mancato pagamento dei salari nel settore edile un fenomeno strutturale e ricorrente.
Il cuore del problema è il sistema di subappalto a cascata che si è consolidato dopo la privatizzazione del settore negli anni Ottanta. I promotori immobiliari affidano i progetti a un appaltatore generale tramite gare d’appalto, il quale suddivide i lavori fra imprese specializzate, che a loro volta si rivolgono a subappaltatori di manodopera incaricati di reclutare le squadre di operai. A ogni passaggio il livello superiore scarica sul successivo l’obbligo di anticipare i fondi, e il rischio finanziario si accumula progressivamente fino ai gradini più bassi della piramide. Quando sorgono dispute contrattuali o difficoltà di liquidità, il costo del lavoro è la prima voce a essere sacrificata, perché nel settore vige un sistema di pagamento fondato su acconti mensili e saldo a fine anno che rende il ritardo sui salari meno rischioso, dal punto di vista operativo, rispetto al mancato pagamento di materiali o macchinari. I lavoratori migranti vengono reclutati attraverso reti informali di parentela e compaesanaggio, non firmano quasi mai contratti scritti, ignorano l’identità del committente finale e non dispongono degli strumenti per valutare l’affidabilità finanziaria di chi li ingaggia. Vendono forza lavoro fisica in un mercato dove l’offerta supera stabilmente la domanda, e accettano le opportunità che si presentano perché l’alternativa è la scarsa redditività dell’agricoltura nelle campagne da cui provengono.
Quando i salari non arrivano, le vie legali si rivelano quasi impraticabili. L’arbitrato lavorativo richiede un contratto formale e i dati del datore di lavoro, documenti che i lavoratori migranti raramente possiedono. I tempi della procedura, fissati in 45 giorni, restano comunque insostenibili per chi lavora lontano dalla propria provincia e ha bisogno immediato del denaro per mantenere la famiglia. Le ispezioni del lavoro, con organici ridotti e poco qualificati, non reggono il volume delle controversie. Esclusi dai canali istituzionali, i lavoratori ricorrono all’azione diretta, dal blocco stradale all’esposizione di striscioni, dalla minaccia di gesti estremi alla pubblicazione sulla piattaforma Douyin di video che documentano le proteste. L’industria edile funziona in sostanza come un settore anomalo in cui non esistono datori di lavoro direttamente identificabili e i rapporti di lavoro restano completamente opachi, una condizione che alimenta la logica della protesta plateale come unica risorsa di chi non dispone di altri strumenti.
Nel corso degli ultimi due decenni la rappresentazione pubblica dei lavoratori migranti li ha trattati in Cina come soggetti estranei al corpo sociale, separando le loro condizioni dalle cause storiche che le hanno prodotte e presentando le loro difficoltà come il risultato di fallimenti individuali, scollegati dai processi di sviluppo economico del paese. Con la diffusione dei social media e il declino della stampa tradizionale, questa narrazione si è però incrinata. I video che documentano le proteste per i salari arretrati, con i loro slogan ricorrenti come “ridatemi i miei soldi guadagnati col sudore”, testimoniano una trasformazione nella percezione che i lavoratori migranti hanno della propria condizione. Se in passato il lavoro in cantiere veniva vissuto soprattutto come un’occasione per mandare denaro alla famiglia rimasta in campagna, le esperienze ripetute di sfruttamento e di mancato pagamento hanno progressivamente alimentato una consapevolezza diversa. A fine 2025 il governo centrale ha lanciato con grande enfasi una “campagna invernale contro i salari arretrati”, inserendo la questione fra le priorità economiche del 2026. Ma queste dichiarazioni di principio convivono senza apparente contraddizione con la realtà sul terreno, dove le autorità locali si adoperano per soffocare le proteste anziché risolverne le cause, con episodi documentati di polizia che intima ai lavoratori di cancellare le denunce pubblicate online e di funzionari che minacciano l’inserimento in “liste nere professionali” per chi insiste nel reclamare il dovuto. Stretti fra l’inaccessibilità delle vie legali e l’intimidazione di chi dovrebbe tutelarli, i lavoratori edili migranti hanno cominciato a riconoscersi come parte di un sistema che li sfrutta in modo strutturale, e questa coscienza di classe in formazione, a sua volta, alimenta ulteriori forme di azione autonoma.
(sulla base di materiali pubblicati dai siti cinesi Utopia, Haiwaiwang e Bolshevik)

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