Ho ascoltato il vento passarmi tra i capelli. Ha buttato via i miei pensieri e li ha dispersi nella steppa.
L’ho scritta su un taccuino, seduto per terra, con le gambe distrutte e la bici appoggiata a un palo, in un punto della Mongolia centrale di cui ignoro il nome. La calligrafia è pessima, si capisce a malapena. Ma quella riga lì è esatta.
Ero arrivato con una lista.
Nessuno l’aveva scritta, però c’era. Tutti ne abbiamo una quando partiamo: le cose che vogliamo vedere, quelle che vogliamo sentire, la versione di noi che immaginiamo di riportare a casa. Il paese ce lo siamo già raccontato prima di arrivarci, e il viaggio dovrebbe limitarsi a confermarcelo.
E invece succede il contrario. I piani non reggono. Le persone raccontano cose che tu non avevi chiesto. Il paese vero assomiglia poco a quello che avevi in testa.
E lì, di solito, ci arrabbiamo. Il volo in ritardo, il tempo che non tiene, l’itinerario da rifare. Ci sembra che il viaggio stia fallendo.
È esattamente il momento in cui comincia.
Perché un viaggio che ti conferma quello che già pensavi è una vacanza illustrata. Sei andato dall’altra parte del mondo per farti dare ragione. Il segno di essere davvero arrivato è opposto, ed è scomodo: è quando la realtà ti smentisce e tu la lasci fare.
In Mongolia mi ha smentito quasi tutto.
Avevo in testa la solitudine. Una terra vuota, gli spazi enormi, l’idea un po’ letteraria di attraversare il nulla. Sulla carta è vero: seicentosettanta chilometri di steppa, giornate in cui l’orizzonte è una linea e basta. La Mongolia è il posto dove nessuno ti aspetta. Ignora che stai arrivando, non ti ha invitato, e se sparissi ci vorrebbe un po’ prima che qualcuno se ne accorga.
E invece è il posto dove sono stato accolto di più.
Un vecchio in moto che rallenta, si ferma, e ci invita nella sua ger. Un bambino che arriva con del formaggio secco, di quello che ti resta in bocca per un’ora. Una donna che ci vede da lontano, minuscola contro il verde, e si mette a correre verso di noi. Sconosciuti a cavallo che ti passano accanto e sorridono, e tu sorridi, e resta tutto in silenzio.
Nemmeno una parola in comune.
Là due sconosciuti che si incontrano in mezzo al niente fanno una cosa che da noi sarebbe impensabile: si fermano, si stringono la mano, e si siedono. Nemmeno in piedi, nemmeno per dieci secondi di cortesia. Si siedono per terra, sull’erba, come sul divano di casa propria. E la terra, per loro, è il divano di casa.
Hanno anche un modo formale per farlo, uno scambio di boccette da fiuto che si passano con la destra e restituiscono senza richiudere. Quello che mi è rimasto, però, non è il rituale. È il tempo che si concedono. Ovunque siano, chiunque incontrino, si fermano e si siedono per parlare, per conoscersi, per sentirsi parte della stessa comunità anche solo per dieci minuti. Umani, prima che sconosciuti.
Ed è lì che ho capito una differenza che credevo di conoscere e invece conoscevo appena. Parlare e comunicare sono due cose diverse. Per la prima servono le parole. Per la seconda basta il cuore, ed è per questo che funziona anche quando le parole mancano. Anzi, funziona meglio: senza il linguaggio a fare da schermo resta soltanto quello che uno è mentre ti sta davanti. La postura, la faccia, il gesto con cui ti versa il tè.
Noi, che le parole ce le abbiamo tutte, comunichiamo pochissimo. Passiamo giornate intere a parlare e torniamo a casa senza aver toccato nessuno.
Ci sono anche le case.
Una ger si smonta in un’ora. Si caricano i pali, il feltro, la stufa, si sposta il bestiame e si riparte. Niente di quello che i nomadi costruiscono è fatto per restare dov’è, e a noi sembra una vita precaria, di quelle da compatire un poco.
Salvo che quel modo di vivere dura da millenni. Le nostre case sono di pietra e le nostre famiglie si spostano di continuo, cambiano città, si disfano e si rifanno. Le loro case si smontano in un’ora e la forma della loro vita è rimasta la stessa da prima di Gengis Khan.
Si conserva soltanto quello che si può portare via.
Sul ritmo, poi, non c’è scampo. In bicicletta, su quei fondi, la testa che vuole sempre scappare avanti è costretta a restare sulla buca che hai davanti, sul sasso, sulla sabbia in cui la ruota affonda. Una cosa per volta. Dopo qualche giorno ti accorgi che sono ore che non pensi a niente, e la sera sei più leggero di quando sei partito, senza aver risolto nulla.
Tutto è immobile e tutto è così vivo.
Il cielo, lì, lo chiamano Eterno. È la sola cosa che si siano sentiti di chiamare così, e viene da pensare che sia stata una scelta saggia: hanno messo l’eternità nell’unica cosa che non si può smontare né caricare su un carro.
Una notte, in tenda, ho avuto la sensazione di essere immortale e fortunato insieme. Di vivere per un attimo e di navigare nell’eternità. Succede quando il cielo è troppo grande e tu sei troppo piccolo: le due cose smettono di contraddirsi, e per qualche minuto sei tutte e due.
Lì ho pianto, e ci ho messo un po’ a capire perché. Era quella gioia inspiegabile di sentirsi parte del tutto, che a un certo punto smette di essere un pensiero e diventa una constatazione. Per qualche minuto sono stato pastore e nomade, sfondo e protagonista.
In quella tenda ho scritto anche le righe che mi hanno spaventato di più. Tre domande, una sotto l’altra.
Dov’è la mia casa? Qual è la mia strada?
E poi la terza, che sul taccuino avevo scritto in un modo e che adesso, tornato, riscriverei diversamente: sto vivendo davvero la vita che volevo?
Alla prima, quella sulla casa, in quel posto avevano già risposto da secoli, senza saperlo. Basta guardare cosa portano quando si spostano, e cosa lasciano indietro senza voltarsi.
Alla terza, invece, ho risposto io, seduto lì per terra come loro. Sì. Poco per quello che stavo facendo, che tra l’altro era pedalare su un sasso dopo l’altro senza una meta con un nome. Molto perché ero presente. Perché ero lì, vivo, cosciente, attento, con il cuore aperto come non mi capitava da anni.
C’è poi un numero che mi ha inseguito per tutto il viaggio. Come certi pensieri che tornano a bussare senza preavviso, che ti allarmano un po’ e di cui poi, se li lasci stare abbastanza a lungo, ti dimentichi. Io questo non riuscivo a dimenticarlo.
Centootto.
Torna dappertutto, in Mongolia, e io lo notavo senza capirlo. L’ho capito alla fine, arrivando a Kharkhorin, che è il punto dove il nostro percorso finiva. Lì c’è il monastero di Erdene Zuu, il più antico del paese, costruito nel Cinquecento con le pietre dell’antica capitale dell’impero mongolo. È circondato da un muro, e su quel muro, distanziate una dall’altra, ci sono centootto stupa. Chi lo progettò voleva che quel recinto somigliasse a un rosario buddhista, che di grani ne ha esattamente centootto.
Un rosario largo quattrocento metri, con dentro un monastero.
Ma il numero, in sé, viene da un conto preciso, e quando l’ho scoperto mi è rimasto a girare in testa per giorni. Nel buddhismo centootto è il numero delle afflizioni della mente, e il calcolo più diffuso è questo. Sei sono i sensi, contando anche la mente come sesto. Ognuno può registrare quello che riceve come piacevole, sgradevole o neutro, e siamo a diciotto. Ognuna di queste può nascere dentro di noi oppure venire da fuori, e siamo a trentasei. E ciascuna può riguardare il passato, il presente o il futuro.
Centootto.
È l’inventario completo dei modi in cui un pensiero può restare impigliato. Un giro di rosario, un grano alla volta, serve a lasciarne andare uno per volta.
Avevo pedalato per otto giorni dietro a un’ossessione che alla fine si è sciolta da sola, proprio come si sciolgono i pensieri fissi quando smetti di dargli la caccia. Un muro che conta, uno per uno, i pensieri che il vento mi aveva già portato via.
Resta l’ultima riga del taccuino, quella scritta peggio di tutte. Tre parole in colonna, una sotto l’altra.
Uno.
Nessuno.
Infinito.
È il numero, letto una cifra per volta. Uno, zero, otto. E l’otto, se lo corichi, è il segno dell’infinito.
Centootto.
Sei una persona sola, con un nome, una casa, dei figli, una lista di cose da fare che ti aspetta a settemila chilometri. Dentro quello spazio non sei nessuno, e a nessuno importa, e questo invece di ferirti ti libera. E le due cose insieme, per qualche giorno, ti fanno sentire parte di una cosa senza bordi.
Uno, nessuno, infinito. Nell’ordine.
E adesso che sono tornato, con le gambe che si sono già dimenticate la fatica, di quella lista è rimasto ben poco.
Solo quel vento che mi ha portato via i pensieri e li ha lasciati là, sparsi nella steppa, dove probabilmente stanno meglio.
Sono tornato guarito.
Questo incredibile viaggio in bicicletta è stato organizzato con l’amico e viaggiatore Willy Mulonia, di PA Cycling.
Le prossime tappe saranno sull’Atlante, in Marocco, ad Ottobre 2026 e in Giappone a Maggio 2027, dove percorreremo l’antica via dei Samurai Kyoto-Tokyo.
Se qualcosa di quello che hai letto ti ha parlato, e senti il bisogno di uno spazio dove esplorarlo. Scopri di più →
24-25/08: VivaViva Fest, Bosco Albergati (MO)
Il resto del calendario lo trovate qui, sempre aggiornato.
E se ti dicessi che non sei speciale — e che è la notizia migliore che potresti ricevere?
C’è un rumore di fondo che non tace mai: la sensazione di dover essere sempre altrove, più avanti, più speciali. UNSPECIAL nasce da lì — dalla stanchezza di una stanchezza che non sappiamo spiegare.
Tra neuroscienze e boschi, topi di laboratorio e un ufficio postale dove si scrivono lettere a chi non può più rispondere, ho provato a smontare una delle convinzioni più radicate del nostro tempo: che valere significhi spiccare. E a raccontarne il rovescio, che è una liberazione: se non dobbiamo essere speciali, siamo liberi di essere, semplicemente, vivi.
Un saggio narrativo su cosa succede quando smettiamo di rincorrere l’eccezionale e torniamo a guardare ciò che c’è. E non è poi così male.
UNSPECIAL è il mio secondo libro, lo trovate in prevendita dal 30 di Luglio sia online che nelle librerie. E dal 22 settembre nelle vostre mani fatto di carta.
25/09, Borgo del maglio di Ome (Bs), ore 19.00
29/09, Librixia Brescia, ore 19.15
02/10, Presentazione ufficiale, Libreria GOGOL, Milano ore 18.30
10/10, Modena, orario e location in via di definizione
22/10, Sirmione, Hotel Catullo ore 19.00
27/11, Bookcity Varese, orario e location in via di definizione
A breve tutti i dettagli.
Foreste Casentinesi: 16-18 Ottobre (Sold-out!)
Marocco: 24 Ottobre - 1 Novembre (Ultimi posti disponibili)
Giappone: 7-23 Maggio 2027
Scozia: TBD
India: TBD
Ci sono libri che ti spiegano il mondo, e libri che te lo fanno guardare come se fosse la prima volta. Questo è del secondo tipo.
Bill Bryson non è uno scienziato. È uno scrittore di viaggi che un giorno si è accorto di non sapere quasi niente del pianeta su cui viveva. Non sapeva come si pesa la Terra, cosa succede davvero dentro un atomo, perché il mare è salato. E invece di farsene una ragione, ha fatto la cosa più rara che ci sia: è andato a chiedere. Per tre anni ha inseguito i più grandi scienziati del mondo con le domande che tutti abbiamo da bambini e poi, non si sa perché, smettiamo di fare. Ne è uscito il libro di divulgazione più letto del secolo.
È fatto della stessa materia di Mantica. La meraviglia come porta d’accesso, la scienza raccontata non dall’alto di una cattedra ma dal di dentro dello stupore. Dal Big Bang alla prima cellula, dagli atomi che ci compongono e che prima di noi sono stati dentro le stelle e dentro chissà quante altre creature, fino all’improbabilità quasi commovente di essere qui, adesso, vivi e capaci di farci delle domande. E in mezzo, tutti gli scienziati veri, ostinati, spesso stravaganti, che quelle risposte le hanno cercate una vita.
Lo leggeremo insieme. Il 26 agosto, alle 21, ci troviamo online, solo noi abbonati, per parlarne. Non serve averlo finito, non serve preparare niente. Serve solo la voglia di restare un’ora dentro quella meraviglia, in buona compagnia.
Prendetevi il libro e portatelo con voi in questo agosto, sotto un ombrellone o su un balcone la sera. E se vi capita di alzare gli occhi al cielo mentre leggete, è esattamente l’effetto giusto.
Ci vediamo il 26.
C’è un momento in ogni progetto in cui smette di essere tuo e diventa di chi lo usa. THALEA lo ha raggiunto.
Per mesi l’ho tenuta in un cerchio stretto: poche persone alla volta, invitate una a una. Poi, in poche settimane, sono arrivate centinaia di richieste — molte più di quante ne aspettassi. Chi è entrato l’ha usata ogni giorno, in montagna come in città, uscendo anche solo per pochi minuti e dicendomi con onestà cosa funzionava e cosa no. Ho passato le ultime settimane a rifinire ogni dettaglio a partire da quelle voci. THALEA è quello che è oggi grazie a loro. Grazie, davvero.
Per chi la incontra ora: ogni mattina THALEA ti propone una piccola prescrizione di natura. Un gesto concreto, pensato per dove sei e per come stai, da fare all’aperto e senza schermo. L’app la apri un minuto, poi il telefono torna in tasca: il resto si fa fuori. Venti minuti tra gli alberi. Uno sguardo che si allarga su un orizzonte. Un sentiero a passo lento. Niente classifiche, niente traguardi da rincorrere. Dietro c’è la scienza che studio da anni — l’attenzione che si rigenera, lo stress che cala, la meraviglia che ci rimette a fuoco — ma qui la incontri sul sentiero prima che sulla pagina.
La trovi su thalea.ai.
Ci vediamo la fuori.

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