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[màn-ti-ca] · Aug 4, 2026

Il corpo non è un taxi

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Siamo l'unico animale che si vergogna dei propri bisogni.

Pensa che l’altro giorno sono riuscita a fare pipì solo dopo pranzo e mi scappava da quando sono arrivata

È una sera d’estate, e durante una cena un’amica mi racconta che in certi giorni è così presa dal lavoro che non riesce nemmeno ad alzarsi dalla sedia per andare in bagno. Se la tiene, per ore, con la vescica che le scoppia, fino a quando il corpo si stanca di chiedere e lo stimolo sembra che sia passato. Lo dice ridendo, come una delle tante cose sciocche che si raccontano nelle sere d’estate. Eppure è la fotografia perfetta di come tanti di noi si sono ritrovati a vivere. Perché a un certo punto abbiamo iniziato a trattare il nostro corpo, i suoi bisogni, come una sorta di grande scocciatura.

Il corpo è un taxi che porta in giro il nostro cervello da un posto all’altro. Un’appendice, un veicolo ben addestrato. La testa decide, lavora, è fondamentale. Il corpo deve solo starle dietro e non rompere. Fame, sete, sonno, vescica piena: tutte rotture di scatole che intralciano le cose “serie”. Sono segnali da spegnere, e se non ci si riesce, da ignorare. Come se essere professionali, adulti, volesse dire saper andare oltre i nostri bisogni, zittendo gli animali (sociali?) che siamo.

Ci hanno cresciuti imparando a vedere il nostro corpo come un nemico da domare, le sue richieste come prova di forza. Hai sonno? Reggi. Hai fame? Concentrati. Sei a pezzi? Tieni duro, è tutto nella tua testa. Come se la salute fosse questione di disciplina ed essere ammalati una sconfitta morale.

A ben vedere siamo l’unico animale che fa una cosa del genere. Un lupo dorme quando ha sonno. Un capriolo beve quando ha sete. D’estate non è raro vedere nei pascoli le vacche che si siedono seguendo l’ombra, come se fossero ipnotizzate. Nessuna creatura là fuori tira dritto pur di finire una cosa, e nessuna si vergogna di avere fame. In tutto il mondo vivente esiste una sola specie che ha deciso che i propri bisogni sono un difetto da correggere, e quella specie siamo noi.

Ora guardatevi intorno. Siamo in una delle estati più calde mai registrate sul pianeta terra. Immaginate il centro di una città come Milano, Roma o Firenze. Quaranta gradi abbondanti e uomini che escono di casa con la giacca e un cappio di stoffa stretto al collo. Scarpa classica e calzino fino al ginocchio. Sudano, anzi grondano sudore e fanno finta di niente perché il codice (quale poi?) si impone sulla nostra biologia. Vale di più.

Milano nella morsa delle 'isole di calore'. Fabrizio Pregliasco: "Il  cambiamento climatico qui è già un'emergenza sanitaria"

Un paio di settimane fa mi sono trovato nella stessa condizione. Ero a Milano per un evento, con giacca e camicia. Ahimè. Quando finimmo era ora di pranzo e io avrei voluto solo scappare da quell’inferno grigio e caldo. Ma una volta usciti, mi chiesero se avessi voluto pranzare con loro. Eravamo dietro al Duomo, ma la sensazione era di stare su Marte. Avevo così caldo da desiderare di strapparmi i vestiti di dosso. Tagliarli con una forbice e liberarmi da questa assurda condizione socialmente imposta. Le gocce di sudore mi rigavano la schiena mentre il sole mi cuoceva. Ho pensato al perché ci ostiniamo a tanto. Mi è sembrato l’ennesimo teatro dell’assurdo, dentro al quale anche io recito nella stessa scena. E non come comparsa. Ma è tutto finto, tutto. Solo il nostro involucro di carne e ossa è reale.

Eppure molti di noi mangiano in dieci minuti davanti al monitor, scrollando Instagram e senza sentire nessun sapore. Si trattengono sbadigli come fosse una colpa. Restiamo inchiodati a una sedia per ore mentre le gambe vorrebbero muoversi. Viviamo sotto luci che paiono mezzogiorno e invece fuori è buio e vorremmo solo dormire. Sono tutte piccole prepotenze quotidiane contro la bestia che siamo, e nemmeno ci facciamo più caso. Poi certo, compriamo l’orologio che conta i passi, l’anello che misura il battito e ci ricorda che ogni tanto dobbiamo respirare. Monitoriamo con cura maniacale un corpo che ignoriamo per il resto della giornata. È come tenere il diario a qualcuno a cui manco rivolgiamo la parola. Mentre scrivo, il mio Garmin vibra e mi dice che devo muovermi. Lo so, lo so. Maledetto lui.

La verità è semplice: siamo prima di tutto un sistema biologico, con tutta una serie di esigenze fondamentali. La testa di cui tanto siamo fieri sta in piedi grazie a un corpo che respira, digerisce, dorme. Già secoli fa però ci raccontavano il contrario, che l’uomo è la sua mente e il corpo la macchina un po’ scema che la porta in giro. Cogito ergo sum, penso dunque sono. Balle. Prima viene la carne, e solo sopra la carne, a un certo punto, si accende una lucina che chiamiamo io. Trascurate la carne e la lucina cala.

E il conto lo tiene proprio il corpo, con una precisione che fa impressione. Il cervello si lava da solo soltanto mentre dormiamo: nel sonno profondo si allarga lo spazio tra le cellule e un liquido porta via i residui della giornata, comprese le proteine che negli anni intasano i cervelli malati di Alzheimer. Saltate una notte e il giorno dopo la parte del cervello che si spaventa parte in quarta, mentre quella che ragiona molla la presa. Diventate permalosi. Vi offendete per niente. Siete gli stessi di ieri, solo senza la notte che serviva al cervello per rimettere a fuoco il mondo. Poi, per reggere un ritmo che il corpo rifiuta, ci dopiamo: caffè su caffè per fingere l’energia che il sonno ci ha tolto, zucchero per tappare la fame, e la sera qualcosa per spegnere una testa che ormai resta accesa da sola. Puntelliamo un palazzo a cui abbiamo tolto le fondamenta, e poi ci stupiamo se traballa.

Il fatto è che per la stragrande maggioranza della nostra storia siamo stati corpi che si muovevano. Chilometri a piedi all’aperto, ogni giorno. Dentro branchi piccoli, dove ci si conosceva tutti. Si mangiava quando c’era, si riposava quando stanchi, si dormiva quando era buio. Ci si toccava, gli altri erano in carne e ossa davanti a noi, ci si parlava in faccia. Era un mondo di cose reali, come le nostre esigenze, e la vita era tarata su questo. Non era necessariamente meglio o peggio di oggi, ma certamente era diverso. Ciò che resta uguale, invece, è questo corpo, quello che state usando anche ora per leggere. È sempre lui, è lo stesso. E lo abbiamo chiuso in quattro mura illuminate a neon, seduto dieci ore davanti a uno schermo, pretendendo che stia zitto e buono, come se niente fosse.

Perché lo facciamo allora? Perché il riposo è invisibile, e qui vali per ciò che rendi più che per come stai. Perché il danno è lento, e il corpo ci copre le spalle così a lungo che ci convinciamo di stare benissimo, fino a che un giorno ci presenta il conto tutto in una volta. E perché ci hanno insegnato che avere bisogni è roba da deboli, invece del segnale più vecchio del mondo che siamo ancora vivi. Mi ricorda lo sguardo stranito dei bambini che a Londra osservano attoniti le guardie reali, con la giacca rossa e il cappello oversize, costrette a rimanere ferme per ore durante i turni. E talvolta assieme ai loro cavalli. Chissà cosa ci vedono, in quella dimostrazione di forza. Credo che i bambini avrebbero molto da insegnarci.

Per un periodo della mia vita sono stato esattamente così. Quattro anni a San Francisco, con una startup da tenere in piedi, e il corpo era il taxi di cui sto parlando: portava la mia testa da una riunione all’altra e non doveva avere troppe opinioni. Dormivo poco e ne andavo fiero. Quel rumore di fondo era diventato così costante che avevo smesso di sentirlo, come il ronzio di un frigorifero che noti soltanto quando si spegne.

L’aspetto perverso di questo scivolamento è che ci vantiamo, pure. “Dormo quattro ore, mangio alla scrivania, sono due anni che tiro dritto senza fermarmi”, buttato lì come una medaglia. Però hanno fatto carriera, eh. Per anni, in molti ambienti di lavoro, ci si è vantati di non aver mai fatto un solo giorno di malattia. La stanchezza è diventata un trofeo, il logorio un attestato di serietà. È curioso che nessuno si vanti di essere riposato e sereno. Suona da sfaticato.

Possiamo continuare a fare finta di essere una testa che si porta dietro un corpo scomodo. Il corpo però ha altri piani. Vuole acqua, buio, movimento, sole, un altro corpo vicino, riposo, le stesse cose che voleva a vostro nonno e a chiunque prima di lui. E quando smettete di ascoltarlo vi spegne piano, un pezzo per volta, portandosi via per prima proprio la cosa a cui teniamo di più: la nostra capacità di pensare.

La cosa quasi ridicola è che chiede pochissimo, e paga subito. Un bicchiere d’acqua e tornate lucidi. Cinque minuti al sole e il problema che vi girava in testa cambia faccia. Una dormita vera e vi ritrovate una pazienza che credevate esaurita. E noi lì a rimandare, a quando avremo finito, come se prima o poi si finisse.

La mia amica, quel giorno che mi raccontava, alla fine in bagno c’è andata.

Una cosa da niente. Ma è da lì che si riparte.


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Thalea.ai è aperta finalmente a tutti

C’è un momento in ogni progetto in cui smette di essere tuo e diventa di chi lo usa. THALEA lo ha raggiunto.

Per mesi l’ho tenuta in un cerchio stretto: poche persone alla volta, invitate una a una. Poi, in poche settimane, sono arrivate centinaia di richieste — molte più di quante ne aspettassi. Chi è entrato l’ha usata ogni giorno, in montagna come in città, uscendo anche solo per pochi minuti e dicendomi con onestà cosa funzionava e cosa no. Ho passato le ultime settimane a rifinire ogni dettaglio a partire da quelle voci. THALEA è quello che è oggi grazie a loro. Grazie, davvero.

Per chi la incontra ora: ogni mattina THALEA ti propone una piccola prescrizione di natura. Un gesto concreto, pensato per dove sei e per come stai, da fare all’aperto e senza schermo. L’app la apri un minuto, poi il telefono torna in tasca: il resto si fa fuori. Venti minuti tra gli alberi. Uno sguardo che si allarga su un orizzonte. Un sentiero a passo lento. Niente classifiche, niente traguardi da rincorrere. Dietro c’è la scienza che studio da anni — l’attenzione che si rigenera, lo stress che cala, la meraviglia che ci rimette a fuoco — ma qui la incontri sul sentiero prima che sulla pagina.

La trovi su thalea.ai.

Ci vediamo la fuori.


Unspecial, il mio nuovo libro

E se ti dicessi che non sei speciale — e che è la notizia migliore che potresti ricevere?

C’è un rumore di fondo che non tace mai: la sensazione di dover essere sempre altrove, più avanti, più speciali. UNSPECIAL nasce da lì — dalla stanchezza di una stanchezza che non sappiamo spiegare.

Tra neuroscienze e boschi, topi di laboratorio e un ufficio postale dove si scrivono lettere a chi non può più rispondere, ho provato a smontare una delle convinzioni più radicate del nostro tempo: che valere significhi spiccare. E a raccontarne il rovescio, che è una liberazione: se non dobbiamo essere speciali, siamo liberi di essere, semplicemente, vivi.

Un saggio narrativo su cosa succede quando smettiamo di rincorrere l’eccezionale e torniamo a guardare ciò che c’è. E non è poi così male.

UNSPECIAL è il mio secondo libro, lo trovate in prevendita dal 30 di Luglio sia online che nelle librerie. E dal 22 settembre nelle vostre mani fatto di carta.

Dove e quando presenterò del libro:

  • 25/09, Borgo del maglio di Ome (Bs), ore 19.00

  • 29/09, Librixia Brescia, ore 19.15

  • 02/10, Presentazione ufficiale, Libreria GOGOL, Milano ore 18.30

  • 10/10, Modena, orario e location in via di definizione

  • 22/10, Sirmione, Hotel Catullo ore 19.00

  • 27/11, Bookcity Varese, orario e location in via di definizione

A breve tutti i dettagli.


I prossimi viaggi insieme a me:

Mongolia: 1-15 Agosto (Sold-out!)

Foreste Casentinesi: 16-18 Ottobre (Sold-out!)

Marocco: 24 Ottobre - 1 Novembre (Ultimi posti disponibili)

Coming soon:

Giappone: 7-23 Maggio 2027

Scozia: TBD

India: TBD


Mantica Book-Club di Agosto

Ci sono libri che ti spiegano il mondo, e libri che te lo fanno guardare come se fosse la prima volta. Questo è del secondo tipo.

Breve storia di (quasi) tutto

Bill Bryson non è uno scienziato. È uno scrittore di viaggi che un giorno si è accorto di non sapere quasi niente del pianeta su cui viveva. Non sapeva come si pesa la Terra, cosa succede davvero dentro un atomo, perché il mare è salato. E invece di farsene una ragione, ha fatto la cosa più rara che ci sia: è andato a chiedere. Per tre anni ha inseguito i più grandi scienziati del mondo con le domande che tutti abbiamo da bambini e poi, non si sa perché, smettiamo di fare. Ne è uscito il libro di divulgazione più letto del secolo.

È fatto della stessa materia di Mantica. La meraviglia come porta d’accesso, la scienza raccontata non dall’alto di una cattedra ma dal di dentro dello stupore. Dal Big Bang alla prima cellula, dagli atomi che ci compongono e che prima di noi sono stati dentro le stelle e dentro chissà quante altre creature, fino all’improbabilità quasi commovente di essere qui, adesso, vivi e capaci di farci delle domande. E in mezzo, tutti gli scienziati veri, ostinati, spesso stravaganti, che quelle risposte le hanno cercate una vita.

Lo leggeremo insieme. Il 26 agosto, alle 21, ci troviamo online, solo noi abbonati, per parlarne. Non serve averlo finito, non serve preparare niente. Serve solo la voglia di restare un’ora dentro quella meraviglia, in buona compagnia.

Prendetevi il libro e portatelo con voi in questo agosto, sotto un ombrellone o su un balcone la sera. E se vi capita di alzare gli occhi al cielo mentre leggete, è esattamente l’effetto giusto.

Ci vediamo il 26.


Prossimi eventi dal vivo

24-25/08: VivaViva Fest, Bosco Albergati (MO)

Il resto del calendario lo trovate qui, sempre aggiornato.

Read on andreabariselli.substack.com

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