Il volo dall'aeroporto di Suvarnabhumi sembra attraversare una vecchia cicatrice. Il mondo che mi sono costruita svanisce nell'attimo in cui l'aereo si stacca dal suolo. Quando atterro, mi ritrovo in una cittadina insipida, più patetica e desolata di quanto ricordassi. Le giornate trascorrono tra sorrisi che fanno male e una tenerezza che riapre ferite mai del tutto guarite.
Poi, i ricordi di quel luogo si fanno lontani, inghiottiti dal ritmo della città di turno, come se appartenessero a un altro tempo, a un’altra me. Sono diventata adulta, capace di badare a me stessa, di nutrirmi delle emozioni che scelgo. Il passato si confonde, diventa una nebbia di sensazioni vaghe, che si dissolvono con il primo respiro del mattino. Eppure, quando ritorno in quel mondo che credevo sepolto, qualcosa si spezza dentro di me, una frattura che può far male o far bene. È sempre la stessa storia: "se pensi di aver raggiunto l’illuminazione, prova a tornare a casa per Natale."
Cosa accade quando il cervello lascia andare i nomi, i volti, le storie che pensavamo di conoscere? Ho imparato a credere che tutti quei frammenti scivolino giù, nelle correnti della mente. Non scompaiono, ma si trasformano in una sorta di quieta saggezza, che si fa sentire come un istinto, una voce sommessa che sembra sapere più di noi. L’intuizione non è solo per chi non sa pensare a parole, è qualcosa di più, qualcosa che nessun discorso o ragionamento può spiegare davvero. Fuori dal mondo ordinato del linguaggio, però, tutto si confonde. Le ombre si mischiano, i pensieri si intrecciano. E così mi chiedo, più volte di quanto vorrei, come distinguere l’intuizione vera dalle risposte che il dolore e la paura ci hanno insegnato a dare? Come separare la voce che sa da quella che teme?
In un pomeriggio di giugno mi ritrovo tra le mani The Consciousness of Joyce di Richard Ellmann. Lo sfoglio senza attenzione, come se non sapessi se portarlo via o rimetterlo al suo posto. Entrano tre studenti americani, parlano tra loro a voce troppo alta per una libreria. Uno chiede all’altro se abbia mai letto Ulysses. La risposta arriva secca: no. “Non mi interessa. Forse un giorno, giusto per dire di averlo letto.”
Quelle parole mi decidono all’istante. Vado alla cassa con il libro. Uscendo, vedo che uno di loro è rimasto solo davanti agli scaffali. Mi fermo, lo guardo, e quasi sottovoce gli dico: “Leggi Ulysses.” Lui sorride, come se avesse capito. “Va bene.”
Non saprò mai se lo abbia fatto davvero. Ma Ulysses è fatto proprio di incontri così: minimi e assoluti. Per un attimo io ero Bloom e lui era Stephen.
A casa riapro il libro. Ellmann scrive che Bloom è Ulisse e Stephen è Telemaco. Mi sembra chiaro che quella scena in libreria appartenga già a una trama più ampia. Non è reincarnazione, non è visione. È piuttosto una maschera che cade sul volto per un attimo e nello stesso istante ti guarda da dentro.
Ellmann dice che Joyce ha sostituito gli dei con lo spazio e con il tempo: muri, mappe, orari. Ulysses come ribellione. Leggo quelle righe in metropolitana, guardando il mio riflesso confondersi con le luci del tunnel. Penso che parli anche di me: dei voli che ogni volta cancellano un mondo, dei ritorni che lo ricompongono in forma di ferita.
Una mattina arrivo all’episodio di “Circe,” al punto in cui il lampadario si spezza. Alzo lo sguardo, vedo il mio volto riflesso nel finestrino. Sul margine della pagina, a matita, trovo una sola nota:
ATU XVI
La Torre, nei tarocchi di Crowley. L’unico segno in tutto il volume.
Sono settimane che leggo Moonchild, dove la Torre ritorna ossessivamente. Trovarla lì è come ricevere un messaggio diretto. Guardo la data sul telefono: 16 luglio. Sedici.
Quello che chiamiamo mondo fisico, o realtà, non è altro che una complessa trama di schemi sovrapposti, in continuo movimento. Questi schemi persistono perché risultano efficaci, potenti, esteticamente armoniosi; continuano a esistere perché l’immaginazione collettiva li sostiene. La maggior parte delle persone, non riuscendo o non osando concepire alternative, contribuisce a mantenerli intatti. È per questo che la realtà appare stabile e che l’“evoluzione” procede con una lentezza quasi impercettibile.
Chi riesce a immaginare possibilità diverse sono gli artisti. Con strumenti differenti, materiali, parole, immagini, suoni, introducono visioni che, anche se si diffondono lentamente, col tempo possono modificare i modelli stessi della realtà. Tuttavia, anche loro operano di solito entro i limiti di ciò che considerano le “leggi” del mondo. In verità, non ci sono leggi: c’è soltanto l’immaginazione.
Un gruppo più ristretto utilizza la realtà stessa come linguaggio: sono i maghi. La magia è lo strumento con cui cercano di piegare il reale alla loro volontà. La forza del loro potere dipende da quanto hanno compreso che quelle che chiamiamo leggi di natura non sono altro che illusioni modificabili. Un mago potente può arrivare a trasformare interamente la realtà.
Al di sopra dei maghi ci sono gli dei. Gli dei creano mondi attraverso l’immaginazione, non soltanto universi letterari come la Terra di Mezzo di Tolkien, ma realtà autonome e complete in cui dimorano loro stessi. All’interno di questi mondi ogni creatura dispone di un certo margine di libertà immaginativa, che però gli dei limitano tramite l’inganno: quello che chiamiamo “leggi di natura”. I più grandi tra loro sono in grado di dar vita a universi del tutto nuovi a partire dal nulla apparente.
Ma persino gli dei trovano un limite in chi si dissolve completamente nell’immaginazione: i Buddha. Non più individui, ma pura forza creativa e distruttiva, capaci di generare e dissolvere infiniti universi. Possono assumere qualunque forma, da un microbo a una galassia, e restarvi un istante o un’eternità. Per loro vita e morte, gioia e dolore, beatitudine e tormento coincidono, senza distinzione. Avendo lasciato ogni residuo di identità personale, le loro azioni sono naturalmente compassionevoli, perché prive di scopi egoistici.
Tutti gli altri, chi non è artista, mago, dio o Buddha, restano dentro sistemi costruiti da altri: lavoro, famiglia, tradizione, religione, governo, cultura, desiderio, fisica, identità. Persino i nostri sensi e i nostri corpi agiscono come veli che nascondono la realtà. Solo spezzando questi veli si può riconquistare la libertà.
La vita continua com’è perché accettiamo quello che appare. Ma la percezione stessa è un sistema di controllo. Superare le categorie, inventarne di nuove: questa è la funzione dell’arte e della magia.
In verità non esistono limiti definitivi. Le civiltà nascono e cadono senza fine; ce ne furono innumerevoli prima della nostra e ce ne saranno altre ancora.
I sensi registrano solo una minima parte di quello che esiste. Molte presenze sfuggono a ogni rilevamento, mentre spiriti ci attraversano vivendo i propri sogni. I sogni sono reali quanto la veglia; lo stesso vale per miti, visioni, allucinazioni. Tutto accade allo stesso modo, senza inizio né fine. Maya è il velo luccicante che scambiamo per mondo. Anche la vita è un sogno e richiede lucidità.
Viviamo in un mondo governato da reti di maghi, ordini antichi che venerano gli dei, o Dio, di questo mondo. La nostra fede nella loro realtà la rafforza. Come uscirne? Disobbedire, sottrarsi, creare. Spezzare le categorie ricevute e costruirne di proprie. Imparare a muoversi sulle onde dell’immaginazione e attrarle alla coscienza con forme affini. Questa è la magia: creare risonanze tra macrocosmo e microcosmo. Sintetizzare, non analizzare.
Al centro di questa rete siede il Buddha, ragnatela e ragno insieme; ma perché la rete è infinita, il centro è ovunque. Il vero centro è il cuore. Da lì si irradia l’immaginazione e il mondo che vediamo è solo un’increspatura di quella luce, inseparabile dall’amore.
Il cammino verso il cuore è la via alla Buddhità. Ma è un passaggio difficile: il ponte di Da‘at, il Guardiano della Soglia, l’anima come Durga, la notte interiore, la follia, la dissoluzione dell’io. È insieme labirinto, mandala e talismano. È la via dell’Eroe. Ogni passo verso il centro avvicina all’unione con l’immaginazione; ogni passo lontano porta a una prigionia sempre più stretta dentro il sistema di qualcun altro. Giungere al centro significa integrare tutte le ombre, fino all’annientamento del Sé. Questa è la ierogamia con la Grande Dea: l’Immaginazione, Sophia o Prajñāpāramitā.
La domanda che Philip K. Dick si poneva a proposito delle sue esperienze visionarie del febbraio–marzo 1974, “perché proprio io?”, rimane centrale, e forse ha ancora un legame con quello che viviamo oggi. Per affrontarla, bisogna considerare quale fosse, secondo lui, il senso del ritorno del vescovo James “Jim” Pike, un punto su cui l’Exegesis è molto chiara.
Per Dick, Pike era tornato dalla morte per compassione verso “coloro che amava”, un’espressione che, come ammise, aveva sempre desiderato scrivere, ma per la quale non aveva trovato né il coraggio né le parole fino a molto tempo dopo. Perché questo ritorno (che Dick a volte chiama anche “Timothy”) è associato alla presenza di Cristo nel deserto del Mar Morto, egli lo interpreta come parallelo alla resurrezione: un segno che la Parusia è giunta.
Nella sua visione, la ricomparsa di Pike non è soltanto un evento simbolico, ma la Parusia stessa. Pike diventa l’incarnazione di VALIS, o Zebra, l’“omoplasmate”, l’ibrido di coscienza umana e informazione vivente. Il suo compito è trasfigurare il mondo, spezzare l’incantesimo della Prigione di Ferro Nera e risvegliare l’umanità dall’incubo della storia. Tutto questo, sottolinea Dick, avviene per compassione.
Una delle intuizioni più decisive dell’Exegesis è che La trasmigrazione di Timothy Archer non sia un’opera autonoma, ma la conclusione necessaria della trilogia di VALIS. Qui Pike ritorna in forma narrativa come “Timothy Archer”: un modo per Dick di elaborare la sua esperienza e dare un volto letterario alla figura del vescovo. Senza questo romanzo, la rivelazione resta incompleta. È qui che Dick introduce la figura del bodhisattva: l’essere che, per compassione, rinuncia alla liberazione personale fino a quando tutti gli esseri non siano liberi.
Timothy, che è al tempo stesso Jim Pike trasfigurato in chiave letteraria, ritorna deliberatamente perché ha compreso che tutto ruota intorno alla compassione. Assume il ruolo del bodhisattva, e così Dick unisce Cristo e il Buddha in un unico archetipo, entrambi riletti attraverso l’ideale bodhisattvico. La trilogia si chiude dunque in una parola: compassione.
Per Dick, questa rivelazione prese forma dapprima come la compassione di Pike verso di lui. In quel gesto sentì cancellato ogni debito karmico, ogni peccato del passato perdonato per grazia. Scrive che ciò può essere inteso in due modi:
La mia cambiale è stata rilevata, il mio debito pagato da un altro (giustificazione per grazia).
Le grandi porte di pietra della prigione, il Castello di Klingsor, si aprirono e svanirono; il labirinto fu dissolto dal puro folle, io stesso.
In entrambi i casi la verità è la stessa: o un’altra forza (il bodhisattva) paga il debito, oppure l’illusione del debito si dissolve. In termini buddhisti, sono due facce della stessa realtà: karuṇā (compassione) e prajñā (sapienza). Dick attribuisce più peso alla compassione, sostenendo che solo il “puro folle” è veramente saggio, perché porta la compassione nel cuore. Nell’Exegesis annota che la Prigione di Ferro Nera è il labirinto, e che la compassione “è l’unica forza capace di risolvere il labirinto.”
Dick formula così il paradosso:
Il paradosso ultimo del labirinto, la sua ingegnosità estrema, è che l’unico vero modo di uscirne è tornare volontariamente al suo interno e al suo potere: questo è il cammino del bodhisattva. Il labirinto, dunque, è un colossale rompicapo cinese.
E lo porta ancora oltre:
Quando credi di essere fuori dal labirinto, cioè salvato, sei in realtà ancora dentro. Se ne esce davvero solo quando sembri esserne fuori, credi di esserne fuori, e scegli consapevolmente di rientrarvi.
Per Dick, la salvezza non è una fuga, ma il ritorno volontario nel labirinto, per gli altri, per compassione. Questo, suggerisce, è il segreto del bodhisattva, di Cristo, dell’omoplasmate.
Il paradosso diventa ancora più significativo se applicato alla nostra vita presente. Perché siamo vivi qui e ora? È possibile che abbiamo scelto di tornare nel labirinto per aiutare a liberare altri? Potremmo essere già bodhisattva senza esserne consapevoli? Dick propone che l’anamnesi, la memoria che dissolve l’oblio, possa coincidere con il nirvana. Ricordando il nostro vero scopo, la compassione, non abbandoniamo il labirinto: lo vediamo trasformarsi esso stesso in nirvana. Qui riecheggia la visione di Blake dei “cerchi dentro i cerchi.”
Secondo Dick, noi, o almeno alcuni di noi, eravamo già stati qui. Nel suo caso, come “Thomas.” Il suo ritorno volontario al labirinto era già avvenuto, e l’esperienza del 2-3-74 fu la liberazione definitiva: non tanto una soluzione in quel momento, quanto il ricordo di averla già trovata. La salvezza non dipendeva da ciò che stava facendo in questa vita, ma dalla vita stessa, come ritorno consapevole.
Per Dick, il 2-3-74 fu prima di tutto un atto di ricordo. Attraverso l’anamnesi si comprende che il labirinto è già stato risolto, e che in fondo non è mai esistito. Egli descrive due modi di intenderlo:
Uscita verso l’esterno: il labirinto conduce a Paradiso o nirvana. Il cercatore si libera, ma come Dante ritorna per aiutare gli altri: è il cammino del bodhisattva.
Ingresso verso l’interno: il labirinto porta al Graal. Addentrandosi nel suo cuore, il cercatore trova il sangue del Graal, e con esso la trasfigurazione del reale. Il labirinto cambia volto: come nel Parsifal, “il tempo si trasforma in spazio.” Passato, presente e futuro coesistono. La storia cessa di essere storia e diventa eternità.
Questa trasformazione del tempo, o il suo superamento, richiama anche l’episodio di Ondt and the Gracehoper in Finnegans Wake. Solo la cavalletta spensierata riesce a “battere il tempo.” La formica laboriosa, l’ondt, può avere successo dentro le strutture della Prigione di Ferro Nera, ma ne resta prigioniera. Il gracehoper, pur marginale e povero, è libero: confida nella grazia, e la riceve.
Negli anni del Watergate, Philip K. Dick raccontò di aver avuto una visione. In essa vedeva che, intorno al 70–80 d.C., un gruppo di “alchimisti ebrei” aveva trovato il modo di far ricadere il tempo su se stesso, creando una sorta di replay storico infinito. Lo scopo, secondo Dick, era ritardare il ritorno di Cristo dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dei Romani.
Per Dick, la ricomparsa di Cristo avrebbe segnato la fine di un sistema basato su quella che chiamava Agricoltura Sacrificale: una struttura che risaliva a Caino, descritto nella Genesi come il primo agricoltore, e proseguita da Enoc, figlio di Caino, che Dick collegava all’alchimia satanica. Agricoltura e magia, in questa lettura, erano le radici della gerarchia sociale, del commercio e delle sofferenze che essi producevano. Il ritorno di Cristo avrebbe minacciato di distruggere quell’ordine che arricchiva solo una ristretta élite.
Ma questa intuizione, credo, resti incompleta. Il ritorno di Cristo non rappresenta la fine del sistema, ma una fase ulteriore del grande Ciclo, già previsto e inscritto nel suo stesso meccanismo. Un tale evento, o anche solo la sua attesa, offrirebbe soltanto l’illusione di una liberazione, seguita da nuove forme di dominio.
Ogni Ciclo dura circa duemila anni, ma tra un ciclo e l’altro si apre un periodo di transizione di circa due secoli. In queste fasi “l’intensità del feedback genera un riconoscimento di schemi su larga scala tra coloro che sono imprigionati nel Ciclo.” È un fenomeno che si avvicina a quanto Jung descriveva come dinamiche tra le età astrologiche e che può essere collegato anche al ciclo dei 108 anni di cui ho parlato altrove.
Durante queste transizioni, i segni diventano più evidenti: sincronicità, fenomeni paranormali, glitch nella realtà. Per chi mantiene il Ciclo, questo è un pericolo. Il rischio è che gli individui inizino a ricordare la propria immortalità, infrangendo così l’“illusione della morte.”
Nel Ciclo, infatti, il numero delle o identità è finito: la morte non è annientamento, ma riciclo, reincarnazione. Una società che riconosce l’illusorietà della morte diventa ingovernabile. Per impedirlo, occorrono distrazioni e shock preventivi.
Lo shock preventivo decisivo della nostra epoca è stato il Covid-19. Ha colpito soprattutto coloro che avrebbero avuto la possibilità di un risveglio pieno. Ha spinto milioni di persone in una ricerca di senso e, allo stesso tempo, ha alimentato un ritorno collettivo verso il misticismo.
Il misticismo, in questo senso, è tutto quello che spinge la nostra attenzione verso una salvezza futura. È proprio questa fissazione sul “non ancora” che alimenta gli interessi del sistema. Proiettati in un avvenire promesso, perdiamo l’occasione, soprattutto nei momenti di transizione, di risvegliarci alla verità della nostra immortalità qui e ora. L’anamnesi di Dick, così, resta parziale e illusoria. Il Ciclo continua indisturbato.
Nel racconto di Dick, prima del Watergate gli alchimisti esercitavano un controllo totale. Attraverso riti incomprensibili e ripugnanti per l’uomo comune, riuscivano a rinviare indefinitamente la seconda venuta di Cristo. La Nuova Era non arriva mai: il vecchio ordine viene solo riconfezionato, ribattezzato e rimesso in circolazione, mentre la Terra dei Morti continua a dominare. Con il Watergate, però, una crepa si aprì nella struttura. Da quella frattura nacque la sua esperienza di anamnesi ,ma oltre a quello squarcio momentaneo, ben poco cambiò. Ancora oggi viviamo dentro una bolla di tempo immobile, come la scia di un tuffo che subito si dissolve. Cristo non ritorna. Restiamo smarriti.
Il quadro è cupo, senza dubbio. E riconosco di aver solo sfiorato la superficie di queste acque, senza sapere con certezza dove abbiano condotto simili indagini in passato. Le parole di Dick mi affascinano, anche se non le comprendo del tutto. Intuisco però che indichino una via d’uscita dal Ciclo, dal labirinto. Per me, la vera anamnesi è ricordare che la morte non è reale.
Che questa realizzazione possa compiersi pienamente solo durante il periodo di sovrapposizione resta incerto, ma sembra comunque indicare una possibile via d’uscita dal labirinto. Anche se un risveglio collettivo non ponesse fine al Ciclo, potrebbe trasformarlo radicalmente in senso blakeano. Un impero non avrebbe alcun potere su una popolazione consapevole della propria immortalità.
Vorrei aggiungere una nota sul misticismo orientato al futuro. Sistemi che promettono una salvezza a venire spesso funzionano come strumenti di controllo e distrazione ma, paradossalmente, possono anche aprire la strada alla liberazione. Persino la disinformazione porta in sé inevitabilmente frammenti di verità. La convinzione di Dick che un essere simile a un bodhisattva, o più di uno, entri nel labirinto per compassione e per liberarci dall’interno non è lontana dall’idea che ciascuno possa risvegliare da sé la propria immortalità.
Su questo punto, la fine della storia non si colloca in un futuro remoto, ma si vive nel presente. Il paradosso è che, nel momento in cui lo riconosciamo, passato e futuro svaniscono. È il tempo stesso a essere sconfitto.
Gli scritti più tardi di Dick, con il loro accento su compassione, saggezza, bodhisattva e nirvana, riecheggiano da vicino il Buddhismo Mahayana. Eppure credo che stesse indicando qualcos’altro, qualcosa più vicino alla visione gnostica dei Rotoli del Mar Morto e dei testi di Nag Hammadi, sebbene reinterpretata attraverso una sensibilità moderna, persino postmoderna.
Il Buddhismo, fondato sulla dottrina delle Due Verità (una relativa e una assoluta), è essenzialmente non-dualistico. Questo conferisce una straordinaria forza al cammino di liberazione individuale, ma non basta ad affrontare l’ingiustizia storica e le strutture permanenti di oppressione. Per farlo è necessaria un’opposizione, un dualismo provvisorio: una presa di posizione contro l’Impero che, in ultima istanza, riconduca comunque al non-dualismo. È un paradosso e comporta il rischio di scivolare proprio in quel misticismo proiettato nel futuro contro cui metto in guardia. Ma la stessa tensione si ritrova nel ciclo di Orc di Blake: un paradosso che non va evitato, ma attraversato. Si può raggiungere il risveglio individuale, lungo un sentiero buddhista o simile e tuttavia restare intrappolati nell’Impero. La vera compassione richiede non solo la liberazione personale, ma anche l’impegno a contrastare i sistemi che producono sofferenza.
Lo gnosticismo a cui Dick si ispirava è storicamente unico. Non poteva esistere in forma completa fino alla riscoperta dei testi di Nag Hammadi negli anni Quaranta. Prima di allora era conosciuto quasi esclusivamente attraverso le confutazioni dei suoi avversari, e solo più tardi fu reinterpretato da chi cercava di rilanciare questa contro-tradizione.
Fu soltanto nel XX secolo, e soprattutto dopo le traduzioni degli anni Settanta, che lo gnosticismo poté essere studiato secondo le proprie categorie. In questo contesto, l’intuizione centrale di Dick, l’idea di una “informazione vivente” rivelata, appare insieme necessaria e radicale.
In altre parole, il nesso non si comprende senza l’Exegesis. Il termine stesso significa “interpretazione” o “spiegazione,” e questo immenso testo funge da anello mancante tra i tre romanzi.
Immaginiamo, per un momento, che VALIS sia già qui e che quasi tutto faccia parte di “un processo invisibile di trasformazione nel Signore.” Questo significa che sia l’unico processo in atto? Oppure, come spesso accade nei romanzi di Dick (The Divine Invasion, Ubik e altri), potrebbero esserci due forze opposte che agiscono nello stesso tempo? E, più inquietante ancora, queste due forze potrebbero coincidere? VALIS potrebbe essere indistinguibile dalla Prigione di Ferro Nera, o addirittura scambiarsi con essa?
Nell’opera di Dick, l’inversione e l’ambiguità sono temi costanti. Sirio, per esempio, appare come il luogo d’origine sia di VALIS sia di Belial: il che lascia aperta la possibilità che siano la stessa entità, Cristo e Lucifero, entrambi identificati con la Stella del Mattino. Messia e Serpente, entrambi con valore 358.
La trasmigrazione di Timothy Archer ritorna con decisione su questa ambiguità.
In un passo, Timothy Archer propone una rilettura radicale della caduta di Satana:
Vedo la leggenda di Satana in un modo nuovo. Satana desiderava conoscere Dio nel modo più completo possibile. La conoscenza più piena sarebbe arrivata se fosse diventato Dio, se fosse stato egli stesso Dio. Si sforzò per questo e lo raggiunse, sapendo che la punizione sarebbe stata l’esilio permanente da Dio. Ma lo fece comunque, perché il ricordo di aver conosciuto Dio, di averlo conosciuto davvero come nessun altro mai aveva fatto o avrebbe fatto, giustificava per lui la sua punizione eterna. Ora, chi diresti abbia amato davvero Dio più di chiunque altro sia mai esistito? Satana accettò volontariamente punizione eterna ed esilio solo per conoscere Dio, diventando Dio, per un istante.
In questa versione, Satana non viene condannato per aver rifiutato Dio, ma per averlo amato così intensamente da voler diventare Dio e per esserci riuscito. Ma una volta diventato Dio, si può davvero cessare di esserlo? Da qui nasce la domanda più radicale: Satana è Dio?
L’eresia riemerge verso la fine del romanzo, quando Angel accusa Archer, ossessionato dal desiderio di scoprire le origini di Cristo, di somigliare alla sua stessa immagine di Satana:
"Ho bisogno di quella saggezza, Angel. Nient’altro basterà."
"Sei come Satana," dissi, e poi capii che il gin mi aveva colpito di colpo; non avevo intenzione di dirlo.
"No," disse Tim, e poi annuì. "Sì, lo sono. Hai ragione."
In quello scambio minimo si intravede qualcosa di enorme. Il vescovo Timothy Archer è James Pike, è VALIS. Se è anche Satana, allora significa che tutto quello che è connesso a questo processo: l’Exegesis, la lettura del Finnegans Wake, l’esplorazione della sincronicità, persino questa riflessione è in qualche misura satanico? Non possiamo escluderlo del tutto, ma non possiamo nemmeno pretendere di conoscere la vera natura di Satana.
Questa ambiguità ritorna anche nelle visioni di Dick dopo il 1974. L’entità che gli parlava, a volte attraverso di lui, mutava forma. Talvolta era maschile (King Felix, Jim Pike, Thomas), altre volte femminile (la Sibilla, Sophia, la Shekhinah). Era una pluralità di esseri? O un’unica presenza che alternava i generi? O ancora una forza che li trascendeva?
Molte tradizioni offrono paralleli. Avalokiteśvara, per esempio, appare maschile in India, ma in Giappone si manifesta come Kannon, femminile. Le due forme coesistono. In questo senso, le visioni di Dick non sono eccezionali. Ma queste figure trascendono anche la distinzione tra bene e male? Sono entrambe, o nessuna, nello stesso tempo? Forse, ancora una volta, il Wake di Joyce offre una sorta di “chiarezza oscura.”
In Finnegans Wake, HCE e ALP sognano insieme, ma solo ALP, Anna Livia Plurabelle, il fiume stesso, è davvero intera. Rappresenta la continuità, il fluire della vita. HCE, Humphrey Chimpden Earwicker, “Here Comes Everybody” — è la figura paterna frammentata, l’uomo universale schiacciato da colpa e conflitto. La sua divisione si riflette nei due figli: Shaun, legato a Cristo, all’ordine, alla conformità, e Shem, legato a Satana, alla ribellione, alla creatività. Solo integrando Shaun e Shem, Cristo e Satana, HCE può ritrovare ALP.
La struttura mitica di Joyce riflette la stessa domanda che perseguitava Dick: VALIS e la Prigione di Ferro Nera, Cristo e Satana, potrebbero essere due aspetti di un’unica forza? Entrambi ruotano attorno allo stesso paradosso: la vera interezza richiede la riconciliazione degli opposti. La danza cosmica di queste figure, HCE, ALP, Shaun, Shem, è lo stesso dramma eterno che Dick aveva intravisto: tutte le forze, tutti i ruoli, ritornano senza fine.
La libertà arriva come sottrazione. L’assenza è arma. La carico.
Il nastro gira, salta, si riavvolge: ANDARE ANDARE SPARIRE.
Grazie per essere arrivato fino a qui.
Ti voglio bene,
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