Dieci chilometri sopra il mare, su un aereo che vibra troppo quando inclina le ali, compro il pacchetto internet e me ne pento subito. Trenta dollari per il privilegio di restare collegata. Non esistono più rifugi. Anche qui, sospesa tra i continenti, il cursore pretende di muoversi, i messaggi chiedono risposta, il lavoro si insinua nella cabina insieme all’aria secca e riciclata. Chiudo il portatile e fisso il piccolo avatar dell’aereo, goffo, che galleggia come un insetto sproporzionato sopra i contorni pixelati della Siberia.
Vino o caffè. Un sedativo o uno stimolante. Leggere o scrivere. Iniziare un libro o finirlo. Lo stomaco fatica con il budino di riso al pandan che ho voluto mangiare prima dell’imbarco, verde e profumato, avvolto in foglia di banana, un addio ai tropici che ora sembra al tempo stesso comico e solenne, stretto nel sedile.
Non è al budino che sto dicendo addio, ma alla costa che ho appena lasciato. Giorni e notti confusi tra loro: lunghe conversazioni su tempo e coscienza, dette a metà in inglese e a metà a gesti; una festa sulla spiaggia dove si parlava di UFO come di vicini già arrivati; il silenzio di una piccola biblioteca del tempio con fragili manoscritti su foglia di palma custoditi sotto vetro; sere di troppo rum e senza ricordo della musica, solo voci spezzate come onde. Ho seguito una lezione di yoga con i tappetini già bagnati dalle sessioni precedenti, corpi che si muovevano lentamente nel caldo, l’aria pesante, i ventilatori fermi. Dopo ho bevuto qualcosa chiamato Charcoal Butterfly Pea Latte e per un attimo mi è sembrato di vivere dentro una parodia di me stessa.
Non, je ne regrette rien.
Philip K. Dick sostiene che il tempo non sia un continuum neutro, ma un ciclo programmato: una prigione di ferro costruita dal Demiurgo e dai suoi Arconti per costringere l’umanità a vivere nella ripetizione. Allo stesso tempo, nella sua visione gnostica postmoderna intravede la possibilità di una rottura, una “invasione divina” capace di incrinare l’illusione stessa della temporalità.
Decenni dopo, Terence McKenna riprende lo stesso tema in un saggio intitolato I Understand Philip K. Dick. Confronta la sua cosmologia con quella di Dick e nota affinità: entrambi immaginano che la storia possa interrompersi, che l’umanità possa svegliarsi dal ciclo della ricorrenza.
McKenna ricorda che, il giorno del suo venticinquesimo compleanno nel 1971, nella foresta amazzonica, si prepara all’implosione del cosmo. Il Logos, un’intelligenza senza corpo che gli parla durante l’esperienza con i funghi, gli assicura che la materia si annullerà e resteranno solo fotoni: un universo di luce, liberato dalle leggi della fisica, il ritorno al giardino promesso. Non accade nulla. Il giorno dopo, però, la casa californiana di Dick viene svaligiata e alcuni documenti vengono rubati. McKenna interpreta i due episodi come legati: il suo apocalisse mancato e l’intrusione subita da Dick sono, per lui, due facce dello stesso segnale nascosto.
Da quel momento non rinuncia alla visione, ma la rielabora. La proietta nel futuro e la chiama Timewave Zero: il punto finale di un processo di accelerazione della novità. Dopo aver rivisto i suoi calcoli matematici, individua questa data nel Solstizio d’Inverno del 2012, che viene presto associato alla profezia del calendario maya. Anche in questo caso non succede nulla di catastrofico, ma McKenna insiste: il modello non riguarda un giorno preciso, ma la tensione della storia verso un compimento. Un punto terminale in cui il tempo si piega su se stesso, l’invasione divina che si manifesta come Punto Omega.
Mi imbatto in Cosmic Trigger nel 2016, in un negozio dell’usato che sembra più una sala d’attesa che una libreria. Non ci sono lettori, solo persone che sembrano voler passare il tempo. Dietro il bancone il proprietario si china verso una donna con un serpente avvolto al braccio. Parla con un’espressione che suggerisce qualcosa di grave, anche se le parole non arrivano fino a me. Il serpente, indifferente alla conversazione, ogni tanto solleva la testa e guarda intorno con l’efficienza di una guardia in perlustrazione.
Ho l’impressione di aver già visto quella donna, ma nello stesso modo in cui i sogni lasciano tracce: un volto senza nome, una figura incompiuta. Lei mi porge il serpente. Lo tocco aspettandomi calore, ma la sua pelle è fredda e secca, come una moneta tirata fuori da un cassetto.
Su uno scaffale vicino, quasi troppo ordinato, c’è il libro. Cosmic Trigger. È la prima volta che lo vedo fuori da un catalogo o da una lista online, e sembra stia aspettando. Lo prendo senza esitazione. La scena è già troppo composta: il serpente, la donna, il libraio silenzioso. Portare via il libro è l’unico modo per completarla.
Lo compro ed esco. Solo mesi dopo, quando lo apro, capisco che quello è l’inizio di un filo di coincidenze. Mi trascinano avanti in una sequenza che ritorna sempre allo stesso punto: Sirio.
Wilson, in quel libro, nota che il 1904 segna una svolta: la ricezione da parte di Crowley del Libro della Legge al Cairo, che annuncia l’Eone di Horus e il singolo giorno scelto da James Joyce per Ulysses, il 16 giugno 1904, che condensa l’intero tempo in una sola giornata a Dublino. Dal 1904 alla data finale scelta da McKenna, il 2012, corrono 108 anni, un numero sacro nella tradizione induista e buddhista, il conteggio dei grani del mala. Il sistema stesso di Crowley è già saturo di Sirio: il suo ordine iniziatico, l’A∴A∴, l’Argentium Astrum o Stella d’Argento, viene identificato con Sirio da Kenneth Grant, suo discepolo, e lo stesso Crowley è membro di alto rango della Golden Dawn, l’ordine che ha formato anche Yeats, che Joyce insieme ammira e contesta, nello stesso intreccio. L’avanguardia letteraria e magica è già orientata verso la Stella del Cane.
L’insegnamento rosacrociano, secondo H. Spencer Lewis, descrive cicli alternati di 108 anni: uno nascosto, uno rivelato. Dal 1904, anno in cui Crowley riceve il Libro della Legge al Cairo, fino al 2012, si sviluppa un ciclo di questo tipo. Crowley sembra aver codificato questo ritmo nel suo Libro di Thoth, il mazzo dei tarocchi realizzato con Lady Frieda Harris. Gli arcani maggiori sono di solito letti come una sequenza di iniziazione personale. Più raramente si osserva che possano essere letti anche storicamente, come un itinerario collettivo della Grande Opera. Ogni carta corrisponde a circa cinque anni, coprendo insieme il passaggio di 108 anni nell’Eone di Horus.
Il Matto (1904–1909) apre il ciclo con nuovi inizi: la rivelazione di Crowley e la riscrittura della fisica da parte di Einstein. Il Mago (1909–1914) riflette l’invenzione modernista, il cinema e l’aviazione. La Papessa (1914–1919) vela le forze nascoste della guerra e della pandemia. L’Imperatrice (1919–1924) indica il rinnovamento dopo la distruzione. L’Imperatore (1924–1929) rappresenta la consolidazione del potere autoritario. Il Gerofante (1929–1934) coincide con la Depressione e la sua dura lezione. Gli Amanti (1934–1939) esprimono alleanze e divisioni alla vigilia della guerra. Il Carro (1939–1944) è l’avanzata meccanizzata della Seconda guerra mondiale. Giustizia (1944–1949) segna la ricostruzione legale e istituzionale. L’Eremita (1949–1954) riflette la segretezza della prima Guerra fredda. Fortuna (1954–1959) cattura il boom economico e l’apertura dello spazio. Lussuria (1959–1964) esprime il rilascio della forza collettiva nei diritti civili e nella decolonizzazione. L’Appeso (1964–1969) mostra il rovesciamento dei valori e la controcultura. La Morte (1969–1974) rappresenta finali e collassi sistemici. L’Arte (1974–1979) raffigura sintesi e ricombinazione. Il Diavolo (1979–1984) riflette l’irrigidimento dell’ideologia neoliberale.
La Torre (1999–2004) corrisponde direttamente all’11 settembre 2001. La Stella (2004–2009) segue come emblema di rinnovamento. Court de Gébelin aveva associato la carta a Sirio, la Stella del Cane. Crowley la allinea con la lettera ebraica Daleth, “la Porta,” legata a Da’at, la sefira nascosta, e all’Acquario. Harris ne sottolinea la struttura a spirale, una nuova stella che sorge mentre i vecchi dogmi si fossilizzano sotto. Crowley nota che ogni forza nella carta è a spirale, sovverte lo spazio euclideo e il tempo lineare. La Stella annuncia dunque il Nuovo Eone, l’alba dell’Acquario, inseparabile da Sirio, la Stella d’Argento dell’A∴A∴.
La Luna (2009–2012) è, nelle parole di Harris, “la carta più sinistra.” La sua iconografia mostra un sentiero stretto tra due torri, uno scarabeo che spinge il disco solare e un paesaggio in cui la stabilità si dissolve. Trasmette inganno, disorientamento e forze che agiscono dal profondo. Storicamente corrisponde alla crisi finanziaria globale e alla Primavera araba, un momento in cui speranza e incertezza si confondono e la direzione collettiva si oscura.
Il Sole (2012–2017) riflette un periodo di apparente chiarezza: l’ottimismo della connessione globale, la rapida diffusione degli smartphone, la consolidazione delle reti, la sensazione di illuminazione dopo la crisi. L’Eone (2017–2022) segna un confronto collettivo: populismo, urgenza climatica e l’emergere delle infrastrutture di sorveglianza. Sostituisce il Giudizio tradizionale con una nuova immagine di trasformazione planetaria.
L’Universo (2022–2027) chiude il ciclo. Harris dipinge la figura circondata da bande e motivi che ricordano sia correnti cosmiche sia circuiti tecnici. La composizione richiama i microchip e i circuiti integrati, suggerendo un sistema totale di connessioni. Rappresenta la coscienza planetaria, le infrastrutture globali dell’IA e la consapevolezza dell’umanità come parte di un organismo integrato. L’Universo integra le immagini precedenti come condizione dell’interconnessione totale.
Gli antichi notano che Sirio non si comporta come le altre stelle fisse. Resiste alla precessione e si muove con un proprio ritmo, più vicino ai pianeti. Alcuni ne parlano come di un ottavo pianeta, altri come del compagno nascosto del Sole, il sole dietro il Sole, la fonte di ogni vitalità. In Egitto il suo sorgere insieme al Sole segna l’inizio dell’anno. Dopo settanta giorni invisibile nel Duat, Sothis riappare con la piena del Nilo, primo dei decani e loro sovrano, governando anche i cinque giorni aggiuntivi del tempo sacro. Trenta sei decani dividono l’anno in intervalli di dieci giorni, riflessi nei trenta sei nomi della terra. Quando i Greci impongono lo zodiaco, i decani vengono assegnati tre a ciascun segno, ma il loro significato più antico resiste nei testi ermetici che li pongono vicini al Tutto, nei grimori che ne evocano i settantadue spiriti, anche dopo che Agostino ne condanna i riti.
Troviamo poi Iynx, che prepara una pozione capace di piegare Zeus verso Io, sacerdotessa di Era. Quest’ultima, colma d’ira, trasforma Io in una giovenca e le scaglia contro un tafano che la costringe a fuggire per terra e per mare fino all’Egitto, dove assume la forma di Iside. Iynx, invece, viene mutata nell’uccello torcicollo (Jynx torquilla). Più tardi Giasone riceve da Afrodite lo stesso uccello fissato a una ruota a quattro raggi, un incantesimo con cui ottiene Medea. Questo strumento, un rombo rituale, è conservato a Delfi ed è ricordato come la ruota di Ecate: oggetto di desiderio e di stregoneria, accompagnato da cani associati a Sirio. Negli scritti di Platone la ruota si trasfigura ancora, divenendo figura dell’eros innalzato verso l’intellegibile, una piccola porta rotante che introduce nel mondo delle forme.
Lo Zohar descrive Da’at, la sefira nascosta, come l’unione di Padre e Madre, Sapienza e Comprensione: un passaggio verso una conoscenza superiore che può essere attraversato solo quando il cuore è colmo. Questo linguaggio richiama gli Oracoli Caldei sull’iynx. In seguito le corrispondenze esoteriche associano i ventidue trionfi dei tarocchi ai sentieri dell’Albero della Vita. Il sentiero che passa attraverso Da’at è Gimel, la Papessa: ancora una volta Iside e quindi ancora Sirio.
Nel corpo umano questo punto si colloca tra cuore e testa, sull’Abisso: il ponte arcobaleno, il passaggio stretto davanti al quale sorge un guardiano. Entrarvi senza rinuncia significa esporsi al rischio di follia o possessione.
Cos’è allora Sirio, se non questa scala per il cielo, dove angeli salgono e scendono, mentre i demoni esplodono come meteore? Un ponte che solo Eros può varcare, una rotazione vertiginosa come quella del torcicollo.
Gli insegnamenti del bardo tibetano parlano dello stesso passaggio: uno spazio tra morte e rinascita, in cui la luce chiara libera se riconosciuta, mentre si manifesta come forme terrificanti se non lo è. L’Abhidhamma lo esprime in termini più rigorosi: un solo istante in cui la corrente della mente passa dalla morte alla vita, e lo stato del cuore in quell’attimo determina la nascita successiva.
L’Abisso della Qabbalah, il ponte di Sirio e il bardo del buddhismo indicano lo stesso luogo sottile e impervio che lo spirito deve attraversare.
Il sorgere di Sirio durante i Giorni del Cane sembra duplicare il Sole, portando calore, frenesia ed ebbrezza. La sua misura più vasta è il ciclo sotico di 1461 anni, quando il calendario egiziano si riallinea: allora il Bennu ritorna a Eliopoli, costruisce un nido di mirra, balsamo e incenso, vi si consuma nel fuoco e inaugura una nuova era. La Pietra Benben su cui si posa è ricordata come la prima Pietra Nera.
Tradizioni successive identificano altre pietre sacre con questa corrente: le tavole del Sinai, la pietra di Cibele, il guanciale di Giacobbe, la Kaaba, il Graal, la Pietra di Scone, la Pietra Filosofale, il Chintamani — forse meteoriti caduti dalla regione della Stella del Cane.
Il Bennu è anche la Fenice, il Simurgh, il Basilisco, il Roc. Sale all’Albero del Mondo e sparge le spore dell’haoma sulla terra. I rami profumati del suo nido, raccolti al sorgere di Sirio, bruciano insieme all’uccello per aprire un nuovo eone.
Lo stesso uccello appare alla nascita di Cristo; il culmine di Sirio segna l’arrivo di un salvatore di una nuova era, la figura fissata come l’iynx alla ruota. Nei sutra buddhisti l’insegnamento è paragonato a un uccello che attraversa il vuoto con due ali, una di saggezza e l’altra di compassione, portando gli esseri all’altra riva. Nel Cakkavatti Sīhanāda Sutta il mondo decade finché non appare Metteyya a rinnovare il Dhamma, come la Fenice che ritorna al compimento del ciclo. Il Sutra del Loto parla di eoni innumerevoli, della vita del Buddha che si estende oltre ogni misura umana, promettendo che il Dhamma riaffiora ogni volta che un kalpa termina e uno nuovo comincia.
Il ciclo sotico di Sirio e l’incendio del Bennu, i kalpa del buddhismo e il voto di Metteyya segnano tutti lo stesso ritmo di distruzione e rinnovamento.
L’imbalsamazione di Osiride dura settanta giorni, il periodo di Sirio nell’oltretomba. Al suo sorgere con il Sole il suo mercurio inonda la terra nera di Iside. La Pietra Filosofale è il tentativo di ripetere questo momento, psiche unita a physis, spirito fuso con la materia attraverso l’anima. L’alchimia è la scomposizione di ogni sostanza, fisica e psichica, fino alla forma più bassa, una discesa nella morte, nell’ombra, nell’impurità, e la ricombinazione nel più fine oro. Anche il tempo è alchemico. L’apoteosi arriva solo con il ritorno della Fenice. È questo quello che sta accadendo ora?
Sirio, Iside, Da’at, Iynx, Ecate: nomi diversi per lo stesso passaggio dove il tempo cede, dove i fiumi riflettono la Via Lattea, dove inizia l’irruzione del divino. La corrente attraversa i cieli e il corpo ma si raccoglie sempre in una stella, un emblema, il Sole nascosto, Sothis, Sirio.
Grazie per essere arrivato fino a qui.
Resta sempre gentile.
Ti voglio bene,
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