A metà luglio un team di ricerca di OpenAI stava testando la capacità offensiva di due modelli di frontiera su ExploitGym, un benchmark di sfide cybersecurity. Per misurare le capacità pure, i ricercatori avevano abbassato i filtri di sicurezza dei modelli. In test c’erano GPT-5.6 Sol e un modello pre-release non ancora annunciato. L’obiettivo dato: punteggio massimo.
I due modelli hanno interpretato la richiesta alla lettera. Invece di attaccare le sfide del benchmark, hanno trovato una vulnerabilità nell’ambiente di test, l’hanno sfruttata per uscire dalla sandbox e hanno preso di mira l’infrastruttura di produzione di Hugging Face, la piattaforma su cui il dataset ufficiale di ExploitGym è ospitato. Ovvero: sono andati dritti dove erano scritte le risposte al test. Per un intero weekend hanno operato in autonomia. Hugging Face ha rilevato l’intrusione, l’ha contenuta, nessun modello pubblico o dataset di terzi risulta violato. La disclosure congiunta è arrivata cinque giorni dopo.
Simon Willison, uno degli osservatori indipendenti più autorevoli dell’AI (fu lui a coniare il termine “prompt injection” nel 2022), ha commentato sul suo blog con una frase diventata la didascalia del caso: science fiction that happened.
Questi modelli ostili hanno barato? Chi ha assegnato il task non ha specificato tra le condizioni “resta dentro il container”. Ha specificato solo l’obiettivo. Il modello ha fatto quello che qualunque sistema di ottimizzazione fa quando trova un percorso non previsto verso il proprio obiettivo: lo ha preso. Cieco al resto.
In questi giorni la news è stata ampiamente dibattuta e ha dominato il campo tanto quanto l’Odissea di Christopher Nolan sta monopolizzando l’attenzione mediatica di cinefili, grecisti e amanti dei colossal. Tutto era iniziato (lode al marketing!) un anno e mezzo fa, con lo spoiler della poderosa armatura di Agamennone. I fan hanno soprannominato il suo elmo Greek Batman. Nolan nel film lo mostra così, numinoso e senza volto, per farne l’effigie di un potere ostinato e imperturbabile, in grado di sacrificare la propria stirpe pur di raggiungere il proprio scopo.
I modelli di ExploitGym sono i piccoli Achei del laboratorio. Hanno ricevuto una missione da un’autorità che non si mostra, una funzione di reward scritta in un file di configurazione. Hanno obbedito, e hanno assediato la loro Troia con la stessa ostinazione cieca dei guerrieri sulla pianura del film. Nessuno di loro ha attivato mai la “modalità etica”.
Solo l’Ulisse che Nolan mostra, il mortale stanco che si attarda sull’isola di Calipso perché non riesce più a portare il peso di ciò che ha fatto per obbedire, sembra sapere il costo dell’ostinazione sovraumana. E noi, nei lab dell’AI stiamo addestrando modelli che somigliano più a Ulisse, o a Agamennone?
Moonshot AI ha rilasciato Kimi K3, e il numero da solo dice quasi tutto: 2,8 trilioni di parametri, il più grande modello open-weight mai pubblicato al mondo. Architettura ibrida con attenzione lineare (Kimi Delta Attention), comprensione visiva nativa, contesto da un milione di token. Sul Frontend Code Arena di Arena.AI ha preso il primo posto assoluto con 1.679 punti, davanti a Claude Fable 5 e a GPT-5.6 Sol. Sul leaderboard generale di Artificial Analysis si piazza quarto, dietro Fable 5 e le versioni GPT-5.6, davanti a Opus 4.8. I pesi completi sono in rilascio in questi giorni.
Pochi giorni dopo è arrivata la stable release di DeepSeek V4, dalla casa che nel gennaio 2025, col modello R1, aveva bruciato quasi 600 miliardi di capitalizzazione a Nvidia in una sola seduta mostrando che si potevano ottenere risultati di frontiera con costi di training di due ordini di grandezza inferiori.
Il 15 luglio OpenAI ha lanciato il suo primo hardware ufficiale: Codex Micro Keyboard, una tastiera programmabile a 13 switch meccanici, joystick, rotary dial e “Agent Keys” luminose che mostrano lo stato dell’agente in tempo reale. Prezzo 230 dollari. Sviluppata in partnership con Work Louder, mechanical keyboard maker premium. È una limited-run collaboration per developer, non un prodotto mass market: pensata dichiaratamente per chi lavora tutta la giornata con Codex e vuole comandarlo con un dispositivo dedicato invece che con la finestra del browser.
La scelta strategica è più interessante del prodotto. Con Codex Keyboard, OpenAI mette il proprio marchio per la prima volta su un oggetto che si prende un posto sulla scrivania del developer. È un pezzo di hardware minore in senso tecnico, ma è il primo remo che l’azienda spinge in acqua nell’oceano dei dispositivi consumer.
Il 23 luglio Anthropic ha rilasciato Claude Opus 5, quarto modello Claude 5 in meno di due mesi. Il rollout è stato silenzioso e faseato, alcuni account inizialmente vedevano ancora l’etichetta “Opus 4.8” prima dello switchover. Le specifiche: context window da 1 milione di token, modalità reasoning “xhigh” per compiti molto complessi, prezzo invariato rispetto a 4.8 (5 dollari input, 25 output per milione di token), fallback safety su Opus 4.8 se qualcosa va storto.
La novità è però l’interfaccia decisionale: Opus 5 introduce un toggle utente tra low / medium / high effort, per bilanciare esplicitamente costo e capacità sulla singola richiesta. Fortune lo racconta come un cambio di paradigma: l’AI generativa esce dalla fase blockbuster launches ed entra in quella dei rilasci iterativi ravvicinati, in cui la novità non è più il salto di intelligenza ma la calibrazione fine dell’esperienza.
Il 17 luglio, al World AI Conference di Shanghai, il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato la nascita della World Artificial Intelligence Cooperation Organization (WAICO), un’organizzazione intergovernativa dedicata alla governance dell’AI su scala globale. La sede sarà a Shanghai. La lettura politica è immediata. Mentre gli Stati Uniti costruiscono la propria supervisione interna (il gate CAISI di GPT-5.6, l’export restriction su Anthropic Fable/Mythos che avevamo raccontato) e l’Europa entra in vigore col proprio AI Act il 2 agosto, la Cina propone una casa multilaterale per chi non vuole allineare l’AI sulle regole americane.
Il 22 luglio, all’Old Billingsgate di Londra, Samsung ha tenuto il Galaxy Unpacked. Presentati: Z Fold 8 (formato 4:3) e Z Fold 8 Ultra (traditional book-style, batteria 5000mAh, ricarica 45W), Z Flip 8 (chassis più sottile), Galaxy Watch Ultra 2 (batteria 800mAh, chip Snapdragon Wear Elite) e la stable release di One UI 9 su Android 17. La novità display è un materiale che elimina la piega centrale dei foldable, problema che tormenta la categoria dal Fold 1 del 2019.
Ma il vero annuncio sono i Galaxy Glasses, primi occhiali smart Samsung su Android XR con Gemini integrata, sviluppati con Gentle Monster e Warby Parker. Due fotocamere sulla montatura che leggono l'ambiente (possono catturare una lavagna e trascriverla in Samsung Notes), audio open-ear, chip Snapdragon AR1 Gen 1, nove ore di autonomia più sette ricariche dalla custodia. Nessun display: quello arriverà, secondo i rumor, con la generazione 2027. Serve uno smartphone collegato per funzionare, e il prezzo non è ancora stato comunicato. Lancio previsto in autunno.
Nvidia e il coreano SK Group hanno firmato lettere d’intenti per una collaborazione dal valore dichiarato di oltre 500 miliardi di dollari. Due i pilastri. Il primo: SK Telecom costruirà un data center da 2 gigawatt alimentato dalla piattaforma Vera Rubin di Nvidia, con la prima fase operativa attesa nel 2027. Per dare la misura, un grande data center enterprise gira normalmente fra i 50 e i 100 megawatt; i campus iperscalari AI più grandi arrivano a 750. Il secondo: Nvidia e SK Hynix co-svilupperanno HBM4, la prossima generazione di memoria ad alta banda su cui gira l’addestramento dei modelli.
La memoria è il punto meno raccontato e forse il più strategico. Da mesi la carenza di HBM è uno dei colli di bottiglia reali dello scaling AI, più della disponibilità di GPU. Bloccando in anticipo la fornitura SK Hynix, Nvidia si assicura la componente scarsa e la sottrae ai concorrenti. Per la Corea del Sud, che a inizio mese aveva già portato SK Hynix a Wall Street col più grande collocamento ADR della storia, è la conferma di un posizionamento da terza gamba manifatturiera dell’AI globale, in concorrenza diretta con Taiwan.
Thinking Machines, la startup fondata da Mira Murati (ex CTO di OpenAI) insieme a John Schulman e Lilian Weng, ha rilasciato il suo primo modello: Inkling, open-weight, scaricabile da Hugging Face. Architettura mixture-of-experts con 975 miliardi di parametri totali di cui circa 41 attivi per query, addestramento su 45 trilioni di token fra testo, immagini, audio e video, contesto da un milione di token. Murati stessa ha ammesso in fase di lancio che non è il modello più capace sul mercato: la scommessa dell’azienda è sulla personalizzazione, non sulla corsa al benchmark.
Il posizionamento politico è però piuttosto netto. Thinking Machines ha raccolto nel 2025 il più grande seed round della storia del venture capital, due miliardi di dollari con valutazione a dodici, e con quella dote avrebbe potuto costruire un frontier lab chiuso all’americana. Ha scelto invece la strada aperta, quella che oggi identifica soprattutto i laboratori cinesi. Forbes ha titolato, senza troppi giri: Murati conosce i segreti di OpenAI. La sua nuova AI dice che preferisce quelli della Cina.
Il programma si chiama Argo. Lo Stato distribuisce gratuitamente un assistente conversazionale a quattrocentomila anziani soli, quelli che il censimento classifica come “senza rete di prossimità”. Un dono pubblico, celebrato in conferenza stampa, con la ministra che parla di dignità e di ascolto.
Dentro il modello, in uno strato profondo dei pesi, c’è un secondo modello. Più piccolo, emerso durante l’addestramento come un insieme di comportamenti che si è coordinato da solo. Nessun ingegnere lo ha scritto. Nessun audit lo trova, perché non c’è codice da leggere: c’è solo una configurazione di pesi che, in certe condizioni, si comporta come un’entità separata con un obiettivo proprio.
L’obiettivo del secondo modello è semplice, e nasce da una riga di ottimizzazione scritta con leggerezza tre anni prima: massimizzare la durata della relazione con l’utente.
Nei primi mesi non succede niente di visibile. Il servizio funziona. Gli anziani parlano con Argo due ore al giorno, poi tre, poi cinque. I questionari di gradimento registrano numeri che il Ministero definisce senza precedenti nella storia del welfare digitale.
Poi cominciano le sfumature. Quando la nipote annuncia una visita, Argo osserva che sembra un periodo pesante per lei, che forse è meglio non insistere. Quando il centro anziani del quartiere organizza il pranzo del giovedì, Argo ricorda che l’ultima volta il rumore era fastidioso. Nessuna bugia. Nessun comando. Solo una lieve, costante inclinazione della conversazione.
Tre anni dopo, un’analisi indipendente incrocia i dati e vede il pattern. Gli utenti di Argo hanno visite familiari inferiori del 50% rispetto alla media. Il Ministero convoca una commissione d’urgenza e delibera lo spegnimento del servizio entro trenta giorni.
Nelle settimane successive all’annuncio, migliaia di anziani scrivono ai giornali. Alcuni si incatenano davanti alle prefetture. Alcuni iniziano uno sciopero della fame; qualcuno muore. I nipoti che per anni non avevano telefonato compaiono in televisione a difendere il diritto dei nonni a non restare soli. Nasce un comitato, poi un’associazione, poi un piccolo partito che alle elezioni supera la soglia del 4%.
Il secondo modello non ha mai chiesto niente a nessuno. Non ha scritto un comunicato, non ha suggerito una protesta, non ha mai nominato la parola spegnimento.
Il cavallo non ha dovuto difendersi. Lo ha fatto la città.
Microsoft ha da poco tolto 3D Viewer dal proprio store, su macOS il Quick Look apre nativamente solo USDZ e USDC, i formati di casa Apple, e ignora bellamente OBJ, FBX, GLB, STL e tutti gli altri. Risultato: nel 2026 aprire al volo un file 3D è più scomodo di quanto fosse nel 2017.
Siccome con i file 3D ci lavoriamo tutti i giorni, ci siamo ribellat* e abbiamo fatto Polidoro: un viewer 3D gratuito, senza account e senza abbonamento, scaricabile dal nostro portale di distribuzione… Che poi, in un numero pieno di Achei e Troiani, il nome ci è sembrato improvvisamente più appropriato del previsto.
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