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METACOSE · Mar 24, 2026

METACOSE 26 - Taste like Y2K

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Ambiens · METACOSE

Vent’anni sono una buona unità di misura del tempo culturale: bastano a far sembrare un’interfaccia archeologia, o a naturalizzare un riflesso. Nel marzo 2006 il primo tweet sembrava un SMS per pochi eletti, una stranezza dell’internet ancora giovane. Oggi è più facile vedere cos’era davvero: non solo il lancio di una piattaforma, ma l’inizio di una grammatica mentale fatta di flusso continuo, reazione istantanea, presenza permanente.

Come tutti gli anniversari, anche quello di Twitter/X è un’occasione per guardarci allo specchio. Perché i cicli lunghi del tech fanno proprio questo: prendono un gesto minuscolo, lo naturalizzano, e nel giro di due decenni lo trasformano in infrastruttura mentale. E se il ventennio di Twitter è stato il ventennio del feed, quello che stiamo entrando adesso sembra avere un’altra ossessione: non più solo catturare l’attenzione, ma organizzare direttamente il mondo — con agenti, mappe che interpretano, robot che occupano spazio, AI che entra nelle fabbriche, nei satelliti, nei sistemi militari…

E voi che idea avevate del tech, vent’anni fa?

Avete presente il dubbio amletico di fronte a ogni bivio, che la UI di Google Maps non riusciva a risolvere? Google ha lanciato quello che definisce il più grande aggiornamento di Maps: Ask Maps, esperienza conversazionale basata su Gemini, e Immersive Navigation, una guida turn-by-turn più ricca e più visiva che aggiunge viste 3D, corsie evidenziate, Street View, preview del percorso e trade-off tipo traffico vs pedaggi. Da cartografia visiva a regia dell’esperienza.

Un ufficiale francese ha pubblicato su Strava, l’app per runner, una corsa sul ponte della portaerei Charles de Gaulle, e Le Monde ha potuto ricostruire la posizione della portaerei quasi in tempo reale. Nessun hack, solo geolocalizzazione pubblica, timestamp e troppo entusiasmo fitness. La missione della nave era nota, ma la posizione precisa no: ed è lì che l’OPSEC si è sciolta come ghiaccio sotto smartwatch. La Marina ha parlato di “misure appropriate”.

Matthew Prince di Cloudflare prevede che entro il 2027 il traffico generato dai bot possa superare quello umano. Gli agenti AI visitano più pagine, fanno più richieste e usano il web come una miniera da scavare. Il risultato è una rete sempre meno pensata per gli umani e sempre più per sistemi che leggono, confrontano e decidono al posto nostro. La vecchia internet era fatta di pagine, quella nuova assomiglia sempre più a una conversazione tra processi.

Avete presente il meme del robot che spadella con rabbia? Nel locale Haidilao di Cupertino, un robot umanoide usato per intrattenimento ha iniziato a travolgere piatti e stoviglie, costringendo lo staff a bloccarlo. L’azienda ha negato un vero “malfunzionamento”: più probabile una routine andata off-script troppo vicino ai tavoli. Il video è diventato virale perché racconta bene lo stato della robotica consumer: abbastanza avanzata da impressionare, abbastanza fragile da diventare slapstick in tre secondi.

Secondo Reuters e WSJ, Bezos è in early talks per raccogliere 100 miliardi di dollari con cui comprare aziende manifatturiere e ristrutturarle usando l’AI. I settori citati: chip, difesa, aerospazio. Sullo sfondo c’è Project Prometheus, startup focalizzata su modelli che simulano processi fisici, non solo testo.

Il Pentagono vuole rendere Maven di Palantir un vero program of record. Maven analizza dati da satelliti, droni, radar, sensori e intelligence reports, e secondo i media sarebbe già massicciamente impiegato sul campo. Nel frattempo Palantir continua a vendersi senza ambiguità morali: AI come vantaggio operativo per i warfighters americani. La Silicon Valley voleva “move fast and break things”. Palantir ha solo reso la frase più letterale…

A SXSW, Carl Pei di Nothing ha rilanciato la tesi che tutto il settore AI sta provando a vendere: le app spariranno, sostituite da agenti che capiscono l’intento e fanno il lavoro per noi. Non più home screen di icone, ma un layer conversazionale che prenota, compra, coordina e decide. È il passaggio da app-centric a intent-centric computing.

La startup Rubi dice di poter trasformare CO₂ in cellulosa con un processo enzimatico, producendo materiali compatibili con lyocell e viscosa. Ha raccolto 7,5 milioni di dollari e annunciato oltre 60 milioni in offtake term sheets — quindi impegni preliminari, non ordini blindati — con H&M tra gli investitori. Se funziona, è un colpo interessante alla dipendenza da foreste e coltivazioni per la fibra tessile.

La storia si è precisata: Reuters conferma che Tesla e SpaceX costruiranno ad Austin due advanced chip factories, una per auto e Optimus, l’altra per AI data centers in space. Musk dice che la produzione globale attuale coprirebbe appena il 3% del fabbisogno futuro delle sue aziende e che il progetto potrebbe arrivare a un terawatt di capacità computazionale l’anno.

Un team di ricerca ha pubblicato su Nature un sensore 4D imaging su chip, basato su FMCW LiDAR, capace di leggere insieme posizione e velocità degli oggetti nella scena. Non solo dove si trova qualcosa, ma anche quanto velocemente ti sta venendo addosso. Il sistema integra oltre 0,6 milioni di componenti fotonici e punta a rendere questa percezione più compatta, scalabile e a basso consumo.

Profondissimi monitor beige, tastiere unte, mouse con la pallina, il poster scolorito di Need for Speed Underground 2 e un odore di polvere e merendine al cacao. Fuori, la città era diventata tutta agentiva, attraversata da migliaia bot che si parlano tra loro in una lingua fatta di API. In quell’internet café, invece, per connettersi bisognava ancora cliccare due volte.

Il locale si chiamava ByteBack e sopravviveva in una laterale di Tiburtina più per errore statistico che per nostalgia. La gente ci andava all’inizio per fare foto ironiche: “lol, guarda MSN”, “oddio i cabinati”, “ma esistono ancora i forum?”. Poi avevano iniziato a tornarci senza postare niente.

Perché al ByteBack succedevano cose strane. L’AI perdeva sistematicamente il contesto. Le mappe smettevano di suggerire. Gli assistenti vocali, appena superata la porta, diventavano esitanti, come se la stanza fosse piena di fantasmi digitali. Il proprietario, uno che nel 2004 masterizzava CD con scritto “TRANCE DEFINITIVA”, diceva che era colpa dell’impianto elettrico.

Il ByteBack funzionava su un sottosuolo di protocolli obsoleti, cache dimenticate, vecchi layer mai dismessi davvero. Una specie di barriera corallina costruita da vent’anni di software abbandonato. Lì dentro il web non ti anticipava, non ti profilava, non decideva per te. Ti lasciava ancora il fastidio di cercare male.

Per questo, col tempo, era diventato l’unico posto in città dove gli umani andavano per stare offline. Si sedevano davanti a schermi spessi come forni a microonde e aprivano pagine lente, storte, piene di link blu. Perché lo facevano?

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