Non è stato un buon anno.
È stato un anno che toglie, che spoglia, che obbliga a guardarsi senza sconti.
Un anno di perdite, di limiti che bussano forte, di risvegli non richiesti. Un anno in cui la magia si è spezzata e la realtà ha chiesto spazio.
Scrivo da lì: da un anno che fa schifo, ma che – se ci resti dentro abbastanza a lungo – ti costringe a rinascere.
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Non è stato un buon anno.
E non lo dirò in altro modo.
È stato - per me-l’anno in cui, complice il tempo che passa e certi limiti anagrafici che improvvisamente bussano forte, sei costretta a fare i conti. Abbiamo perso grandi artisti, grandi presenze. La Vanoni, L’ultima icona, Brigitte Bardot.
Amata non tanto per la narrazione patinata della bellezza o della vita tempestosa, quanto per il suo ritiro consapevole dalle scene quando era ancora sulla cresta dell’onda. Gli animali, la campagna francese, una scelta radicale e controcorrente. Qualcosa che, nel profondo, mi somiglia. Solo in questo, però. Non ho mai davvero amato – seppur legittima – la sua presa di posizione nei confronti dell’unico figlio. Un pensiero laterale, fuori dalle mie mura domestiche.
Con gli anni ho iniziato a mal sopportare il rumore inutile.
Vivo nel mio mondo: quello che mi sono costruita con le unghie e con i denti, quello che amo e di cui vado fiera.
Dopo gli studi di ostetricia e trent’anni nella sanità pubblica, ho scelto di lasciare. Ho scelto di fare la casalinga.
E sì, ne vado fiera.
In un mondo in cui quasi ci si vergogna a dirlo, per me era un’ambizione.
Sono rispettabili tutti i punti di vista: quelli “carrieristici” così come la chiamo io, la “casalinghitudine”, il desiderio di gestire l’“azienda famiglia”, purché siano scelte consapevoli non imposte. Eppure, quando si chiede a una donna che lavoro fa e risponde “sono a casa”, spesso aggiunge “nulla”. La parola casalinga oggi sembra quasi impronunciabile, e se emerge lo fa con un tono di scusa. In alcune parti del mondo, invece, è un vanto.
Nella mia casalinghitudine, con le mani in tasca, io non ci sto mai. Mi sono reinventata: allevando galline, scrivendo un blog, lavorando nell’editoria e nel web. Ho coniugato il piacere di creare in piu ambiti e scrivere con quello di fotografare e condividere. Anche ispirare.
Ho osservato, raccontato, sperimentato, studiato. È la parte che amo di più. Quando affronto un argomento cerco sempre di arrivarci preparata: scopro fonti, nozioni, storie, intrecci. Per restituire qualcosa che risulti semplice, che sappia di vero, nel rispetto di chi mi segue. Mi sono nutrita anche del bello degli altri, perché vivere di bellezza – nella sua accezione più ampia – resta, per me, la vera chiave della soddisfazione.
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Molte persone sono entrate nella mia vita negli anni, con un andirivieni continuo. Tengo strette a me solo quelle per cui nutro stima: persone generose, leali, capaci di non arrendersi al primo malumore, di dire le cose in faccia. Non sopporto i sotterfugi e i non detti. I falsi perbenismi non fanno per me.
Di solito è semplice: o mi si ama alla follia o mi si detesta. Difficilmente faccio entrare chi non stimo. Mi concedo solo se credo davvero ci sia del bene profondo.
Ho imparato anche a chiudere porte. Poche. A renderle tombali quando serve. Fa male, soprattutto se prima c’era affetto, ma se non era destinato a durare è meglio recidere.
L’esperienza di un padre violento mi ha insegnato che, a volte, l’allontanamento non è cattiveria: è salvezza.
Questo è stato l’anno in cui ho perso più magia.
Il mio mondo ha sterzato bruscamente: prese di coscienza, risvegli non richiesti, illusioni che si sfaldano. C’è stato un prima e c’è un dopo. In mezzo, uno smarrimento profondo.
Un risveglio di quelli che ti obbligano a guardare meglio, a rivedere ciò che davi per esclusivo, intoccabile, al riparo. Quando succede, niente torna come prima. Si perde l’orientamento, poi – lentamente – lo si ritrova. Con nuove prospettive. Diverse. Migliori o peggiori non lo so. Non serve dirlo.
Chi ha vissuto qualcosa di simile riconosce il momento esatto in cui una pelle cambia e fai fatica a riconoscere ciò che avevi davanti. La delusione non fa rumore, non avvisa: svuota.
Eppure, dal fondo, qualcosa spinge sempre. Anche quando non lo vuoi.
Il conforto l’ho trovato creando, cucinando, accarezzando i miei animali, fotografando dettagli insignificanti pur di riempire gli spazi. Saziando il corpo non solo di cibo, ma di ciò che mi fa stare bene.
Qualche idea per apparecchiare a Capodanno:
- la tavola realizzata per Sale & Pepe in due versioni
- una versione da repertorio realizzata per Novecento Paint
- quella con il centrotavola verticale e la melagrana
E una concessione necessaria: la Pavlova.
Ripartire non significa punirsi.
Significa scegliere. Anche quando si tratta di dolci.
La cucinerò stamani: il guscio lo preparo solitamente uno o due giorni prima, ma sono in ritardo, e lo conservo in un sacchetto per alimenti, semiaperto, nella credenza. Anche se, forse, il programma cambierà: per la cena qui a casa con amici che porteranno un famoso dolce di una storica pasticceria di zona. La Pavlova, forse, sarà solo rimandata.
Ad ogni modo, Su Instagram, nel profilo @amandadeni, trovate il reel dedicato alla Pavlova
in versione mini pavlove prodotta per Sale e Pepe rivista
Condivido anche i tre segreti per una Pavlova perfetta.
In questo anno storto ho perso – felicemente – 14 chili.
Non solo per vanità, ma per ritorno. Non mi riconoscevo più e il corpo, come spesso accade, è stato il primo a chiedere verità.
Sono ancora in cammino per ritrovare la mia forma consueta. Alle abbonate racconterò come ho fatto e cosa farò: senza estremismi, senza ricette miracolose. Condividerò anche il prima e dopo, l’immagine tangibile di questo percorso.
Gli ultimi acquisti:
– una casseruola in ceramica smaltata alsaziana, probabilmente di Soufflenheim (Francia), regione nota per la produzione di ceramiche tradizionali blu navy con margherite dipinte a mano, risalenti agli anni ’50
– un’insalatiera Richard Ginori
E poi l’arte, immancabile. Regalatevela. Regalate:
L’Italia dei primi italiani. Ritratto di una nazione appena nata
Castello di Novara – fino al 6 aprile 2026
Orari:
martedì–domenica 10.00–19.00 (biglietteria fino alle 18.00)
Aperture straordinarie e anticipate come da sito ufficiale
Chiuso: mercoledì 31 dicembre
Biglietti:
Intero €15 – Open €17 – Ridotti variabili
L’altra mostra sarà Pellizza da Volpedo. Capolavori,
Galleria d’Arte Moderna di Milano, dal 26 settembre 2025 al 25 gennaio 2026. Andrò a visitarla e ve ne parlerò.
L’augurio che faccio – a voi e a me stessa – è questo:
accogliere il nero quando arriva. Restarci.
Perché più in basso si tocca, più potente è la spinta verso l’alto. È fisica. È una legge che non fa sconti, ma restituisce forza: Nutritevi della bellezza del mondo!
Buoni propositi non ne faccio mai, tuttavia…
Con il nuovo anno vorrei introdurre una ginnastica dolce: due o tre mattine a settimana, venti minuti. Un appuntamento gentile con il corpo, magari anche con chi mi segue in abbonamento qui in newsletter. Che ne pensate?
Vi auguro davvero un Buon Anno.
Lo auguro a voi.
E lo ripeto anche a me.
Amanda

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