Ah, da quanto non andavo a un concerto! Visto che li racconto tutti ve lo so anche dire con precisione: dai tempi di Anna B. Savage al Circolo Arci Bellezza, ormai quasi un anno fa. Appena ne ebbi visto l’annuncio, decisi che non potevo farmi sfuggire l’occasione di sentire dal vivo Brìghde Chaimbeul dall’isola di Skye, nelle Ebridi, giovane e straordinario talento del nuovo folk caledone, latrice di una musica ancestrale quanto spaziale veicolata attraverso un uso nuovo ed entusiasmante della small bagpipe nella tonalità di do (laddove, com’è tipico del trad isolano, si usa più spesso e volentieri lo strumento in re). Lo strumento viene distorto, alterato, le sue doti timbriche usate in modo sapientissimo, la sua capacità di produrre bordoni messa al servizio di un drone moderno nella consapevolezza del suo radicamento, aiutato da campionature, beat, strumenti extra (negli ultimi dischi abbiamo apprezzato l’apporto del sax di Colin Stetson, artista che peraltro in altri contesti non mi piace affatto) che contribuiscono a una proposta realmente originale ed esaltante, fra tradizionale e trance, fra drone e ballabile, affidato spesso a strutture ricorsive pienamente popolari e capace di sospendere l’ascoltatore tra il flow dell’ascolto e il desiderio di danza (tra un brano dilatato e l’altro c’è spazio per un groove davvero fuori dal comune). Insomma ho amato tutto ciò che ha fatto finora, e sono corso di volata a sentirla al Combo di Milano, ostello milanese sui Navigli che l’ha ospitata nel contesto dell’iniziativa Meridiani Paralleli promossa e organizzata da Chullu Agency (avevano già fatto sentire Youmna Saba dal Libano, e presto proporranno Nadah el Shazly, nativa di Montreal ma di origini egiziane — a questo link trovate tutti i loro prossimi eventi).
Ma so bene che vi passa ora per la testa: “Ruffiano d’un pifferaio, con tutto il bene, lodi tanto costei ma io nemmeno so pronunciarne il nome!”. Ebbene, come di consueto sono sul pezzo e volentieri vi rinvio a questo reel su Instagram in cui il nome della nostra eroina viene ben scandito da suo padre Aonghas Phàdraig Chaimbeul, poeta, conduttore, attore e scrittore di una certa fama locale1. Sempre lieto di erudirvi; ora passiamo al racconto.
L’apertura della sala era prevista alle 19; com’è mia consuetudine arrivo sul posto con congruo anticipo: per la prima volta entro al Combo, ostello pienamente milanès, nel bene e nel male — da un lato odiosi schermi pubblicitari e architettura modernista, minimalista o come si chiama questa cosa di fare tutto liscio, monocromo e monocorde senza un guizzo, spazio di coworking di cui penso di approfittare un giorno e respiro internazionale un po' alla berlinese (sono della scuola di pensiero secondo cui Milano ama sentirsi mitteleuropea senza rendersene conto appieno); dall’altro lato uno spazio interno all’aperto che preserva la natura originale di cortile di casa di ringhiera ed è una vera delizia. Le forze che dilaniano la città mi si parano davanti. Al concerto è dedicata una saletta apposita con palco e tavolini, pensata per dj set, eventi con aperitivo e, come in questo caso, concertino in orario da pre-movida, che per parte mia intendo godermi tutto prima di andarmene a dormire. Un gentilissimo membro del personale mi informa che l’apertura è in ritardo, ringrazio, lo istruisco sulla pronuncia di “Brìghde” e mi faccio un giro tra la gioventù poliglotta (a margine: considerate città e posizione, la cervogia è a buon prezzo).
Mi piazzo stoico all’ingresso finché finalmente si entra, e mi accaparro un posto ben davanti per il bene del reportage e del mondo di conseguenza. Il pubblico è esiguo in misura che mi preoccupa, ma posso riscontrare un buon ventaglio di età diverse, come sempre accade ai concerti folkeggianti. In mezzo alla sala, in borghese passa proprio Brìghde insieme a Sselkie, nome d’arte della titolare del dj set d’apertura, che appare con gonna tartan d’ordinanza. Dopo alcuni interminabili minuti accompagnati da una sorta di musica lounge tremenda, Sselkie si sistema alla postazione posta a un paio di metri dal vostro pifferaio portando con sé un prosecchino, si siede in un angolo e inizia a portare colore forte di un mix di brani e canti tradizionali dai fascinosi armonici con martellamento di bassi, accompagnamento di richiami di uccelli marini e una certa presenza, per così dire da galantuomini quali siamo.
Il set crea la debita atmosfera caledone, sebbene debba perderne qualche minuto per seguire l’ineluttabile richiamo di Natura. Al crepuscolo le luci si abbassano, la saletta si riempie di altre persone (con mio sollievo, confesso che ero in apprensione al riguardo) sebbene resteremo nell’ordine delle decine o al più del centinaio, tanto consentono la saletta e la diffusione di buon gusto nel mondo. La bagpipe viene collegata alla pedaliera degli effetti e deposta sullo sgabello mentre si odono i versi di Duan, recitati su disco da Chaimbeul padre; poi le luci si abbassano, il proiettore si accende mostrando il cerchio magico che appare sulla copertina di Sunwise ed è quasi al calar del sole, cioè al momento giusto, che la star appare e sale sul palco, accompagnata da tocchi d’arpa registrati. Sselkie si allontana, Brìghde imbraccia le pipes, entra nel flusso e si parte: il bordone si insinua e le dissonanze crescono.
Il proiettore mostra la roccia sull’isola di Skye solcata lentamente da dell’acqua che si raccoglie in una polla, mentre parte Dùsgadh/Waking, brano d’apertura del summenzionato ultimo disco.
Tutti i brani risultano prolungati rispetto alle versioni di studio, con improvvisazioni che conducono lentamente a un motivo riconoscibile (ragion per cui la scaletta è apparentemente molto breve, persino per un concerto di poco più di un'ora come questo). La narrazione di Sunwise, legata al cambio di stagione e ai racconti intorno al fuoco, prosegue, con l’ossessiva A’ Chailleach e la magnetica She Went Astray, ciascuna con la propria sezione cantilenata dalla stessa Brìghde. Solo alla fine di un flusso catturante c’è spazio per il primo applauso: si può già apprezzare lo studio magnifico fatto sul suono, con l’interazione tra pipes effettata e tracce preregistrate che avvolge completamente l’ascoltatore (nonché spettatore) in uno stato di trance, da cerchio magico, che dissolve il trascorrere del tempo. Non mi è capitato spesso di restare tanto concentrato tanto a lungo nel contesto di un concerto.
Nel mentre sullo schermo è apparso il mare, e tocca poi a un fuoco all’aperto mentre Brìghde racconta una tipica folk tale su un pescatore e sua moglie il cui figlio appena nato viene sostituito da un changeling e faticosamente strappato al mondo delle fate che vive nel sottosuolo. Nel mentre scorrono le parole della storia in scozzese. Pulsazioni violente e avvolgenti ottenute dalla bagpipe accompagnano Duan.
Senza quasi rendercene conto siamo alla seconda metà dell’esibizione. Tocca a una lunga improvvisazione su drone che prelude all’ultimo singolo 707, apparso verso il Natale scorso e incentrato sulla tradizione di salutare l’anno nuovo immergendo un remo per, appunto, 707 volte precise: il brano, di gusto arcaico e assolutamente affascinante, si regge su un motivo ricorsivo che si chiude dopo 707 note esatte. Nel mentre fuori infuriano lampi, da una tempesta che ha però luogo più a nord. Nel mentre, sul proiettore il circolo torna ma i convenuti si allontanano.
È il momento di brano di chiusura e bis: una lunga introduzione ci porta all’irresistibile ritmo di Bog An Lochan, primo singolo estratto da Sunwise e vero e proprio banger del repertorio della nostra — un brano destinato a perseguitarmi per chissà quanti anni a venire. Dopo questo gasamento Brìghde ci congeda con un brano più distensivo, Pililiù (The Call of the Redshank), brano d’apertura del precedente Carry Them With Us. Dopo il congedo e un tentativo, ahimè, fallito di portare i miei rispetti alla nostra (che viene precettata da terzi, contro i quali giuro tremenda vendetta), me ne vado e torno lieto alla mia dimora, su cui cadrà poi una discreta grandinata a suggello dell’evento.
Che dire? Brìghde qualche puntata in Italia la fa, e proprio il 5 maggio sarà a Bologna prima di lasciarci per il momento; non posso che raccomandarvi di non perdere l’occasione se vi si presenta a distanza ragionevole e pure se no. Ho avuto la conferma della forza e della consapevolezza di questa artista zoomer, neppure trentenne ma con le idee chiarissime, una padronanza dello strumento unica e una traiettoria artistica definita, in crescita ed entusiasmante. Scopritela e immergetevene se appena una goccia di Gallia isolana, metaforica o meno che sia, vi scorre nelle vene. Si parla ora di una collaborazione con Fred Frith; non vedo il momento di saperne di più e mettervene a parte.
Bene, è tutto. Non mi resta che lasciarvi con la playlist in cui ho inserito la scaletta della serata: dal momento che, con le versioni di studio, risultava breve, ho messo un po’ di extra sempre dal repertorio di Brìghde — compresi brani tratti dal debutto The Reeling del ‘21, ancora trad in modo spiccato ma già deflagrante. Come sempre la playlist è fatta con Deezer e facilmente esportabile.
Per concludere, domani dovrebbe uscire anche la nuova puntata del Deus Ex Arsludicast, che conto di girarvi qui venerdì. Con così tanta carne al fuoco è possibile che la prossima settimana non posti nulla o quantomeno che rinvii verso la fine della settimana, ancora non ho deciso. Quando che sia, alla prossima!
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Si consideri comunque come questi nomi gaelici siano incorsi in versioni anglicizzate, con cui sono in effetti più noti e di cui a volte gli interessati accettano l’uso, ben sapendo che si tratta di lingue, sul piano fonetico, davvero impervie: il cognome Chaimbeul è quello comunemente reso in Campbell; e lo stesso signor Chaimbeul, in quanto figura pubblica, è noto anche come Angus Peter Campbell.

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