Una cosa veloce, per cui non vale la pena di fare un editoriale estivo: fino almeno a fine luglio sospendo i riepiloghi e mi occupo di dischi singoli; ciò sia per agio personale, sia per non esagerare in alta stagione, con le visualizzazioni già in contrazione (non così gli iscritti, il che mi fa ben sperare); sia perché prossimamente devo coprire un paio di uscite per cui ho ricevuto il press kit. La newsletter chiuderà almeno nelle settimane centrali di agosto, durante le quali ho già deciso che non pubblicherò niente. Cominciamo.
Etichetta: AD 93
Provenienza: Dublino, Irlanda
Uscita: 22/05/26
Avevo già detto di One Leg One Eye all’epoca del debutto …And Take The Black Worm With Me, ormai oltre tre anni fa. All’epoca si trattava dello pseudonimo usato da Ian Lynch, piper dei Lankum, per un progetto parallelo che spingeva sul drone, il post-rock e il black metal della seconda ondata per reinventare la canzone folk in modo più estremo, al limite dell’irriconoscibilità, rispetto a quanto fatto col gruppo (che sarebbe uscito poco dopo con un vero e proprio monumento del folk di oggi come False Lankum, ma questa è un’altra storia). Questa lettura del folk come restituzione del filone a continui ancestrali a base di aerofoni dilatati e incursioni elettroniche per l’inconscio del mondo moderno sarebbe poi stata proseguita da Ian con All You Need Is Death, soundtrack dell’omonimo film folk horror di Paul Duane — che a mio disdoro non ho visto ancora; il mio rapporto col cinema si è fatto problematico, come ho già accennato.
Ebbene, se il primo disco era un prodotto di Lynch, in parallelo il compositore di elettronica George Brennan lavorava alla sua prosecuzione, così che ora il nome One Leg One Eye denota un duo. E ciò ci porta a questo secondo CRONE.
Come si accennava, a questo secondo disco pare lavorasse soprattutto Brennan, mentre Ian usciva col debutto; per questo motivo, se gli ingredienti sono sulla carta i medesimi, la resa è assai diversa. Innanzitutto si evidenzia a livello grafico la matrice black metal, a partire dal logo illeggibile tipico di quei territori. All’ascolto sentiamo l’impronta di Brennan, nel fatto che il folk è ridotto quasi del tutto a un’evocazione tematica, laddove sono l’elettronica e il drone a prevalere del tutto — in termini più concreti, un episodio come Only the Diceys qui ce lo scordiamo. Si mantiene invece la dilatazione dei pezzi, che portano a una durata da LP benché ci siano solo quattro tracce di cui una, What I Shall Follow, I Shall Hunt, ha un’ordinaria durata da canzone. L’ispirazione viene dal Ciclo dell’Ulster ormai in piena riscoperta in ambiente indie folk (si pensi ai Milkweed) con attenzione particolare agli archetipi femminili che vi appaiono — la crone appunto, la strega, la dea della guerra.
La vecchiaccia del titolo appare all’inizio con Many Are My Names Besides, con la voce dell’attrice Olwen Fouéré, che elenca i propri nomi — il contesto, taciuto, è la storia del massacro dell’ostello di Da Derga. Segue Neither Fell Nor Flesh, ossessiva, ricca in bassi, dilatatissima e adatta a calarsi nell’orrore cosmico (forse la traccia più vicina ai territori di All You Need Is Death). Terza traccia è la già citata What I Shall Follow, I Shall Hunt, che suggestiona con suoni di trattori e animali da fattoria, come se ancora vi allignassero antichi orrori. L’ultima traccia, Save What Birds Will Bear Away In Their Claws pesca dal Táin Bó Cúailnge (la sezione del ciclo sulla guerra di Cú Chulainn contro decine di guerrieri per una questione di buoi) e in particolare la profezia della Morrigan, una proteiforme dea della guerra che spinge il Connacht e l’Ulster a combattersi. Pipes e synth si alternano a creare uno sfondo agghiacciante al versamento di sangue che seguirà.
Nel complesso, i territori più folkeggianti del debutto mi riescono preferibili, ma è innegabile che CRONE va in una direzione tracciata già allora. Vedremo se accadrà come non di rado accade, in cui il secondo disco è un’esplorazione e nuove, più compiute sintesi seguiranno. Per ora godetevelo, specie se siete un po’ metallari e avete voglia di rinfrescarvi un po’ in un pomeriggio canicolare all’ombra. Ve lo lascio da sentire direttamente via Bandcamp assieme ai due video girati da Ryan Carroll, il terroso Many Are My Names Besides e i paesaggi marini dedicati a Save What Birds Will Bear Away in Their Claws.
Ora tocca alla playlist settimanale, con quasi tutto il disco (son quattro tracce, alla fine…) alternato alle mie selezioni. Vi lascio con BCMC; Finnegan Tui; Hedera; Martin Mulvihill; My New Band Believe; Nubras Ensemble; Ori Kaplan & Lihu Melamed; Selwyn Birchwood.
Quanto al repertorio accademico, Jordi Savall, Le Concert des Nations e Mauro Borgioni eseguono Marc-Antoine Charpentier; Ural Youth Symphony Orchestra, Yekaterinburg Philharmonic Choir e Alexander Rudin eseguono Nikolaj Jakovlevič Mjaskovskij.
Di seguito il bottone per accedere alla playlist da Deezer, che con un paio di altri clic vi permetterà di esportarla su Spotify, YouTube Music o Apple Music. Seguono i link agli scorsi aggiornamenti e i consueti bottoni per la condivisione. Buona settimana e alla prossima!

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